Lo chiamavano Jeeg Robot.
  • 03 Mar 2016 20.25

Finalmente un supereroe italiano

Matteo Bordone
03 marzo 2016 20:25

Cos’è. È il primo lungometraggio di Gabriele Mainetti, attore, musicista e regista di genere, dopo quattro cortometraggi già ispirati al mondo dei fumetti e dei cartoni animati.

In una Roma scossa da strani attentati terroristici, Enzo Ceccotti (Claudio Santamaria), che vive di espedienti e abita solo in un palazzo popolare, un giorno ruba un orologio in centro e viene inseguito dalla polizia. Si nasconde tuffandosi dietro una chiatta nel Tevere, proprio dove sono stati scaricati abusivamente dei bidoni di una sostanza tossica non precisata. Torna a casa, e dopo qualche giorno di malessere si rende conto di essere diventato fortissimo, quasi immortale. Un affare di droga andato male incrocia la sua storia con quella della banda dello Zingaro (Luca Marinelli) e lo avvicina ad Alessia (Ilenia Pastorelli), una ragazza traumatizzata che vive nel suo palazzo ed è morbosamente legata alla serie di animazione giapponese Jeeg robot d’acciaio.

La sceneggiatura è di Nicola Guaglianone e Menotti, la fotografia di Michele D’Attanasio, le musiche del regista e di Michele Braga, il montaggio di Andrea Maguolo e Federico Conforti.

Lo chiamavano Jeeg Robot


Com’è. Il cinema di genere in Italia non è mai stato cinema ufficiale, soprattutto perché a noi manca per ragioni storiche una narrativa di genere in qualsiasi forma. C’è un po’ di giallo, ma molto meno che altrove e quasi solo negli ultimi decenni, mentre non ci sono sostanzialmente né fantascienza né horror né avventura. Meglio: tutto questo c’è, ma solo nei fumetti.

È proprio partendo da una cultura che è fatta di fumetti e di generi, e stando lontano dai colossal hollywoodiani, che Gabriele Mainetti è riuscito, primo nella storia del nostro cinema, a fare un film popolare italiano di supereroi. L’equilibrio tra l’adesione ai canoni del genere e il coinvolgimento del pubblico è ineccepibile: il film funziona non tanto perché ricorda una storia di genere, ma perché le storie di genere funzionano. Per questo Lo chiamavano Jeeg Robot non è solo per appassionati di fumetti o di quei cartoni giapponesi che a cavallo tra anni settanta e ottanta occupavano i palinsesti delle neonate tv private e della Rai, ma è un film per tutti.

C’è anche un rapporto riuscitissimo tra Roma, la sua lingua, le sue strade, le sue periferie, e un gruppo di personaggi che ne fanno parte, sono vivi e divertenti, ma non ricadono né nella commedia di cui sono pieni i film di Natale, né nel realismo sociale che i nostri registi impegnati amano frequentare. Sia la sceneggiatura sia la regia in questo senso sono impeccabili, perché si muovono con grazia e naturalezza senza mai lasciare intendere quanto siano controcorrente.

Perché vederlo. Per chi apprezza i racconti di genere di qualsiasi tipo, Lo chiamavano Jeeg Robot sarà un’esperienza di goduria e sollievo. Per anni abbiamo dovuto sottostare all’idea per cui le storia di genere in Italia non potevano funzionare, figuriamoci quelle di supereroi. Gabriele Mainetti dimostra che non è assolutamente vero, e riscatta una fetta di pubblico che si era quasi rassegnata. Per farlo, dirige in maniera magistrale un cast che non sbaglia mai niente. Claudio Santamaria è perfetto nel contrasto tra il carattere dimesso e il ruolo impostogli dai superpoteri. Luca Marinelli interpreta un giovane malavitoso con lo slancio di un diavolo della Tasmania con i tacchi a spillo. Ilenia Pastorelli sembra trovare l’unico modo di tenere insieme la ragazza sexy, il disagio della borgata e gli occhioni delle eroine dei manga.

Questo è un film appassionante, che esalta, diverte e commuove con uno stile, una cura e un’onestà ai quali non siamo abituati. Quando si parla di cinema d’autore, si parla di questo.

Perché non vederlo. Se non si amano i fumetti, le serie di animazione, le storie di supereroi, insomma tutta la narrazione di genere con la sua capacità di vivere a cavallo tra la normalità quotidiana e l’epica, come nell’immaginazione di un adolescente, non è il caso di andare a vedere questo film. Forse il finale è un po’ troppo frastagliato, ma stiamo veramente parlando di una minuzia.

Una battuta. Io no’o so che mm’è successo però me sento bbene.

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