Come ogni film del maestro russo (ora in esilio in Francia), Minotaur, liberamente ispirato a Stéphane, una moglie infedele di Claude Chabrol, è un gioco freddo e cristallino di composizione e durata, di spazio e tempo cinematografico. In tutto questo spazio un semplice dramma familiare si espande in una potente allegoria dei meccanismi dell’autoritarismo russo. Al centro della storia la coppia formata da Gleb e Galina (Mazurov e Lebedeva, entrambi eccezionali), attraenti e ricchi, vivono con un figlio adolescente scontroso in una casa che rappresenta perfettamente il privilegio senz’anima. Gleb amministra un’azienda di logistica ed è un uomo importante nella loro piccola città. Gli viene chiesto di stilare una lista di 14 dipendenti (14 come i giovani da sacrificare al Minotauro nel mito greco) che saranno arruolati e spediti a combattere in Ucraina. Oltre a questo Gleb sospetta anche che Galina abbia una relazione extraconiugale. Non prendiamo le parti di nessuno perché nella Russia di Zvjagincev nessuno suscita simpatia.
Jessica Kiang, Sight & Sound
Francia / Lettonia / Germania 2026, 135’. In sala
Francia 2025, 103’. In sala
Nel 1908, in una città francese di provincia, il notaio André (Swann) e la moglie Victoire vivono in una casa borghese. Forse dovremo dire convivono, perché anche se si parlano con affetto dormono separati e Victoire adempie solo sporadicamente al suo “dovere coniugale”. Secondo uno schema diffuso all’epoca, André, senza scrupoli o remore, placa il suo desiderio con la domestica Céleste (Galatéa Bellugi), che alla fine rimane incinta. Il film sembra concentrarsi sugli obblighi, sulle corvée. Ci rientra anche la sessualità: il “dovere coniugale” della sposa, lo “ius primæ noctis” sulla domestica, il desiderio soffocato. Ma anche, nel caso degli autori, i doveri a cui ci sottopone questo genere di scavo nel passato: la sottomissione delle donne, quella di tutti all’ordine costituito, e come le solitudini di uomini e donne si alimentino reciprocamente.
Hervé Aubron, Le Monde
Francia 2026, 110’. In sala
Il racconto della quotidianità della casa delle donne di Saint-Denis, struttura associativa che aiuta le donne che hanno subìto violenza sessuale, si scontra con il limite dell’esercizio agiografico. Pur cadendo in alcune trappole, il film di Godet trova nella coralità un’energia battagliera. Ogni personaggio, quale che sia il suo atteggiamento o la sua estrazione sociale, porta la sua carica di sofferenza alla lotta collettiva. E così La maison des femmes trascende la dimensione di spot militante per tornare all’aspetto più concreto e delicato del lavoro che unisce questo gruppo di persone di fronte a una tempesta che si rinnova continuamente.
Vincent Malausa, Cahiers du cinéma
Stati Uniti 2025, 89’. In sala
Quello del loop temporale è un trucco stilistico molto amato, che si tratti di Bill Murray che cerca di conquistare Andie MacDowell (Ricomincio da capo) o di una studente universitaria che cerca di scoprire chi l’ha uccisa (Auguri per la tua morte). In questo eccellente nuovo horror indie, un gruppo di ventenni, dopo aver aiutato un amico nel suo trasloco partono in automobile in piena notte in cerca di cibo. Quando il gps li spinge sempre più all’interno di una foresta desolata, diventa chiaro che si sono perduti. Ogni volta che provano a fermarsi sono assaliti da un gruppo di persone che somigliano a loro in modo inquietante: giovani che sembrano sperduti in mezzo alla foresta. Realizzato con un budget di 50mila dollari, l’esordio di Alex Ullom trasmette un palpabile senso di angoscia. E mentre i ragazzi cercano di capire come sono finiti nel loop noi cominciamo a porci fondamentali interrogativi esistenziali: qual è la vera differenza tra una strada infinita che non porta da nessuna parte e il terrore quotidiano di precipitare verso un futuro in cui nulla è garantito e tutto, molto probabilmente, peggiorerà?
Owen Myers, The Guardian
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