Frank Stella, Agbatana II, 1968 (collezione MAMC+/ADAGP, Paris)

Nel ritratto di Frank Stella all’ingresso della mostra che il Mamc+ gli ha dedicato a due anni dalla morte, l’artista è seduto su una panchina del suo atelier. Si fa da parte per lasciare la scena a otto dipinti che ha selezionato e allestito. La piccola tela quadrata è dalla serie Quadrati concentrici, cominciata nel 1961, il monocromo è un’opera di Yves Klein, il dipinto a sinistra è di Rauschenberg, mentre gli altri sono di difficile attribuzione. L’artista sembra voler suggerire che cambierà tutto ma non vuole farlo da solo. Ed è ciò che afferma la mostra. Stella rinnega la pittura di paesaggio, i ritratti e le nature morte. Comprende che la pittura non ha nessuna via di fuga davanti ai limiti imposti dalla tela, ai quali le sue forme concentriche ripetute all’infinito si adeguano. Nei suoi monocromi neri, nei quadri dai contorni frastagliati, nei dipinti barocchi che mescolano forme e colori che si alleano senza amarsi in una gara di ostentazione e contorsioni, la pittura scorre qualunque cosa accada. È inevitabile rassegnarsi e lasciarla traboccare come un fiume in piena, senza erigere alcuna diga contro il suo flusso inarrestabile. Libération

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Questo articolo è uscito sul numero 1681 di Internazionale, a pagina 126. Compra questo numero | Abbonati