Tony Leung e Léa Seydoux sono messi in ombra da un ginkgo biloba. Questo albero di quasi duecento anni, piantato nell’orto botanico dell’università di Marburgo, nella Germania centrale, ruba la scena all’altrimenti impeccabile cast di Silent friend. È proprio questo albero, infatti, a occupare maestosamente le inquadrature finali del nuovo film della regista ungherese Ildikó Enyedi (autrice di Corpo e anima, 2017, e Storia di mia moglie, 2021). Questo ginkgo biloba attraversa le tre linee temporali intrecciate che formano la narrazione del film, che si apre poco prima della pandemia di covid-19, nel 2020, quando il neuroscienziato Tony Wong (Leung) comincia a insegnare a Marburgo. Ognuna delle tre storie è radicata nelle problematiche del suo tempo. L’inizio del novecento ha visto l’emergere della fotografia e dei diritti delle donne; gli anni settanta hanno riecheggiato le proteste giovanili e l’ascesa dell’amore libero; la nostra epoca è segnata dal multiculturalismo, dalla globalizzazione e dalla pandemia. Enyedi sottolinea l’importanza di una sorta di consapevolezza rispetto al proprio ambiente.
Boris Bastide, Le Monde
Ungheria / Germania / Francia 2025, 145’. In sala
Regno Unito 2026, 106’. In sala
Bella Ramsey eleva questo piacevole ma convenzionale racconto di formazione con un’interpretazione emotivamente molto intensa. La star di The last of us interpreta Ivy, una ragazza di 17 anni sopravvissuta a un cancro che accetta malvolentieri di partecipare a quello che lei stessa definisce un “campo di chemioterapia”, un soggiorno estivo di quattro settimane in un campeggio scozzese per adolescenti a cui è stata diagnosticata la sua stessa malattia. Ivy è consumata da una rabbia latente per l’arbitraria ingiustizia del cancro e accoglie l’ottimismo del campo con intensa ostilità. Dietro una storia adolescenziale classica, ma anche in fondo autentica, si cela una sincera riflessione su come l’essere vicini alla morte possa cambiare radicalmente il modo di vivere.
Wendy Ide, The Observer
Stati Uniti 2026, 118’. In sala
Ridley Scott dimostra una lodevole sobrietà in questo dramma postapocalittico ambientato in un Colorado del futuro prossimo, dopo che un ceppo influenzale ha sterminato la maggior parte della popolazione. Un meccanico di nome Hig (Elordi), che vive su una pista di atterraggio abbandonata con un rude veterano militare (Brolin), porta un piccolo aereo fino a Denver, ormai una città fantasma, dove potrà fare provviste, e approfitta per andare nella casa dove viveva con la moglie, morta durante l’epidemia. Nel corso del viaggio incontra un padre e una figlia allevatori (Pearce e Qualley) e cerca di mettersi in contatto con altri sopravvissuti. Al cuore del film, nonostante i cruenti scontri con predoni selvaggi, ci sono la ricostruzione della fiducia, il superamento del dolore e l’importanza dei vaccini. La premessa fantascientifica si trasforma dolcemente in un melodramma sentimentale.
Richard Brody, The New Yorker
Francia 2026, 90’. In sala
Sulla carta, il quarto lungometraggio di Reem Kherici (che qui compare nei panni di un guru del sesso) ha una premessa audace, affrontando di petto il tema del piacere femminile. Dopo vent’anni di matrimonio, una donna sulla cinquantina (Lamy) confessa al marito (Cluzet), un inventore con un talento innato per costruire cose, di non aver mai provato un orgasmo. La ricerca della coppia per risolvere il problema potrebbe anche risultare interessante, ma la vicenda prende una piega che invece può risultare discutibile: la donna è trasformata in una cavia e la sua vita intima viene esposta pubblicamente. Sotto la maschera della liberazione sessuale, questa spinta a condividere ogni cosa a ogni costo si traduce nella “promozione” di un oggetto che funziona davvero: il film infatti è ispirato alla storia vera dei creatori di un sex toy.
Nicolas Didier, Télérama
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