Internazionale

venerdì 24 ottobre 2014 aggiornato alle 19.52

Opinioni »

Annamaria Testa

Si occupa di creatività e comunicazione. Insegna alla Bocconi di Milano. Ha scritto La trama lucente (Rizzoli 2010). Cura il sito Nuovo e utile, teorie e pratiche della creatività.

Creatività e cultura, una questione da porci

  • 1 ottobre 2012
  • 14.19

Su Repubblica di qualche giorno fa, Francesco Merlo se la prende con i maiali, le ancelle e i toga party laziali, e commenta “come si vede, l’impiastricciata e gelatinosa antropologia, quella dei mestieri vaghi e imprendibili che altrove produce ‘i creativi’, a Roma subito si degrada…”.

Per carità: a chiunque, sull’onda di un’indignazione più che legittima, può scappare un’affermazione spericolata. Ma proviamo a porci una domanda semplice: come mai nel nostro paese, che fino a pochi anni fa si riteneva il più creativo del mondo, oggi sembra elegante svalutare la creatività identificandola con fenomeni e comportamenti loschi o cialtroni?

Eppure le cose non stanno così. Nel 2006 il rapporto Ue/Kea intitolato L’economia della cultura in Europa (qui in pdf) valuta per la prima volta l’impatto economico complessivo della attività culturali e creative: stiamo parlando di editoria, moda, design, cinema e fotografia, radio e tv, web, teatro, videogiochi, arti visive, musei, siti archeologici, turismo culturale…

I dati sono impressionanti: il settore culturale e creativo fattura, nel 2003, più di 654 miliardi di euro. Oltre il doppio dell’intera industria automobilistica (271 miliardi). Contribuisce al pil Ue più di tutte le attività immobiliari. E cresce, in cinque anni, del 12,3 per cento in più della crescita economica globale.
 In Italia vale il 2,3 per cento del pil. In Gran Bretagna il 3 per cento. In Francia il 3,4 per cento. In quasi tutti i paesi europei il settore della cultura e della creatività dà il maggior singolo contributo alla crescita della ricchezza nazionale.

Il rapporto passa sotto silenzio.

Nel febbraio 2012 un convegno del Sole 24 Ore offre un quadro aggiornato. L’Italia è ultima in Europa per imprese culturali e creative: sono circa 176.000, il 4,4 per cento del totale delle aziende e occupano il 2,2 per cento della forza lavoro (circa 355mila addetti), con una media di 2 addetti per impresa. In Europa sono il 5,5 per cento e valgono il 3 per cento degli occupati con una media di 4 addetti per impresa. In Italia il settore, se valorizzato, potrebbe avere dimensioni almeno doppie.

Reazioni istituzionali: non pervenute.

Il 24 settembre la Commissione europea pubblica, a cura della Eenc (la rete europea di esperti della cultura), una serie di rapporti sulle creative and cultural industries (Cci) e l’utilizzo dei fondi strutturali in dodici nazioni Ue.

Il documento che si intitola Culture and the structural funds in Italy (ecco il pdf) esordisce con questa considerazione: “L’Italia sembra naturalmente portata a dare alla cultura un ruolo centrale nelle strategie di sviluppo, per la ricchezza del suo patrimonio culturale e per il ruolo eccezionale che la cultura ha nel definire la sua identità di nazione… Ma il dibattito politico ancora soffre di una interpretazione scadente e ingannevole del ruolo della cultura e della creatività… il paese non ha una strategia nazionale… l’azione politica appare male orientata e/o inefficace rispetto alle reali priorità di sviluppo”.

Seguono una sessantina di pagine che analizzano nel dettaglio le politiche territoriali caotiche, l’assenza di prospettive, l’attitudine a considerare cultura e creatività alla stregua di una qualsiasi attrazione turistica e non in termini di impresa e di creazione di nuovo valore. In sintesi: da noi l’ambito culturale e creativo è molto idealizzato ma poco legittimato socialmente. Viene ritenuto sacrificabile in tempi di crisi. Se ne parla come del “petrolio italiano”, ma in modo intenzionalmente fumoso, come se fosse un rimedio semi-magico.

L’Italia continua ad avere una riconosciuta leadership internazionale in diversi settori culturali e creativi, il cui potenziale non è però percepito perché lo sviluppo delle imprese culturali e creative non rientra nell’agenda politica. Basti dire che il budget del ministero della cultura è stato decurtato del 36,4 per cento tra il 2001 e il 2011, e oggi vale solo lo 0,9 per cento della spesa pubblica.

Prese di posizione su questo tema, anche se già siamo in pieno dibattito elettorale: zero.

Correzione (1 ottobre 2012) In una versione precedente di questo articolo c’era scritto che il rapporto L’economia della cultura in Europa è della McKinsey, mentre è della Kea.

Su Repubblica di qualche giorno fa, Francesco Merlo se la prende con i maiali, le ancelle e i toga party laziali, e commenta “come si vede, l’impiastricciata e gelatinosa antropologia, quella dei mestieri vaghi e imprendibili che altrove produce ‘i creativi’, a Roma subito si degrada…”.

Per carità: a chiunque, sull’onda di un’indignazione più che legittima, può scappare un’affermazione spericolata. Ma proviamo a porci una domanda semplice: come mai nel nostro paese, che fino a pochi anni fa si riteneva il più creativo del mondo, oggi sembra elegante svalutare la creatività identificandola con fenomeni e comportamenti loschi o cialtroni?

Eppure le cose non stanno così. Nel 2006 il rapporto Ue/Kea intitolato L’economia della cultura in Europa (qui in pdf) valuta per la prima volta l’impatto economico complessivo della attività culturali e creative: stiamo parlando di editoria, moda, design, cinema e fotografia, radio e tv, web, teatro, videogiochi, arti visive, musei, siti archeologici, turismo culturale…

I dati sono impressionanti: il settore culturale e creativo fattura, nel 2003, più di 654 miliardi di euro. Oltre il doppio dell’intera industria automobilistica (271 miliardi). Contribuisce al pil Ue più di tutte le attività immobiliari. E cresce, in cinque anni, del 12,3 per cento in più della crescita economica globale.
 In Italia vale il 2,3 per cento del pil. In Gran Bretagna il 3 per cento. In Francia il 3,4 per cento. In quasi tutti i paesi europei il settore della cultura e della creatività dà il maggior singolo contributo alla crescita della ricchezza nazionale.

Il rapporto passa sotto silenzio.

Nel febbraio 2012 un convegno del Sole 24 Ore offre un quadro aggiornato. L’Italia è ultima in Europa per imprese culturali e creative: sono circa 176.000, il 4,4 per cento del totale delle aziende e occupano il 2,2 per cento della forza lavoro (circa 355mila addetti), con una media di 2 addetti per impresa. In Europa sono il 5,5 per cento e valgono il 3 per cento degli occupati con una media di 4 addetti per impresa. In Italia il settore, se valorizzato, potrebbe avere dimensioni almeno doppie.

Reazioni istituzionali: non pervenute.

Il 24 settembre la Commissione europea pubblica, a cura della Eenc (la rete europea di esperti della cultura), una serie di rapporti sulle creative and cultural industries (Cci) e l’utilizzo dei fondi strutturali in dodici nazioni Ue.

Il documento che si intitola Culture and the structural funds in Italy (ecco il pdf) esordisce con questa considerazione: “L’Italia sembra naturalmente portata a dare alla cultura un ruolo centrale nelle strategie di sviluppo, per la ricchezza del suo patrimonio culturale e per il ruolo eccezionale che la cultura ha nel definire la sua identità di nazione… Ma il dibattito politico ancora soffre di una interpretazione scadente e ingannevole del ruolo della cultura e della creatività… il paese non ha una strategia nazionale… l’azione politica appare male orientata e/o inefficace rispetto alle reali priorità di sviluppo”.

Seguono una sessantina di pagine che analizzano nel dettaglio le politiche territoriali caotiche, l’assenza di prospettive, l’attitudine a considerare cultura e creatività alla stregua di una qualsiasi attrazione turistica e non in termini di impresa e di creazione di nuovo valore. In sintesi: da noi l’ambito culturale e creativo è molto idealizzato ma poco legittimato socialmente. Viene ritenuto sacrificabile in tempi di crisi. Se ne parla come del “petrolio italiano”, ma in modo intenzionalmente fumoso, come se fosse un rimedio semi-magico.

L’Italia continua ad avere una riconosciuta leadership internazionale in diversi settori culturali e creativi, il cui potenziale non è però percepito perché lo sviluppo delle imprese culturali e creative non rientra nell’agenda politica. Basti dire che il budget del ministero della cultura è stato decurtato del 36,4 per cento tra il 2001 e il 2011, e oggi vale solo lo 0,9 per cento della spesa pubblica.

Prese di posizione su questo tema, anche se già siamo in pieno dibattito elettorale: zero.

Correzione (1 ottobre 2012) In una versione precedente di questo articolo c’era scritto che il rapporto L’economia della cultura in Europa è della McKinsey, mentre è della Kea.

  1. Precedente
  2. Successivo

Leggi anche

Commenti

In copertina

Stipendi da fame

Stipendi da fame

Migliaia di lavoratori statunitensi si battono per l’aumento del salario minimo e il diritto di formare un sindacato. Sfidando le multinazionali dei fast food.

Articoli di

  1. Ala al Aswani
  2. Tito Boeri
  3. Ferdinando Boero
  4. Michael Braun
  5. Oliver Burkeman
  6. Pier Andrea Canei
  7. Martín Caparrós
  8. Manuel Castells
  9. Christian Caujolle
  10. Noam Chomsky
  11. Li Datong
  12. Giovanni De Mauro
  13. Tullio De Mauro
  14. Boubacar Boris Diop
  15. Louise Doughty
  16. Gwynne Dyer
  17. Doug Dyment
  18. Goffredo Fofi
  19. John Foot
  20. Keith Gessen
  21. Claudio Giunta
  22. Beppe Grillo
  23. Bernard Guetta
  24. Tim Harford
  25. Pierre Haski
  26. Amira Hass
  27. Leo Hickman
  28. Christopher Hitchens
  29. Nick Hornby
  30. Jason Horowitz
  31. Will Hutton
  32. Zuhair al Jezairy
  33. Tobias Jones
  34. Eric Jozsef
  35. Alex Kapranos
  36. Paul Kennedy
  37. Rami Khouri
  38. Elias Khoury
  39. Sivan Kotler
  40. Paul Krugman
  41. Gideon Levy
  42. Farhad Manjoo
  43. Lee Marshall
  44. Tomás Eloy Martínez
  45. Giuliano Milani
  46. Wu Ming
  47. Gerhard Mumelter
  48. Loretta Napoleoni
  49. Jonathan Nossiter
  50. Anahad O’Connor
  51. Laurie Penny
  52. Pia Pera
  53. Anna Politkovskaja
  54. Mark Porter
  55. Beatriz Preciado
  56. David Randall
  57. Ahmed Rashid
  58. Philippe Ridet
  59. David Rieff
  60. Claudio Rossi Marcelli
  61. Arundhati Roy
  62. Olivier Roy
  63. Milana Runjic
  64. Elif Şafak
  65. Yoani Sánchez
  66. Dan Savage
  67. Andrew Sullivan
  68. James Surowiecki
  69. Annamaria Testa
  70. José I. Torreblanca
  71. Natalia Viana
  72. Juan Villoro
  73. Binyavanga Wainaina
  74. Tony Wheeler
  75. Slavoj Žižek
  76. Giulia Zoli