• 07 Ott 2015 15.59
07 ottobre 2015 15:59

L’evento organizzato da Cir Food e informazionesenzafiltro.it mette nero su bianco un vero e proprio manifesto, sviluppato in 11 punti, sul welfare aziendale.

“L’Azienda che vorrei” nasce prima di tutto con il welfare lab, un laboratorio di idee in collaborazione con FiordiRisorse, business community con oltre 6.000 iscritti. Cinque tavole rotonde attorno a cui si è discusso di nuovi stili di vita e di alimentazione e benessere nell’ambiente lavorativo, luogo di condivisione, nutrizione e scambio.

Da “promuovere la coopetizione tra collaboratori” per “sviluppare obiettivi e valori comuni”, il manifesto evidenzia un welfare aziendale attento alle necessità dei lavoratori, senza dimenticare le necessità aziendali.

Frediano Finucci, giornalista del TgLa7, Catherine André di VoxEurop, Emmanuele Pavolini dell’Università di Macerata e Alessandra Stasi responsabile Sviluppo organizzativo di Barilla hanno analizzato punto per punto questo risultato, cercando soprattutto di dissipare il dubbio che si tratti più di un “libro dei sogni” che di azioni reali applicabili.

“Più che libro dei sogni direi che si tratta di un libro dei desideri” evidenzia Catherine Andrè. L’esperienza della Barilla per voce di Alessandra Stasi è una realtà che grazie all’esperienza sviluppata a partire dagli anni 60 ha permesso di concretizzare già alcuni di questi punti.

“Si pensi all’asilo interno o allo spazio mensa non più visto come luogo dedicato solo al pasto ma anche per momenti conviviali tra dipendenti”. Per la responsabile Barilla infatti “E’ lo smartworking. Si fa attenzione più a quello che si produce che al tempo passato in azienda, sia dove che come”.

“Esiste un sito internet, Glassdoor.com, che mostra in maniera trasparente cosa e come applicano tutti questi punti le aziende americane”, evidenzia ancora Alessandra Stasi. “Queste aziende, così come siti internet che siamo ormai anche noi abituati ad utilizzare come Tripadvisior, ogni azienda ha una valutazione in stelline che rappresentano come dipendenti ed ex dipendenti considerano il welfare all’interno di quella azienda. Non esiste lavoratore che cambierebbe posto di lavoro per andare in una di queste con meno di stelline”, conclude la responsabile Barilla.

Per Emanuele Pavolini “Le aziende, soprattutto quelle medie-grandi stanno investendo molto più che 15 anni fa. In particolare”, racconta, “sulla conciliazione dei tempi. I lavoratori chiedono sempre più flessibilità dell’orario di lavoro”.

Catherine Andrè parla anche di esperienze lavorative estere, come quella svedese: “Se un ministro in Svezia lavora più di 6 ore non viene visto molto bene dall’opinione pubblica. E’ mancanza di senso di responsabilità”.

Esiste però uno stretto legame tra stipendio e welfare. Il che si traduce spesso in una capacità di investimento che solo le medie e grandi aziende possono permettersi.

“Certamente”, interviene ancora Pavolini, “quelle che puntano più sulla quantità che sulla qualità non si pongono il problema del welfare. Le altre possono invece fare molto anche senza grandi investimenti. Pensate a quanto può essere utile promuovere, ad esempio, l’ascolto e il dialogo”.

(Nicola Gemignani)

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