• 26 Set 2016 16.30
26 settembre 2016 16:30

La costruzione della diga di Belo Monte ha causato una catastrofe ambientale
e umanitaria per gli indigeni dell’Amazzonia.

Lavori di costruzione della diga di Belo Monte, in Brasile.

La saga di João e Raimunda si svolge in due atti sulle rive del fiume Xingu, uno dei corsi d’acqua con la maggior biodiversità dell’Amazzonia. Un uomo e una donna: solo due persone tra le decine di migliaia di brasiliani cacciati per la costruzione della diga di Belo Monte, nello stato brasiliano di Pará, annunciata come la terza centrale idroelettrica più grande del mondo. João e Raimunda si sentono come due rifugiati nel loro stesso paese. Portano sul corpo il segno di un crocevia storico: quello di un Brasile che è arrivato nel presente dopo essere stato a lungo solo futuro, e si è scoperto bloccato nel passato.

Primo atto
João perde la parola e l’uso delle gambe per la rabbia. 23 marzo 2015
João Pereira da Silva era davanti al rappresentante della Norte Energia, la compagnia che aveva vinto l’appalto per costruire la centrale idroelettrica di Belo Monte. Sperava di ottenere un risarcimento adeguato per la sua casa e il suo terreno in un’isola sul fiume, che ha dovuto abbandonare a causa della diga. Il rappresentante gli ha offerto 23mila real (circa seimila euro), insufficienti per comprare un pezzo di terra con cui guadagnarsi da vivere. In quel momento, a 63 anni, João si è reso conto di essere condannato alla miseria. João voleva uccidere l’uomo che gli stava davanti. Ma non ha fatto nulla. Gli cedevano le gambe, non riusciva più a parlare. L’hanno dovuto trascinare via di peso. Da allora, João riesce a fare solo pochi passi prima di sentire il bisogno di sedersi. Quando esce si perde. Qualche giorno fa un amico ha chiamato Raimunda: “João è seduto in mezzo al niente, sotto il sole. Finirà per morire”.

Secondo atto
Raimunda scopre che la sua casa è andata in fumo. 1 settembre 2015
Raimunda Gomes da Silva, 56 anni, aveva comprato dieci litri di benzina per raggiungere la sua isola, Barriguda. Il giorno prima aveva ricevuto una telefonata dalla Norte Energia: “Signora Raimunda, quando possiamo rimuovere i suoi residui dall’isola?”. I “residui” erano gli attrezzi per la pesca e le cose della cucina di Raimunda. Erano d’accordo che le avrebbe prese la mattina presto. In quei giorni l’Istituto brasiliano per l’ambiente e le risorse naturali rinnovabili (Ibama) aveva sospeso le “rimozioni” e le demolizioni delle case sull’isola in seguito ad alcune denunce di violazioni dei diritti degli abitanti.

Quando Raimunda è arrivata, la sua casa era ancora in fiamme. Allora ha intonato un canto davanti alle macerie. “La giustizia è una leggenda. Loro dicono che esiste, ma i poveri non la vedono mai. Canto perché le mie piante devono sapere che io non avrei mai voluto che fossero bruciate. Non so la loro lingua, allora canto”.

La versione della compagnia
Secondo Jorge Herberth, responsabile della comunicazione della Norte Energia, l’incendio della casa di Raimunda Gomes da Silva era “una versione dei fatti fantasiosa e assolutamente lontana dalla realtà. La casa non è stata incendiata, non è il metodo usato dalla compagnia; la proprietà è stata demolita nel rispetto delle procedure di sicurezza”. La versione della Norte Energia è stata smentita dall’Ibama: “La demolizione e l’incendio della casa della signora Raimunda Gomes sono avvenuti quando le rimozioni e le demolizioni di case sull’isola erano spese”. Quattro mesi dopo, la Norte Energia è stata condannata a pagare per questa “infrazione” una multa di 301mila real (circa 80mila euro).

Quando nel 2003 Luiz Inácio Lula da Silva, del Partito del lavoratori (Pt), diventò presidente anche con il sostegno di molti movimenti sociali dell’Amazzonia, i leader della regione di Xingú pensavano che il progetto di Belo Monte sarebbe saltato per sempre. Secondo i movimenti di protesta, una centrale idroelettrica nella foresta amazzonica non poteva essere considerata “energia pulita e rinnovabile”. Ma dagli anni settanta la centrale sul fiume Xingú era una minaccia che rispuntava con ogni nuovo governo.

Ci sono voluti anni perché Raimunda e tanti altri attivisti capissero che quello era solo uno dei tanti scontri tra le diverse anime del Brasile. Il progetto per l’Amazzonia del governo Lula si rivelò simile a quello della dittatura, che aveva considerato la regione un corpo da sfruttare per ricavarne materie prime.

L’unica voce nel governo e nel Pt con la forza sufficiente per opporsi a questa visione era Marina Silva, un’ambientalista cresciuta nelle piantagioni di gomma di Acre, che aveva avuto come mentore il leader Chico Mendes, ucciso nel 1988 a causa della sua lotta per la foresta amazzonica. Silva sopportò la pressione fino al 2008, quando lasciò il ministero dell’ambiente e poi il Pt.

Dilma Rousseff, scelta da Lula per succedergli alla presidenza, non ha mai nascosto né il suo favore nei confronti delle grandi infrastrutture né la sua scarsa pazienza nell’ascoltare i movimenti. Belo Monte ha smesso di essere solo un piano quando Rousseff era ministra delle miniere e dell’energia, ed è diventato un dato di fatto, con un costo stimato di 30 miliardi di real, nonostante le ventiquattro denunce di incostituzionalità dell’opera fatte dalla procura federale. Per Raimunda come per molti altri, il Pt non era uno dei tanti partiti al potere, ma un progetto politico che si confondeva con la loro ricerca di un posto nel paese. Belo Monte è stato il “mostro” che ha messo a nudo le contraddizioni di quello che ritenevano il loro partito: “Ho votato Lula e ho votato Dilma. Ci hanno tradito”, afferma Raimunda.

La difesa del progetto
La centrale idroelettrica di Belo Monte potrebbe avere una potenza di 11.233 megawatt. Ma in media le previsioni dicono che garantirà 4.751 megawatt, il 41 per cento della sua capacità, una cifra che la renderebbe una delle centrali idroelettriche meno produttive.

Raimunda ha raccolto 3.500 mattoni dall’isola per costruire una nuova casa alla periferia della città: “Sono bruciata dentro, come la mia isola, ma mi rinnovo. Voglio vivere”. João risponde: “Io invece no. Quando ho perso l’isola ho perso la mia vita”. Il 4 settembre 2015, João ha chiamato la famiglia per andare sull’isola. “Voleva uccidersi lì, per protesta”, racconta Raimunda. “Gli ho tolto la canoa. Con i remi arriva ovunque, ma per strada si perde”. João conclude: “Voglio che il mondo sappia che Belo Monte mi ha ucciso”.

Epilogo
La centrale idroelettrica ha ottenuto la licenza il 24 novembre 2015. Il 7 dicembre, Raimunda e João hanno firmato un accordo extragiudiziario con la Norte Energia che gli ha offerto 108mila real (29mila euro), a patto di rinunciare a un giudizio in tribunale.

La compagnia è andata a cercare la coppia poco dopo la pubblicazione di questo articolo. L’avvocato ha spiegato a Raimunda che sporgendo una denuncia per danni morali avrebbe potuto ottenere un risarcimento più alto. Ma il processo sarebbe durato dieci anni e Raimunda non era sicura che João avrebbe resistito così a lungo. Con una parte del risarcimento avrebbe potuto cercare di curare la paralisi del marito. Raimunda ha firmato.

Eliane Brum sarà al festival di Internazionale a Ferrara il 30 settembre con Clóvis Rossi e Bruno Torturra.

Questo articolo è stata pubblicato il 23 settembre a pagina V di Internazionale con il titolo “Traditi da Lula”. Compra questo numero | Abbonati

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