• 04 Ott 2016 19.10

I rischi di informare

04 ottobre 2016 19:10

“La libertà d’espressione e quella d’informazione qui non esistono”. La medesima affermazione per descrivere tre Paesi diversi, Messico, El Salvador e Venezuela, fatta da tre esempi di giornalismo votato a rivendicare il diritto a sapere e a comunicare.

Moderati da Camilla Desideri nella sala del Teatro Comunale di Ferrara, Anabel Hernández, giornalista messicana impegnata nella lotta al narcotraffico, Alberto Barriera Tyszka, scrittore e giornalista venezuelano e Roberto Valencia, giornalista di El Faro, hanno condiviso le loro esperienze al Festival di Internazionale.

“L’immagine che descrive la libertà d’espressione in Messico è quella dei sacchetti di plastica che contengono pezzi di giornalisti rapiti, torturati, stuprati ed uccisi”, esordisce Anabel Hernández.

In Venezuela, racconta Alberto Barriera Tyszka, si assiste ad una “normalizzazione dell’opacità, una completa mancanza di trasparenza, e una naturalizzazione della violenza”.

E in questi Paesi, il governo è uno degli attori della violenza, spesso il principale.

Dopo la morte di Chavez, racconta il giornalista e scrittore venezuelano, c’è stato un vuoto che Maduro non è stato in grado di colmare. Le conseguenze sono state un indebolimento della figura politica, un parallelo accrescimento del potere militare e, con questo, un aumento degli abusi di potere.

Per Anabel Hernández il governo, corrotto e colluso, fa il gioco dei narcotrafficanti, aggravando irrimediabilmente la situazione del Paese. “Una società, come quella messicana, che non ha un’informazione vera ed opportuna non ha democrazia. Non si possono prendere decisioni se non si conosce la verità.”

Roberto Valencia dipinge uno scenario in cui la popolazione salvadoregna vive in strutture del terrore create dalle gang, le maras, e dalle reazioni discutibili di uno Stato debole, che usa la violenza per risolvere i problemi. Da gennaio 2015 sono 720 i presunti membri di gang uccisi in El Salvador, in apparenti scontri con la polizia. “In molti casi si è trattato di esecuzioni sommarie, accettate dalla società perché questa sembra la soluzione più semplice e rapida”, rivela il giornalista di El Faro.

In queste realtà i giornalisti sono in pericolo. Anabel Hernández, che da quattro settimane è tornata in Messico dopo anni di allontanamento per sopravvivere, parla dell’adattamento alla sua vita sotto scorta, prigioniera delle minacce del governo e dei narcotrafficanti. “La legge a protezione dei giornalisti, promulgata in risposta alle richiesta della comunità internazionale è una simulazione”. È infatti lo stesso governo che ha promosso questa legge a minacciare i giornalisti, come è accaduto proprio alla Hernández, vittima di diverse irruzioni in casa da parte dell’esercito.

Ma ad essere in pericolo sono tutti, è la società, non solo i giornalisti, ribadiscono a gran voce tutti gli ospiti. “I giornalisti non vogliono essere trattati come vittime”, dice Valencia.

I dati sulle aggressioni, le uccisioni e le scomparse, danno solo una parziale idea di quanto grave sia la situazione. Questa opacità di cifre e statistiche è un punto fondamentale, ribadito più volte dagli ospiti.

Nonostante i rischi, Anabel Hernández non si arrende: “la missione dei giornalisti è difendere un diritto inalienabile, quello ad essere informati”.

Barbara Busnardo

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