• 05 Ott 2017 14.59

Libia: una prigione alle porte dell’Europa

05 ottobre 2017 14:59

Al festival di Internazionale è stato ospite anche lo sceneggiatore e regista libico Khalifa Abo Khraisse, autore delle Cartoline da Tripoli, che ha dialogato insieme a Stefano Argenziano di Medici Senza Frontiere e Nancy Porsia (giornalista freelance) della situazione dei migranti bloccati nella sua terra. Khalifa ha cominciato la sua riflessione portando bruscamente alla realtà il pubblico ferrarese: “Ci sono termini che si trovano nei media europei che non hanno alcun significato in Libia – ha spiegato – quello libico non è un governo, ad esempio, ma un gruppo di persone a cui è stato consentito dalle milizie di sedersi lì”. Allo stesso modo non esiste la guardia costiera, quando si parla di traffico di esseri umani non è quello che immaginiamo, ha continuato il regista, “è qualcosa di chiaro come il sole, sappiamo da dove partono i trafficanti esattamente, quali sono i loro nomi”. E a fianco della tratta di esseri umani c’è un’altra realtà, altrettanto cruda, quella dei campi di detenzione. Non si sa esattamente quanti siano, nè dove sono ubicati, ha detto Khalifa, ma tutti trattengono i viaggiatori impedendo loro di proseguire oltre. Ecco come funzionano: “Ogni paese ha un “ambasciatore” che fa da tramite con il paese di origine e contratta il prezzo di liberazione di ogni persona – ha spiegato – in base alla propria provenienza c’è un prezzo diverso, che non sempre può essere sostenuto dalle famiglie”. In alternativa i trafficanti hanno anche dei “magazzini”: luoghi nel deserto dove raccolgono i viaggiatori per inoltrarli verso le varie destinazioni, ma le condizinoi di vita sono tali da portare spesso alla morte. “Non credo ci sia possibilità di emendare un sistema come questo – ha concluso Khalifa – o che sia possibile monitorare i centri e riabilitarli, io li ho vist: sono al di là di ogni possibilità di miglioramento, non è realistico”. Nancy Porsia ha partecipato alla riflessione portando la sua esperienza personale, avendo vissuto in Libia e avendo seguito da vicino il post rivoluzione libico: “Il problema di fondo è la legittimità delle stesse istituzioni libiche: oggi è ancora un paese sconvolto dalla guerra, ha la cosiddetta “economia del caos”, non ci sono istituzioni slegate dal controllo delle milizie”. Al momento, dunque, secondo la giornalista, la Libia non può rappresentare un partner efficace per la risoluzione di un problema che è soprattutto europeo. “Non si può chiedere alla Libia, che ha già diversi problemi di sicurezza interna, di risolvere un problema internazionale: la politica migratoria europea è un sistema criminogeno”, ha concluso. Stefano Argenziano, di Medici Senza Frontiere, ha voluto anche evidenziare quello che deve essere il ruolo delle Ong: “Si sta facendo confusione rispetto al ruolo dell’assistenza umanitaria, il governo italiano ha prima criminalizzato le Ong, ora le considera invece moltiplicatori della volontà governtaiva di stabilizzare la Libia. È una strada pericolosa e che confonde: le Ong devono rispondere a un bisogno umano, non giustificare la politica”. “Il 30% delle persone che salgono sulle navi di MSF sono state vittime di tortura – ha aggiunto – il blocco del flusso migratorio è diventato uno strumento da usare nelle prossime elezioni italane ed europee”. “Come operatori uanitari – ha concluso Argenziano – possiamo arrivare fino a un certo punto. Possiamo curare ferite fisiche e psicologiche, riabilitare le vittime di tortura, ma la nostra azione ha dei limiti, chiediamo una risposta responsabile da parte delle politiche europee”.

Irene Lodi, collaboratrice volontaria presso l’ufficio stampa di Internazionale a Ferrara

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