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a morte si nasconde in bottiglie di Coca-Cola, cassette di legno e palloni da calcio: in Colombia le mine antipersona artigianali infestano campi, foreste e villaggi. Se delle vite vengono risparmiate è solo grazie al lavoro degli artificieri che distruggono gli ordigni piazzati da cartelli della droga, guerriglieri e gruppi paramilitari. Una di loro è Mayra Jiselly Rosero Andrade, che lavora per l’organizzazione non governativa Handicap international.

Ogni mattina Rosero si sveglia nel letto a castello di un piccolo alloggio condiviso nel remoto villaggio di El Vergel, nel dipartimento colombiano di Nariño, dove i guerriglieri del gruppo Comuneros del sur sfidano l’autorità dello stato. Dopo colazione sale su una jeep contrassegnata su tutti i lati dal simbolo di un fucile sbarrato in rosso e dalla scritta “no armas” (niente armi). Un breve tragitto lungo le piste sterrate e poi scende dal fuoristrada con un giubbotto antiproiettile, attraversa un prato in salita tra le mucche e scompare nella foresta. Il cellulare lo lascia a casa. I guerriglieri le hanno proibito di portarselo dietro. È meglio obbedire, dato che non si sa mai se ci s’imbatterà in un posto di blocco. Da quel momento in poi deve fare attenzione a dove mette i piedi: un solo passo falso potrebbe rivelarsi fatale.

Le mine antipersona ancora sepolte in giro per il mondo potrebbero essere perfino cento milioni, stando alle stime della rete di ong Campagna internazionale per il bando delle mine antipersona. Dal 1997, data dell’entrata in vigore della Convenzione di Ottawa che vieta le mine antipersona, si sono fatti notevoli passi in avanti: all’epoca gli stati e i territori contaminati erano 88, oggi sono 57.

Circondata da montagne alte fino a tremila metri, torrenti cristallini e mandrie di bovini, questa parte della Colombia ricorda quasi l’Austria. Ma se sulle Alpi le valli sono densamente abitate e le vette selvagge, a Nariño spesso succede il contrario: le cime sono coltivate, con numerosi allevamenti e campi di patate, mentre le valli, strette tra pareti quasi verticali, restano in gran parte incontaminate.

A un primo sguardo questa regione della Colombia potrebbe sembrare un paradiso, se solo si potesse chiudere un occhio sui conflitti decennali tra esercito, cartelli della droga, gruppi guerriglieri di sinistra e paramilitari di destra; sulla scorsa campagna elettorale presidenziale, che ha scatenato una nuova ondata di violenza, e sulle innumerevoli mine antipersona disseminate ovunque.

Secondo i dati ufficiali, nel 2025 solo in Colombia 136 persone sono state ferite o uccise dalle mine. Dal 1990 le vittime sarebbero almeno dodicimila. Trovare gli ordigni prima che siano loro a trovare le vittime: è con questo obiettivo che anche oggi Mayra si addentra nella foresta pluviale della montagna. Il suo lavoro è finanziato, almeno per ora, dal ministero degli esteri tedesco.

Da mesi insieme alla sua squadra Rosero ispeziona un’area pianeggiante dove, a quanto sospettano gli abitanti, un tempo si era accampato un gruppo armato: uno di quei posti in cui gli ordigni erano stati piazzati a difesa del luogo e poi lasciati lì. Se a metterli siano stati paramilitari, guerriglieri, narcotrafficanti o altri gruppi armati è difficile dirlo, e in fondo poco importa. In Colombia questi gruppi difendono i loro nascondigli, le piantagioni di coca o le rotte del contrabbando con cariche esplosive spesso rudimentali.

Una paura tremenda

Rosero racconta di essere diventata artificiera per via della sua curiosità e del desiderio di aiutare gli altri. La sua squadra è composta da dieci persone, tra uomini e donne. Lavorano sei giorni alla settimana per sei settimane di seguito, poi hanno due settimane di pausa.

“All’inizio avevo una paura tremenda”, racconta. Oggi fare la sminatrice è diventata una routine. “Ho imparato tanto e questo mi dà sicurezza”, spiega.

L’organizzazione non governativa per cui lavora, la Handicap international, è stata fondata nel 1982 da due medici francesi e si batte per i diritti delle persone con disabilità in tutto il mondo. In Colombia è attiva anche nel sostegno alle vittime delle mine antipersona e nella bonifica dei territori contaminati dagli ordigni.

Per questo nei giorni di lavoro Mayra Rosero trascorre ore nella giungla. Spesso lei e i suoi colleghi devono rimuovere parecchia vegetazione e tanto fogliame prima di poter esaminare il terreno. Procedono mantenendo una grande distanza di sicurezza gli uni dagli altri: a seconda del terreno, da dieci fino a cinquanta metri, in modo che le ricerche di uno non mettano in pericolo le vite degli altri. I metal detector sono utili solo in parte quando si ha a che fare con gli ordigni artigianali, spesso costruiti con materiali vari di ogni tipo. Per questo bisogna scavare molto, usando pale, rastrelli e sonde. Gli artificieri scavano sempre di lato, con un’angolazione obliqua, perché le mine saltano in aria con la pressione dall’alto. Per intere giornate avanzano solo di pochi centimetri alla volta, tra la speranza di trovare un ordigno e la paura di saltare in aria.

Mayra Rosero è originaria di questa regione della Colombia e si definisce una campesina, una piccola agricoltrice. Prima di diventare artificiera ha lavorato a lungo nella fattoria dei genitori.

Fare la sminatrice è anche un modo per guadagnare qualcosa in una zona rurale, quella di Nariño, in cui le opportunità scarseggiano. Ma per Mayra è molto più di un semplice lavoro. Lo fa soprattutto per la sua comunità. “Per permettere alla gente di camminare sicura per le strade, di andare al fiume, e ai bambini di giocare all’aperto senza correre rischi”, dice.

Gli abitanti del posto segnalano i luoghi sospetti agli artificieri: a volte dopo mesi di ricerche non viene trovata nemmeno una mina; in altri casi, invece, ne escono decine. Ma il loro lavoro è comunque fondamentale. Se non viene scoperto niente, si elimina per lo meno il sospetto, e gli abitanti possono tornare a usare le proprie terre in tranquillità.

Le doti principali di una sminatrice sono coraggio e pazienza. Rosero lavora con la Handicap international dalla fine del 2025. Ma solo di recente ha trovato per la prima volta quello che cercava e, allo stesso tempo, temeva: una trappola esplosiva, piazzata per uccidere o mutilare.

Girando per i remoti villaggi attorno a Samaniego si capisce una cosa: le mine sono come una maledizione che pesa sulla terra. Restano sepolte anche quando i combattimenti in una regione sono finiti da tempo e gli sfollati sono tornati finalmente a casa. Una maledizione che colpisce particolarmente il popolo indigeno dei pasto. Negli ultimi anni le loro terre nelle regioni montuose di Nariño sono state segnate da un’ondata di violenza. Le persone sono state minacciate e uccise.

Il rituale

Come si sia arrivati a tutto questo e perché, nonostante tutto, continuino a essere fiduciosi nel futuro, i pasto lo spiegano durante un rituale chiamato armonizzazione. “Abbiamo la nostra madre terra. Abbiamo l’acqua, la nostra fonte di vita. Abbiamo la luce, senza la quale non potremmo sopravvivere. E l’aria che soffia in tutti noi”. Sono le parole con cui Maria Dina Melo Rosero, che i pasto chiamano semplicemente mamá Dina, apre il rituale. Davanti a lei, disposti in semicerchio, sono raccolti i frutti della terra dei pasto: platani, carote, arance, ananas, uva e fiori. Al centro una stella composta da chicchi di riso, fagioli e lenticchie.

Mamá Dina è una delle guide spirituali e politiche del popolo pasto. Parla a voce bassa, ma quando prende la parola tutti gli altri stanno zitti.

Il giorno prima del nostro arrivo una trentina di persone della comunità pasto e rappresentanti della Handicap inter-national si sono riuniti nella cittadina di Samaniego per partecipare all’armonizzazione. A seconda del contesto, l’incontro può assumere la forma di un rito spirituale, uno strumento per la risoluzione dei conflitti o uno spazio per la discussione. In realtà, è tutte queste cose insieme.

I pasto sono un popolo profondamente consapevole della propria identità. In epoche passate resistettero coraggiosamente sia all’impero inca sia alla colonizzazione spagnola. Grazie a questa storia di resistenza sono riusciti a conservare fino a oggi la loro identità.

Negli ultimi anni, però, le violenze, mai scomparse del tutto, hanno subìto una nuova impennata. “Abbiamo perso tutto”, racconta Edier Javier Cortez García che ha un ruolo di collegamento tra la Handicap inter-national e le piccole comunità dei pasto grazie alla sua capacità di costruire rapporti di fiducia. A quanto racconta, negli ultimi anni migliaia di persone sono state costrette ad abbandonare i loro villaggi, rifugiandosi in regioni lontane o nella capitale del dipartimento di Nariño, Pasto, che prende il nome proprio da questo popolo. “Siamo stati costretti a vivere lontano dalla nostra terra. E per un popolo indigeno, essere senza terra significa non essere niente”, commenta.

Controllo del territorio

Dopo l’accordo di pace del 2016 con il gruppo combattente delle Farc nella regione di Nariño, come in molte altre parti della Colombia, si è creato un vuoto di potere che lo stato non ha saputo colmare. Ancora oggi l’esercito, più volte coinvolto in omicidi e violazioni dei diritti umani, è poco presente nell’area intorno a Samaniego. Sui muri delle case della cittadina si vedono i graffiti delle organizzazioni guerrigliere Comuneros del sur ed Esercito di liberazione nazionale (Eln).

Quel vuoto è stato occupato da altri gruppi armati, che da allora si contendono il controllo del territorio. Sono fazioni nate dalle guerriglie o semplici bande criminali. Così l’accordo con le Farc, che avrebbe dovuto portare la pace, in molti casi ha finito per provocare ancora più vittime. Per il traffico della droga colombiano, che passa in gran parte attraverso l’oceano Pacifico, la terra dei pasto rappresenta un corridoio strategico che collega le Ande alla costa. Secondo le Nazioni Unite tra il 2020 e il 2023 nel dipartimento di Nariño il numero degli sfollati è triplicato.

Nonostante questo, la strategia del presidente Gustavo Petro, basata sul dialogo e sui negoziati, almeno a Nariño ha ottenuto dei risultati. Nel 2023 i guerriglieri di Comuneros del sur, particolarmente presenti nelle terre dei pasto, hanno avviato trattative di pace con il governo di sinistra guidato da Petro. Da allora il numero degli omicidi e degli sfollamenti forzati è diminuito e molti pasto fuggiti hanno potuto fare ritorno alle loro comunità.Oggi in questa regione si vive una sorta di pace: imperfetta, fragile, ma pur sempre motivo di speranza.

Durante il rito dell’armonizzazione a Samaniego, tra i frutti della loro terra i pasto hanno disposto anche la bandiera della Colombia e quella nera e rossa dei Comuneros del sur. “Siamo grati per i negoziati di pace tra il governo e i Comuneros”, afferma un membro della comunità pasto. “Le nostre voci vengono ascoltate”. Ma, anche dove non si combatte più, le mine rimangono, spesso con conseguenze mortali. I pasto raccontano di un padre in cammino con i suoi due figli lungo un sentiero ritenuto sicuro. All’improvviso un’esplosione: uno dei bambini è morto e l’uomo ha perso la vista. Il figlio sopravvissuto è riuscito a riportare al villaggio il padre ormai cieco insieme al corpo del fratello.

Le mine sono una maledizione e Mayra Rosero vuole sconfiggerla: “Servono a ferire, uccidere e mutilare. Quando le troviamo, salviamo delle vite”.

La Handicap international è impegnata in Colombia dal 2018. La missione di sminamento è cominciata all’epoca degli accordi di pace del 2016 tra il governo colombiano e le Farc. Finora nessun dipendente dell’organizzazione è rimasto ferito durante le operazioni.

Per sei settimane consecutive Mayra Rosero vive, dorme, mangia e lavora insieme ai suoi colleghi nel remoto villaggio di El Vergel. “È come avere una seconda famiglia: stiamo sempre insieme. Giochiamo a domino e a calcio, cuciniamo, puliamo. In realtà non si è mai davvero soli”, racconta. “Le prime tre settimane ci vogliamo tutti bene. Alla quarta cominciano le scaramucce. Alla fine però ci capiamo ancora meglio”, aggiunge un collega. “Quando poi arrivano le due settimane di pausa con i propri cari, sono tutti contenti”.

Le mine sono una maledizione e Mayra Rosero vuole sconfiggerla

Dopo mesi di ricerche che effetto fa trovare finalmente una mina?

“Vedersela davanti all’improvviso fa una paura enorme. Allo stesso tempo però c’è la soddisfazione di aver trovato qualcosa”, racconta Rosero.

Oggi quel frammento di plastica nera sarà distrutto direttamente sul posto. Nel peggiore dei casi l’esplosione di un ordigno potrebbe innescare una reazione a catena facendo detonare altre mine vicine. Per questo vengono fatte brillare tenendosi a una distanza di decine di metri. Un sottile cavo bianco collega il dispositivo d’innesco al detonatore. Il nervosismo di Mayra Rosero e della sua squadra è appena percettibile. I gesti sono precisi, sicuri. La mina viene estratta il più possibile dalla terra, il dispositivo di detonazione viene posizionato a pochi centimetri, puntato direttamente verso l’ordigno. Poi c’è il tempo per allontanarsi.

Aiuti a rischio

Quando torniamo a Samaniego, il rito dell’armonizzazione è quasi finito. Mamá Dina passa tra i partecipanti e versa sui palmi delle loro mani alcune gocce di un siero preparato in casa che profuma di lavanda e acqua di rose.

Mamá Dina, Edier Cortez, le donne della guardia indigena: nessuno sa se il futuro porterà guerra o pace. La data decisiva potrebbe essere stata il 21 giugno, quella del ballottaggio tra il candidato di sinistra Iván Cepeda e quello di estrema destra Abelardo de la Espriella nelle elezioni presidenziali.

Mentre Cepeda aveva promesso di proseguire il percorso dei negoziati di pace, de la Espriella vuole interrompere tutti i negoziati con i gruppi armati e governare con il “pugno di ferro”.

“Per alcuni il processo di pace non significa nulla: non hanno vissuto quello che abbiamo dovuto vivere noi. Non hanno dovuto seppellire i loro morti”, dice mamá Dina. Nelle terre dei pasto si vedono quasi solo i manifesti elettorali di Cepeda e della sua vicepresidente indigena Aída Quilcué. Qui il fatto che abbia vinto de la Espriella potrebbe significare la fine della fragile pace.

Non sarà solo la vittoria di de la Espriella a determinare se nei piccoli villaggi intorno a Samaniego si potrà ancora continuare a rimuovere le mine. Il lavoro della Handicap international è a rischio, perché i fondi del ministero degli esteri tedesco sono stati sospesi a partire da agosto nell’ambito di una serie di tagli alla cooperazione allo sviluppo. La Handicap inter-national è riuscita a trovare altri finanziatori, almeno per una parte delle attività svolte nell’area di Samaniego. Ma solo a breve termine.

Altri, però, continueranno a incassare denaro, come i cartelli della droga, che nelle terre dei pasto contrabbandano, uccidono e piazzano mine.

Ma ora, nel mezzo della giungla di Nariño, nessuno ci pensa. È arrivato il momento di far esplodere la prima mina trovata da Mayra Rosero. Qualcuno lancia un ultimo grido di avvertimento, preme un pulsante e subito si sente un boato in lontananza. Dopo, solo silenzio. ◆ nv

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Questo articolo è uscito sul numero 1681 di Internazionale, a pagina 110. Compra questo numero | Abbonati