• 04 Ott 2016 18.09
04 ottobre 2016 18:09

“La lotta del XXI secolo sarà quella per il diritto al possesso dei nostri dati e sarà combattuta tra la comunità civile e le aziende” è questa la predizione di Paul Mason, giornalista economico britannico di Channel 4 e di The Guardian. Ha partecipato, insieme a Evgeny Morozov, sociologo russo che si occupa di mezzi di comunicazione di massa e nuove tecnologie, al dialogo sull’impatto che l’accesso ai dati ha sulla nostra libertà e sulla democrazia. L’incontro, moderato da Pierfrancesco Romano, giornalista di Internazionale, ha avuto luogo al Teatro Comunale di Ferrara, il 1 ottobre alle 11, nell’ambito del Festival di Internazionale.

“La questione centrale è la regolamentazione dello spazio cibernetico” spiega Morozov. Tutto nasce, secondo il sociologo russo, da un’idea iniziale, poi ripresa dalle aziende della Silicon Valley, che vedeva il cyberspazio come un luogo diverso dal mondo reale, in cui le leggi comuni non possono valere. Per questo spazio vale una legislazione diversa, il cosiddetto diritto cibernetico. “Quando si è tentato di regolamentare un’attività online con le regole del diritto nazionale, ad esempio per Airbnb, l’azienda è ricorsa in giudizio. La sua difesa? Che la regolamentazione limita la sua libertà ed è assimilabile alla censura”. Questo meccanismo dà il via libera a molte attività che dovrebbero invece essere regolamentate.

Attività come quelle di Facebook, Google, Amazon e Uber. Tutte queste società hanno imparato a sfruttare economicamente il collegamento e la comunicazione tra le persone. “La parola chiave è esternalità, quella che si esercita nello spazio tra economia e informazione” afferma Mason. Le aziende ci offrono servizi in apparenza gratuiti, che noi paghiamo cedendo loro la titolarità dei nostri dati collettivi. Questi diventano proprietà dell’azienda, che ci costruisce sopra il suo business. “La mano sinistra buona ci dà i servizi gratuitamente mentre la mano destra prende i nostri dati e può addirittura rivenderli” rincara Morozov, secondo cui il rischio è che i nostri dati finiscano nelle mani di banche o assicurazioni. “I dati sono così importanti che l’industria tecnologica riesce a controllare persino il nostro pensiero e la nostra immaginazione, attraverso la costruzione di storie.”

Internet può così diventare un rischio per la democrazia, secondo Mason. E come può esistere democrazia se non si possiede la tecnologia da cui si dipende? Si chiede Morozov. E, d’altro canto, perché il costo di un sistema alternativo alla Silicon Valley dovrebbe ricadere sul cittadino consumatore, che si troverebbe a dovere pagare di più un servizio offerto da aziende tradizionali? Su questo, Mason e Morozov sono d’accordo: occorre che la comunità si riappropri della tecnologia alla base della gestione dei servizi. “Per uscire da questa situazione, occorre un’alternativa a Uber e Airbnb che sia di tipo governativo” afferma Morozov. Significa quindi un intervento pubblico per costruire infrastrutture digitali, e per raccogliere e gestire i dati che ora sono nelle mani delle aziende della Silicon Valley. “Il consiglio comunale di Ferrara potrebbe, ad esempio, incaricare degli sviluppatori perché scrivano una app che faccia lo stesso lavoro di Uber” sollecita Mason.

L’intervento pubblico è tanto più urgente, poiché le società digitali si stanno muovendo molto più di quanto pensiamo, per avere sempre più potere. “Ad esempio, Google influenza la politica, operando spesso a Bruxelles. Inoltre, si sta ritagliando un ruolo nel settore dell’energia” afferma Morozov, che termina, domandandosi “Vogliamo davvero che in futuro tutto sia gestito da Airbnb, Uber e Google?”

Barbara Zambelli

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