C’è una scena incantevole nel Piccolo principe di Antoine de Saint-Exupéry, il classico senza tempo pubblicato nel 1943, in piena seconda guerra mondiale. Il principe ha un giardino di rose, ma ne ama una sola, “perché è lei che ho annaffiato”, spiega. “È il tempo che hai dedicato alla tua rosa che rende la tua rosa così importante. […] Tu diventi responsabile per sempre di ciò di cui ti sei preso cura”. Quello che vale per il principe e la sua rosa vale anche per la nostra civiltà e il pianeta. Non è l’unico pianeta dell’universo, ma è l’unico di cui prenderci cura ed è fragile come una rosa. Nessuno lo salverà da noi, se non noi stessi.

Siamo tutti piccoli principi. L’irresponsabilità che mostriamo nel nostro legame con il pianeta ci ha portato a vivere in tempi apocalittici. L’apostolo Giovanni aveva predetto l’apocalisse mentre i nostri profeti più recenti, purtroppo, si sono sbagliati. Tutto è cominciato con il sociologo di Harvard Daniel Bell, che nel 1960 pubblicò La fine dell’ideologia e in seguito diversi libri sulla società postindustriale. L’epoca delle rivoluzioni era finita. Quella industriale cedeva il passo al dominio dei servizi: processi immateriali che creano valore attraverso la comunicazione anziché attraverso la vecchia catena della produzione e dello scambio. Il futurologo Alvin Toffler trasformò l’idea postindustriale in una convinzione diffusa. Al culmine della guerra fredda annunciò l’epoca dell’informazione come una terza ondata, destinata a lasciarsi alle spalle quelle dell’agricoltura e dell’industria. Avrebbe portato l’umanità oltre la scarsità di risorse e di lavoro, verso una nuova prosperità fondata su idee e simboli. In seguito internet è stata vista come la porta d’ingresso nell’era postindustriale. La globalizzazione assegnò i ruoli. Prodotto in occidente, il software sembrava più avanzato, e attirava più capitali, dell’hardware fabbricato in oriente.

Poi arrivò Francis Fukuyama. Quando cadde il muro di Berlino lavorava al dipartimento di stato statunitense e osservò la democrazia liberale sbaragliare i suoi rivali. Non restava più niente da decidere con la forza delle armi o da risolvere con quella degli argomenti. Nella sua visione, a sopravvivere alla fine della storia era una creatura abituata alla sicurezza e profondamente priva di eroismo. Nel recente In the realm of the last man, Fukuyama ridimensiona alcune di queste esagerazioni. Per spiegare le guerre e le crisi che si susseguono dal 1989 introduce un nuovo fattore: il succedersi delle generazioni. Incalzate dalla noia e tormentate dall’angoscia del potere, le nuove generazioni si dedicano a confutare le idee di chi le ha precedute. Così Fukuyama motiva le guerre in corso: una “lotta fine a se stessa”, anche se il mondo, a suo dire, “è in buona salute”. Nel libro compare una precisazione dal tono inaspettatamente freudiano: i padri combattevano contro i nemici mentre i figli combattono contro i padri. I padri affrontavano i paesi rivali e i figli cercano di minare le istituzioni ricevute in eredità. Nella sua versione più recente, la nostra molteplice crisi è, a quanto pare, un mondo che se la passa piuttosto bene e la sua fine è, in realtà, solo un cerchio che si chiude.

La differenza principale tra il piccolo principe e l’ultimo uomo è la rosa. L’ultimo uomo non ha tempo da dedicarle. La comunità politica smaterializzata in cui vive si è lasciata alle spalle ogni preoccupazione per la materialità del proprio ambiente. Non ama nessun luogo in particolare, un pianeta, un paese o il parco vicino a casa. Nessuno degli elementi di questa terra, siano essi aria, acqua, terra e fuoco, potrà mai scarseggiare. Sono stati completamente saccheggiati, sfruttati, inquinati e poi ignorati. Il piccolo principe, invece, torna dalla sua rosa a costo di sacrificarsi: le ha dedicato così tanto tempo che è pronto a dedicargliene molto altro.

In realtà, le ondate che avrebbero dovuto farci superare la lotta per la terra, l’acqua, l’aria e il fuoco non sono mai arrivate. Anche quando la guerra li ha trasformati in zone di morte, si lotta ancora disperatamente per territori che potevano essere benessere e ricchezza. Basta guardare l’amaro destino del Donbass, la regione carbonifera dell’Ucraina al centro della guerra in corso nell’Europa orientale. Il paragone più vicino, nell’Europa occidentale, è il bacino della Ruhr, passato più volte di mano durante le due guerre mondiali. La Ruhr era l’arsenale della potenza tedesca e, proprio per questo, ossessionava i nemici della Germania. Nel 1923 le truppe francesi e belghe la occuparono per riscuotere in carbone e coke le riparazioni della prima guerra mondiale. L’occupazione fece crollare la moneta tedesca, alimentando i rancori da cui sarebbe nato il conflitto successivo. Alla fine i vincitori tornarono a discutere su chi dovesse controllare le miniere e gli stabilimenti. La soluzione si rivelò una delle grandi invenzioni del novecento: anziché lasciare il bacino conteso nelle mani di un singolo stato, nel 1951 la Comunità europea del carbone e dell’acciaio ne affidò le risorse a un’autorità sopranazionale. L’Unione europea risolse il problema della Ruhr mettendone in comune il tesoro. Poi il carbone per cui si erano combattute due guerre mondiali perse gradualmente ogni valore. L’ultima miniera della Ruhr ha chiuso nel 2018, rimpianta solo dai minatori.

Il Donbass, fondato negli anni settanta dell’ottocento da un industriale siderurgico gallese, ha seguito la stessa traiettoria, ma con un epilogo più crudele. Era la fornace dell’Unione Sovietica, il teatro dei record di Stachanov e di un culto del carbone diffuso in tutto il paese. Come la Ruhr, fu conteso, occupato e devastato durante la seconda guerra mondiale. Come nella Ruhr, alla fine del secolo il suo carbone era già in declino. Ma mentre la contesa sulla Ruhr si risolse mettendone in comune le risorse, quella sul Donbass è stata riaperta dalla conquista. Dal 2014, e in modo catastrofico dal 2022, gli eserciti si combattono metro per metro per una regione dove le miniere si allagano, i cumuli di scorie bruciano e l’industria si spegne. È lo stadio terminale della lotta per le risorse: l’elemento è esaurito, ma si continua a combattere per averlo. Nel Regno Unito, in Germania e negli Stati Uniti, insomma in tutto l’occidente tranne che in Polonia, dove si continua a estrarre nonostante tutto, le regioni carbonifere sono le più povere del paese. Naturalmente resta la speranza che una nuova domanda di metalli rari o qualche progresso tecnologico ne riscriva il destino. Le vecchie miniere potrebbero essere riutilizzate come gigantesche batterie gravitazionali; le cave di carbone potrebbero ospitare impianti fotovoltaici o laghi pittoreschi. Se queste prospettive giustifichino una guerra è un’altra questione.

Gli antichi sapevano qualcosa che i nostri futurologi hanno dimenticato. Empedocle insegnava che tutto, nel mondo, è composto da quattro elementi: aria, acqua, terra e fuoco. Non nascono e non muoiono, ma si uniscono e si separano, mossi da due grandi forze: l’Amore, che li avvicina, e la Contesa, che li divide. Combinando gli elementi, ogni nostra produzione è opera dell’Amore, mentre tutte le nostre guerre sono opera della Contesa. Eraclito aveva assegnato a un elemento il primato sugli altri. Il fuoco, diceva, è il principio di tutto; tutte le cose si scambiano con il fuoco, come le merci con l’oro. Venticinque secoli dopo siamo tornati alla sua intuizione. Quella che chiamiamo energia è la forma pura del fuoco: un fuoco separato dalla fiamma, misurato, prezzato e trasportato attraverso i continenti. E l’elettricità è la forma più pura dell’energia: fuoco raffinato fino a diventare invisibile, che scorre silenzioso nella rete, pulito dove viene usato, per quanto sporco possa essere dove viene prodotto. Più una civiltà è avanzata, più dipende disperatamente dagli elementi che credeva di essersi lasciata alle spalle. Pensiamo ai servizi, che nelle utopie postindustriali avrebbero dovuto creare valore senza consumare risorse naturali. In realtà le nostre industrie più immateriali sono consumatrici voraci di elementi. Il sistema bancario globale, attraverso cui circolano i nostri stipendi e i nostri debiti, consuma circa 260 terawattora di elettricità all’anno, più dell’intera Spagna. Le criptovalute, la più pura astrazione finanziaria mai concepita – monete senza nessuna garanzia, che non esistono in nessun luogo – si rivelano il denaro che spreca più risorse nella storia. La sola rete bitcoin assorbe circa 170 terawattora all’anno, un consumo paragonabile a quello del Viet­nam. Una singola transazione su questa rete brucia più di ottocento chilowattora: abbastanza da alimentare il consumo elettrico di una famiglia media per un mese.

Gli esseri umani hanno sempre usato elementi naturali come unità di scambio standardizzate: le popolazioni costiere usavano le conchiglie, i russi nel medioevo le pellicce, gli svedesi del settecento pezzi di rame. Molte nazioni moderne si sono affidate all’oro. Come tutti i metalli, l’oro è una combinazione di terra, il minerale, e fuoco, l’energia necessaria a fonderlo e lavorarlo. Ma l’oro è uno degli elementi chimici più stabili ed è per questo che è stato scelto per gli scambi globali. L’oro digitale dev’essere estratto di continuo, le sue fornaci non possono mai spegnersi. Eraclito l’avrebbe capito immediatamente: ecco un denaro che non si limita a rappresentare il fuoco, ma è esso stesso fuoco, una combustione incessante. Eppure tutto questo è solo un modesto preludio al più grande divoratore di fuoco dell’epoca immateriale: l’intelligenza che chiamiamo artificiale.

L’intelligenza artificiale (ia) è stata annunciata come il trionfo definitivo dell’economia smaterializzata: pensiero puro, separato dai cervelli e dalle loro sgradevoli necessità, come il cibo, gli stipendi e le pensioni. Si è rivelata il progetto industriale più dispendioso del nostro tempo o forse di ogni tempo. Nel 2025 i data center del mondo, gli impianti fisici in cui vive questa intelligenza incorporea, hanno consumato circa 485 terawattora di elettricità. L’Agenzia internazionale per l’energia prevede che entro il 2030 il consumo più o meno raddoppierà, arrivando a circa il 3 per cento di tutta l’elettricità prodotta sulla Terra. Entro quella data i data center consumeranno complessivamente tanta elettricità quanta ne usa oggi l’intero Giappone. In Irlanda, orgoglioso polo europeo dell’economia digitale, assorbono già circa un quinto dell’elettricità nazionale, e a Dublino quattro quinti.

Inoltre alle macchine dell’ia non serve solo il fuoco: hanno bisogno di tutti gli elementi insieme. Prima di tutto l’acqua: le sale dei server devono essere raffreddate e presto l’intelligenza artificiale mondiale potrebbe richiedere il prelievo di miliardi di metri cubi d’acqua all’anno. Divora anche la terra, attraverso i metalli rari contenuti nei chip, ma ancora di più attraverso le superfici necessarie a far funzionare questi enormi data center, più grandi di molti stabilimenti e fabbriche del passato. L’intelligenza è artificiale, ma gli elementi che consuma sono naturali. Empedocle avrebbe riconosciuto subito questa configurazione: una grande opera dell’Amore, che lega fuoco, acqua, terra e aria in combinazioni nuove e, come insegnava, ogni combinazione attira la propria Contesa. È cominciata la corsa all’elettricità, ai diritti sull’acqua, alle filiere dei minerali e alla terra su cui sorgono i data center.

L’ultima fantasia di un’informatica smaterializzata si affida alle energie rinnovabili. La proposta è seducente: costruire dove splende il sole, avvolgere i server in pannelli solari e lasciare che sia il sole ad alimentare la nuvola. Qualche testo promozionale parla già di isole autosufficienti. Ma non ne esiste nessuna. Un data center non dorme mai e ha sempre bisogno di energia e acqua. È stato stimato che quello della Meta in Arizona consumi circa 212 milioni di litri d’acqua potabile all’anno, in un’area che ha limitato la costruzione di nuove case per preservare le falde acquifere.

Poi c’è la terra. Per alimentare un unico grande data center da cento megawatt solo nelle ore di luce, bisognerebbe ricoprire di pannelli dai tre ai cinque chilometri quadrati di deserto: cinque o seicento campi da calcio affiancati, inclinati verso il sole. Una superficie pari a sette-dieci volte la Città del Vaticano. Per ogni metro quadrato di sala server, un data center ha bisogno di cinquanta metri quadrati di pannelli solari solo per funzionare di giorno, e di cento per restare acceso anche di notte. Impressionante, no? E questo prima ancora che sia stato estratto e fuso un solo grammo del silicio, dell’argento e del rame necessari a costruire i pannelli. Il fuoco che arriva dal cielo si rivela una pretesa sulla terra: il quarto elemento mescolato al terzo. L’edificio con le sue macchine sofisticate è la punta visibile, come il fiore di una grande magnolia; il campo fotovoltaico e i pozzi sono il tronco e le radici.

Christian Dellavedova

Per Empedocle il fuoco è la radice degli altri elementi e il piccolo principe lo conferma: senza energia non possiamo neppure annaffiare una rosa. Sul nostro pianeta continuiamo a ricavare questo fuoco soprattutto dal sottosuolo. Nel 2025 i combustibili fossili – petrolio, carbone e gas – hanno fornito circa l’86 per cento dell’energia primaria mondiale, mentre tutte le rinnovabili insieme si sono fermate intorno al 6 per cento. Il petrolio resta la fonte principale. Ogni giorno il mondo ne brucia più di cento milioni di barili. Se fossero distribuiti in modo uniforme, sarebbero quasi due litri di greggio al giorno per ogni essere umano. Ma naturalmente non lo sono, ed è questo il punto.

Uno statunitense medio consuma petrolio a un ritmo pari a dieci o quindici volte quello di un indiano o di un africano medio. Così la media globale di due litri si dissolve nell’abisso tra chi brucia il fuoco del pianeta e chi ne eredita solo le conseguenze. Confrontiamolo con il cittadino di un petrostato esportatore, per esempio un russo. Ogni giorno brucia poco più di quattro litri di petrolio, già il doppio della media mondiale. Ma la sua terra, che non è davvero sua, ne produce molto di più. La Russia estrae circa dieci milioni di barili al giorno, dodici litri di greggio per abitante, che ne consuma appena un terzo. Il resto scorre all’estero: prima verso l’Europa, oggi verso l’India e la Cina, attraverso la flotta ombra che trasferisce il petrolio da una nave cisterna all’altra per aggirare le sanzioni. Il denaro non torna al cittadino: va direttamente all’erario e dall’erario all’esercito.

Questo è il petrostato. Il suo cittadino non è proprietario della terra né consumatore del suo fuoco: è un prestanome, il titolare nominale di un sottosuolo venduto a sua insaputa. Lo stato russo è ricco, mentre il russo medio è povero, perché lo stato si appropria del suo petrolio e del suo denaro e perfino del suo corpo e della sua anima. Qui la nazione mostra il suo vero volto: un paese definito non più dalla lingua che parlano i suoi abitanti o dal lavoro che svolgono, ma da quello che giace sotto i loro piedi e che può essere pompato, prezzato e spedito altrove.

È per questo che l’Ucraina, nella sua coraggiosa difesa, punta a incendiare le raffinerie russe. Tra tutti gli impianti del sistema militare-industriale, quelli che trasformano il petrolio in combustibile utilizzabile sono i più vulnerabili. Sviluppate in altezza, estese in larghezza e piene di sostanze infiammabili, queste enormi strutture sono indispensabili tanto in guerra quanto in pace, ma in tempo di guerra non sopravvivono. Gli stati colpiti dall’aggressione petrolifera possono sempre contare su questa vulnerabilità: il tallone d’Achille del petrostato.

È sempre esistita un’altra strada, gli italiani la conoscono. Enrico Mattei costruì l’Eni per una nazione quasi priva di petrolio. Rifiutando le condizioni del grande cartello delle aziende petrolifere, trattò alla pari con i paesi produttori. Morì nel 1962 quando il suo aereo precipitò vicino a Bascapè: un sabotaggio, come crede ancora la maggior parte degli italiani. Mattei è la prova che la politica energetica la fanno le persone, non i giacimenti, e un monito su quanto sia pericoloso farla bene.

Ma l’Italia conosce anche l’altra faccia della medaglia, che si trova al sud. La Sicilia concentra quasi la metà della capacità di raffinazione del paese, in una serie di impianti lungo la costa orientale. Non furono costruiti lì perché l’isola aveva petrolio – i suoi pozzi sono sempre stati marginali – ma perché aveva una baia profonda, manodopera a basso costo e una posizione al centro del Mediterraneo. A partire dal 1949, con i fondi del piano Marshall, le raffinerie e gli stabilimenti petrolchimici di Augusta, Priolo e Melilli diventarono uno dei più grandi complessi d’Europa. Arrivarono a impiegare ventimila persone e ancora oggi forniscono un terzo dei prodotti petroliferi italiani. Eppure lo sviluppo non è mai arrivato. Gli studiosi italiani più critici parlano di industrializzazione senza sviluppo: un sud agricolo trasformato in sito industriale attraverso un’operazione di colonialismo interno. Ad arrivare è stato l’inquinamento: tumori, malformazioni congenite e mercurio nella baia. Da allora gli impianti sono passati in mani straniere e ora chiudono o si riconvertono: sempre più spesso la Sicilia produce il suo fuoco ricavandolo dal sole e dal vento. Vicino a Venezia la raffineria dell’Eni di Porto Marghera è stata trasformata in un impianto per biocarburanti, la prima riconversione di questo tipo al mondo. È di nuovo l’azienda di Mattei e la simmetria merita una riflessione: la stessa impresa che aveva insegnato a un paese povero di risorse a negoziare per ottenere petrolio ora gli insegna a smettere di bruciarlo.

Nessuno degli elementi di questa terra, siano essi aria, acqua, terra e fuoco, potrà scarseggiare. Sono stati completamente saccheggiati, sfruttati, inquinati e poi ignorati

Senza che i futurologi l’avessero previsto, viviamo in una nuova epoca di guerre. La terra e l’acqua sono contese non solo come riserve di materia, ma come vie di passaggio: lo stretto, il canale, l’oleodotto, la rotta marittima, il solco sul fondale in cui passa un cavo. Qui l’elemento vale per ciò che deve attraversarlo, anziché per ciò che se ne può estrarre. Una petroliera non può teletrasportarsi: petrolio, gas e cereali devono spostarsi fisicamente e le rotte che percorrono sono poche, strette e facili da chiudere. Chi controlla il passaggio tiene una mano alla gola di chi dipende da quella rotta. La geografia del potere contemporaneo coincide sempre più con la mappa di queste strozzature.

Circa un quinto del petrolio mondiale passa attraverso lo stretto di Hormuz; una grande quota del commercio globale attraversa il canale di Suez e molto altro transita per il Bosforo, il canale di Panamá e le rotte contese del mar Cinese meridionale. Nel Baltico passa appena il 6 per cento del petrolio trasportato via mare nel mondo, eppure è questo mare a raccontare la storia più strana. Circa il 60 per cento delle esportazioni petrolifere russe esce dal Baltico e dagli angusti stretti danesi: un passaggio tanto stretto che l’Europa potrebbe chiuderlo in un pomeriggio. Il petrolio viaggia su una flotta ombra di vecchie petroliere quasi prive di assicurazione, circa 175 al mese, che le democrazie costiere sorvegliano e lasciano passare. Ecco una strozzatura che l’Europa controlla ma non osa sfruttare. L’ultimo uomo non chiude gli stretti: li registra, li fotografa e archivia il rapporto. A Hormuz uno stato debole tiene il mondo con il fiato sospeso da quarant’anni minacciando di chiudere un passaggio; nel Baltico un’unione ricca e potente rinuncia a chiuderne uno che potrebbe facilmente bloccare. Quando nel 2022 i gas­dotti Nord stream furono tranciati sul fondo del Baltico, la politica di un intero continente ne fu sconvolta. Il giacimento è locale, il flusso è globale. È anche l’altra faccia del Donbass. Il carbone nel sottosuolo è esaurito, ma l’Ucraina è più contesa per ciò che la attraversa che per ciò che custodisce: i gas­dotti che per anni hanno trasportato il gas russo in Europa, i porti del mar Nero da cui il grano ucraino raggiunge tre continenti, le ferrovie su cui le merci occidentali viaggiavano verso la Russia e la Cina.

E ora arriviamo all’aria, l’elemento di cui la nostra civiltà si preoccupa meno, convinta che sia abbondante e gratuito. Lo trascuriamo perché non abbiamo ancora trovato il modo di nazionalizzarlo o privatizzarlo. Per millenni il vento è stato l’emblema della libertà: soffia dove vuole e non appartiene a nessuno. Proprio per questo l’aria è l’elemento più maltrattato, un bene comune senza custode. Per ora non esistono fondi sovrani dell’ossigeno, ma le prossime generazioni li vedranno spuntare, come si dice, dal nulla.

Il fuoco produce fumo, e questo – l’aria che compromettiamo su scala globale – è la misura più autentica della crescente dipendenza della nostra economia dagli elementi. Il fabbisogno energetico riversa nell’atmosfera più di 35 miliardi di tonnellate di anidride carbonica all’anno, oltre a molti altri miliardi di tonnellate di inquinanti: zolfo, ossidi di azoto, polveri sottili sospese e invisibili nell’aria di ogni città. Secondo le stime del Lancet countdown, questo fumo di particelle uccide ben più di due milioni di persone all’anno per il solo inquinamento atmosferico esterno e altri milioni a causa dei combustibili inquinanti bruciati nelle case dei poveri del mondo. Nell’aria, come in tutti gli altri elementi, il peso si distribuisce con una disuguaglianza brutale. I ricchi bruciano il fuoco, i poveri respirano il fumo. La ferita più profonda che il fumo infligge all’aria non è locale e immediata: è planetaria e lenta. L’anidride carbonica non si disperde e non scompare: si accumula, trasformando l’atmosfera in una coperta sempre più spessa. È il riscaldamento climatico che governa il nostro secolo. Il Lancet countdown rileva un aumento di quasi un quarto dei decessi legati al caldo rispetto agli anni novanta, un’espansione delle aree di diffusione delle malattie infettive e perfino la perdita del riposo: il caldo sottrae ormai circa un’ora di sonno per notte.

Le previsioni sono cupe: mari che s’innalzano fino a sommergere coste e stati insulari, siccità che si alternano ai conflitti, raccolti perduti e popolazioni in movimento. Circa 157 milioni di persone vivono oggi a meno di un metro sopra il livello del mare. La siccità è stata registrata su due terzi delle terre emerse, contribuendo a spingere nella fame circa 124 milioni di persone in più rispetto a una generazione fa. Il migrante climatico è diventato la figura rappresentativa dell’epoca che arriva, come il minatore lo era di quella precedente. A peggiorare le cose, i partiti di estrema destra dei paesi ricchi del nord sfruttano l’immigrazione, irrigidendo i controlli alle frontiere e trasformando le espulsioni in uno spettacolo politico. Non possono eliminarla, perché il migrante è il loro combustibile, come il proletariato lo era per i partiti di estrema sinistra del passato. L’aria presenta il conto più alto. Non è mai stata senza costo: semplicemente, per un po’, nessuno ce l’ha fatto pagare. Non resteremo mai senza petrolio: prima resteremo senza aria.

La massa complessiva delle risorse naturali che la nostra civiltà consuma ogni giorno è vertiginosa. L’umanità strappa ormai alla Terra circa 106 miliardi di tonnellate di materiali all’anno: biomasse, combustibili fossili, metalli, sabbia e pietra. Più del triplo di quanto estraeva nel 1970. Dividendo il totale per ogni uomo, donna e bambino, sono circa 39 chili di materia al giorno. Questo dato comprende solo il prelievo di materia dal suolo – biomasse, combustibili, metalli e minerali – escludendo del tutto acqua e aria, per il semplice motivo che includerle renderebbe la cifra ingestibile. La sola acqua, se la pesassimo, farebbe impallidire tutto il resto: l’umanità ne preleva circa 1.400 litri a persona al giorno. Non è l’acqua che beviamo, ma quella spesa silenziosamente per nostro conto per produrre viveri e far funzionare l’industria: quaranta volte il peso di tutta la materia solida che estraiamo. E l’aria, che consumiamo per alimentare il nostro fuoco, non è conteggiata affatto.

Christian Dellavedova

La montagna di materia estratta cresce ogni anno, un po’ più lentamente dell’economia. Il disaccoppiamento, ovvero l’aumento della ricchezza mentre l’uso dei materiali in realtà diminuisce, non si osserva quasi mai su scala globale. Quello che si osserva è un disaccoppiamento relativo: si ricava un po’ più di valore da ogni tonnellata, ma le tonnellate continuano ad aumentare. I successi vantati dai singoli paesi si rivelano giochi di prestigio contabili: si misura solo ciò che viene estratto entro i confini nazionali, mentre le piattaforme petrolifere, le miniere e le fonderie che li alimentano sono state semplicemente trasferite all’estero. Se si contano le risorse incorporate nelle importazioni di un paese ricco, la sua vera impronta materiale, si scopre che ogni punto percentuale di crescita del pil si accompagna a un aumento della massa degli elementi consumati per ottenerlo. L’economia postagricola e postindustriale non si è smaterializzata: ha delocalizzato la materia e poi si è dimenticata dove l’aveva messa.

Di solito la delocalizzazione viene descritta nel linguaggio dell’economia come vantaggio comparato, manodopera meno costosa, regole meno severe. Ma è anche una strategia per dimenticare. Quando un paese chiude le miniere e gli stabilimenti e compra all’estero lo stesso carbone, acciaio e silicio, non consuma meno materia, ma la sottrae alla vista. L’estrazione continua: si scava ancora, si avvelenano i fiumi e si inquina l’aria, ma tutto questo succede altrove, a qualcun altro, fuori dai conti e dall’immagine che il paese ha di sé. Quella che nei bilanci nazionali appare come smaterializzazione è in realtà una ricollocazione della materia, accompagnata dalla silenziosa cancellazione delle tracce. Il fumo che un tempo avvolgeva Manchester o la Ruhr ora si addensa sullo Shanxi o sulla cintura del rame congolese. Lontano dalle nostre teste e dai nostri pensieri. È così che il nord post­industriale ha potuto credere alla sua profezia. La smaterializzazione era una questione di contabilità. Se si tiene conto delle risorse incorporate in tutto ciò che un paese importa, la materia delocalizzata ricompare nei conti, come un ricordo rimosso che riaffiora in chi ha subìto un trauma. Il piccolo principe saprebbe subito riconoscere questa mancanza. Per essere responsabili di ciò di cui ci siamo presi cura, dice, dobbiamo sapere quanto tempo e quanta acqua sono serviti: dobbiamo ricordare come è stato fatto. La delocalizzazione è il rifiuto industriale di questa conoscenza: ci permette di tenere la rosa dimenticando chi l’ha annaffiata e a quale prezzo. Una società che non vede gli elementi di cui vive non può sentirsene responsabile. Se ha scelto deliberatamente di non vederli, si è costruita la sua innocenza.

Se i nostri profeti non hanno visto gli elementi, è perché le grandi ideologie ereditate dal passato gli avevano insegnato a non guardarli. Le tre dottrine che si sono spartite il novecento – marxismo, liberalismo e nazionalismo – non concordano quasi su niente, ma condividono un silenzio. Ognuna si fonda sull’idea che gli elementi siano lo sfondo della storia anziché il suo motore. Ognuna ha trovato il modo di ignorare aria, acqua, terra e fuoco per concentrarsi sul dramma umano che preferiva raccontare. A dire il vero, ognuna ha generato una corrente di dissenso: un marxismo ecologico, un ambientalismo liberale, un nazionalismo conservazionista che amava abbastanza i propri paesaggi da recintarli. John Maynard Keynes propose fondi internazionali per le materie prime. Ma tutte queste idee sono rimaste eresie ai margini. Si discuteva di chi dovesse possedere il mondo e di come governarlo. Che il mondo fosse fatto di materia esauribile e che questa potesse dettare i termini della disputa erano questioni che le ideologie non erano interessate ad affrontare.

Il marxismo ha posto il lavoro all’origine di ogni valore. È il lavoro umano, mescolato alla materia prima, a creare ricchezza; la natura fornisce gratuitamente la materia prima, un dono privo di costi pratici e quindi di peso teorico. Marx sapeva che le cose erano più complesse – scrisse che la natura è un partner alla pari nel “metabolismo” umano – ma il sistema da lui fondato ha continuato a privilegiare il lavoro e gli stati costruiti in suo nome sono diventati quelli che hanno sfruttato più ferocemente le risorse naturali nel corso del secolo. Il socialismo sovietico sognava la trasformazione della natura e ne ha prodotto l’avvelenamento: il lago d’Aral prosciugato, i giacimenti petroliferi allagati, i fiumi trasformati in fogne. Nell’immaginario marxista gli elementi sono materia inerte in attesa del tocco redentore del lavoro, mai protagonisti autonomi. La natura è il palcoscenico, a parlare sono solo il lavoro e il capitale.

Il liberalismo aggira gli elementi in un modo più raffinato: gli assegna un prezzo. Nella visione liberale non esistono limiti assoluti, ma solo scarsità relative e ogni scarsità si esprime in un prezzo. Se il petrolio diventa caro, il mercato farà comparire delle alternative. Se una risorsa si esaurisce, sarà sostituita da un’altra, perché il capitale e l’ingegno possono rimpiazzare qualsiasi cosa la terra si rifiuti di fornire. La natura diventa capitale, una riserva di merci con un prezzo, e tutto ciò a cui non se ne può assegnare uno, come un clima stabile o un’atmosfera respirabile, scompare dai conti come esternalità, la parola con cui gli economisti indicano un costo che hanno deciso di non vedere. Ma nessuno ha mai bevuto o respirato un prezzo. Il liberalismo crede che gli elementi siano sostituibili, che si possa sempre trovare il fuoco altrove e comprare l’acqua da un altro venditore. La delocalizzazione ha reso plausibile questa convinzione. Ma la materia non è mai stata superata, è stata solo trasferita e dimenticata, e il conto rinviato sta arrivando con gli interessi. A prima vista il nazionalismo sembra il più legato alla terra dei tre: parla continuamente di suolo. Ma il suo suolo è spirituale più che materiale, la patria romantica del sangue e della memoria anziché un filone di carbone o un campo di grano. La nazione classica era una comunità culturale: una lingua condivisa, un’origine comune, un paesaggio amato per la sua bellezza e per le sue tombe. Anche qui gli elementi compaiono solo sotto mentite spoglie, abbelliti come paesaggio, adottati come madrepatria, mentre la loro sostanza materiale resta inespressa sotto il mito.

Ecco allora comparire la mutazione attualmente in corso, lo sviluppo che avrebbe sorpreso tutte e tre le dottrine. Il nazionalismo cambia fondamento: scivola dalla cultura alle risorse, dal sangue e dal suolo al petrolio e al gas, ai minerali e agli oleodotti. A definire la nazione sono sempre meno l’identità dei suoi abitanti e sempre più ciò che il suo territorio contiene e le strozzature che controlla. L’indipendenza energetica, la sovranità sulle risorse, le riserve strategiche di minerali critici, l’uso delle forniture di gas come arma, la corsa al litio e alle terre rare senza cui non possono funzionare né un esercito né un data center: questi sono i nuovi elementi del sentimento nazionale. La madrepatria si sta trasformando in un bilancio di diritti sul sottosuolo. Dove il vecchio nazionalismo chiedeva quale lingua fosse racchiusa da un confine, quello nuovo chiede che cosa ci sia sotto.

È da qui che è partito il mio libro La natura del male (Bollati Boringhieri 2026), ma non mi aspettavo che il suo ragionamento trovasse così presto conferma. Il libro si proponeva di mostrare che lo stato legato a una risorsa, una comunità politica organizzata intorno all’estrazione e al commercio di un’unica risorsa materiale, non è una curiosità della periferia globale, ma una tendenza latente nella modernità stessa, il modello verso cui scivola un numero crescente di stati. Il petrostato, sostenevo, non è l’eccezione della modernità, ma il suo punto d’arrivo. Quella che consideravo una tendenza storica di lungo periodo è diventata rapidamente il linguaggio quotidiano della politica delle grandi potenze. Il nazionalismo petrolifero, che un tempo sembrava una patologia dell’Eurasia settentrionale e del Golfo, è ormai la grammatica comune di Washington, Pechino e, sempre più spesso, di Bruxelles.

Gli elementi sono tornati al centro della politica nel segno della Contesa. I nostri nazionalismi più recenti li hanno riscoperti solo per contenderseli. Di colpo il pianeta è diventato troppo piccolo per noi e questo ci aiuta a ricordare la materia dimenticata dalle ideologie classiche. C’è una simmetria amara in tutto questo. Il liberalismo ha delocalizzato la propria materia e ne ha perduto il ricordo; con il nazionalismo delle risorse quella memoria rimossa ritorna, questa volta armata. Tra l’amnesia del mercato e la bellicosità del nuovo nazionalismo, l’atteggiamento di cui sono prive le ideologie che abbiamo ereditato è proprio quello che gli elementi oggi esigono: la cura, cioè la memoria unita alla responsabilità.

Empedocle ci offre le parole. Il lavoro creativo è opera dell’Amore, che riunisce gli elementi separati; la guerra è opera della Contesa. In questo momento la Contesa sta vincendo, trasformando il nostro spazio vitale – una straordinaria combinazione di terra, atmosfera, fiumi, oceani ed energie produttive – in un fumoso regno della morte, un crematorio globale. Il nostro pianeta ha più bisogno di piccoli principi che di ultimi uomini. La rosa è una rosa è una rosa. ◆ svb

Alexander Etkind è uno storico e psicologo russo. Insegna relazioni internazionali e storia alla Central European University di Vienna. Il suo ultimo libro pubblicato in Italia è La natura del male. Storia culturale delle risorse naturali (Bollati Boringhieri 2026). Il titolo originale di questo saggio è “The prince and the rose: the return of the elements”.

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Questo articolo è uscito sul numero 1689 di Internazionale, a pagina 92. Compra questo numero | Abbonati