All’inizio degli anni trenta del novecento, su una strada di splendide ville in stile occidentale nella piccola isola di Gulangyu, nel sud della Cina, nacque una storia d’amore. Cai Pijie, un uomo di poco più di vent’anni, passava ogni giorno davanti alla finestra aperta di una giovane donna di cui era segretamente innamorato. La ragazza si esercitava per ore al pianoforte, uno strumento all’epoca sconosciuto in gran parte del paese, e le note fluttuavano nell’aria calda del sud. Estasiato, Cai le scrisse una lettera. “Ti prego, se mi ami suona il quinto notturno di Ignace Leybach”. Passarono le settimane, poi un giorno finalmente il pianoforte rispose all’appello e il corteggiamento ebbe inizio. I due si sposarono. Negli anni ottanta, quando Cai era ormai diventato vecchio, suo figlio Cai Wanghuai suonò il notturno di Leybach per confortarlo. Fu l’ultima musica che ascoltò prima di morire.
Nel frattempo il figlio di Cai era diventato vice sindaco di Xiamen, la città di cui l’isola fa parte, e contribuì alla fondazione della scuola di musica di Gulangyu, inaugurata nel 1990. Accorsero a visitarla molti politici illustri, tra cui Xi Jinping, oggi leader del Partito comunista cinese, e il suo predecessore Jiang Zemin, appassionato di musica classica. Quando veniva in visita, Jiang chiedeva sempre agli studenti di accompagnarlo mentre cantava ’O sole mio, rigorosamente nella versione originale in napoletano.
Su cinquanta milioni di bambini che studiano il pianoforte in tutto il mondo, circa quaranta milioni sono cinesi. Solo a Shanghai ci sono più di 2.700 scuole di musica
Nell’estate del 2019, più di un terzo dei diplomati della scuola di Gulangyu è stato ammesso nei migliori conservatori statunitensi, tedeschi e russi. Gli altri andranno a studiare nei sempre più numerosi conservatori cinesi. Sono tutti figli della storia d’amore tra la Cina e il pianoforte, sbocciata negli anni dopo il fatidico incontro tra Cai e il notturno di Leybach.
Su cinquanta milioni di bambini che studiano il pianoforte in tutto il mondo, circa quaranta milioni sono cinesi. Secondo una stima, solo a Shanghai ci sono più di 2.700 scuole di musica. Lo stato spende milioni di yuan per le orchestre, che oggi sono più di ottanta, e per nuove sale da concerto. Attempati burocrati, genitori pignoli e giovani alla moda si mettono in fila per non perdersi l’ultimo giovane prodigio (negli ultimi anni si sono succeduti nel ruolo Lang Lang, Li Yundi e Yuja Wang) mentre suona la sua interpretazione misurata di Bach o diabolicamente violenta di Rachmaninov.
Il piano su cui la madre di Cai Wanghuai suonava negli anni trenta era un raro esemplare importato dall’estero; oggi quattro pianoforti su cinque sono prodotti in Cina. Nessun paese al mondo ne compra di più. E tutto, o quasi, è partito da Gulangyu.
Nel 1842, dopo la sconfitta della Cina per mano del Regno Unito nella prima guerra dell’oppio, le potenze straniere obbligarono l’imperatore a concedere ai cittadini occidentali il diritto di vivere in cinque “porti del trattato”. Uno di questi era la città di Xiamen (allora nota come Amoy). Fino al 1943 Gulangyu, che si trova ad appena cinque minuti di traghetto dalla costa, fu una colonia internazionale governata da tredici nazioni e sorvegliata da un reggimento sikh dell’India governata dai britannici. Sui due chilometri quadrati di colline dell’isola sorgevano un consolato degli Stati Uniti, una scuola britannica, un ospedale giapponese e un ufficio telegrafico danese. La musica dei missionari riempiva le chiese dell’isola, che alla fine diventarono sei, e i convertiti finirono per assimilarne le strane melodie.
Mary Doty Smith, figlia di uno dei primi missionari statunitensi, scriveva che negli anni cinquanta dell’ottocento i commercianti di tè si fermavano a casa sua per sentire la madre suonare quello che all’epoca era l’unico pianoforte dell’isola. Alcuni avevano portato con sé dei nuovi spartiti, tra cui Blue bells of Scotland _e _Auld lang syne. “Le donne cinesi sembravano rapite dai suoni dolcissimi prodotti dal pianoforte e dalla voce”, ricordava Smith. Le mogli dei missionari cominciarono a insegnare lo strumento alla gente del posto, ma furono gli espatriati, spinti dalla nostalgia per la musica di casa, a diffondere il piano come un passatempo quotidiano. Presto le famiglie dell’isola presero l’abitudine di ospitare recital serali in casa o di andarli ad ascoltare dai vicini.
È difficile immaginare un’ambientazione più incantevole per questo Shangri-La musicale, tra palme, buganvillee rosa e piante subtropicali portate a casa dai mercanti cinesi d’oltremare che si erano arricchiti con il commercio nelle Indie orientali. Negli anni venti un occidentale scriveva che Gulangyu avrebbe potuto rivendicare a buon diritto il titolo di “miglio quadrato più ricco del mondo”. Per anni l’isola si sarebbe fregiata di un altro primato, quello del maggior numero di pianoforti per numero di abitanti in Cina. Negli anni cinquanta si contavano 500 pianoforti per circa 20mila abitanti.
Non a caso l’isola ha sfornato musicisti eccezionali. All’inizio del novecento, Zhou Shu’an, un’isolana figlia di un prete, diventò famosa cantando l’inno nazionale degli Stati Uniti per dare il benvenuto a una nave della marina americana. Dal 1928 diresse quello che poi sarebbe diventato il conservatorio di musica di Shanghai, primo conservatorio in stile occidentale della Cina. Chen Zuohuang, nato nel 1947, diventò direttore dell’Orchestra filarmonica centrale della Cina e diresse il suo primo tour americano nel 1987. Fei-Ping Hsu, pianista e figlio di un pastore cristiano, suonava con l’orchestra nazionale cinese già all’età di 18 anni.
Ma il musicista più celebre dell’isola è senz’altro Yin Chengzong. Anche se vive a New York da molti anni, Yin, che ha 78 anni, torna spesso in Cina per esibirsi e passare un po’ di tempo nella villa di famiglia a Gulangyu.
Negli anni quaranta Yin cantava come voce bianca in una delle chiese di Gulangyu. Cominciò a suonare il pianoforte a sette anni, grazie agli insegnamenti della moglie del pastore. Metà della sua paghetta settimanale la spendeva in lezioni, l’altra metà in spartiti. A 12 anni lasciò l’isola e s’iscrisse alla scuola di preparazione per il conservatorio di Shanghai.
Racconta che una volta un centinaio di persone si stiparono nel suo salotto per assistere a un recital di famiglia. In un angolo c’è il primo Steinway della Cina moderna, fatto arrivare dal governo di Mao Zedong per Sviatoslav Richter quando il pianista sovietico venne a esibirsi nel 1957. Altri sette pianoforti sono sparsi in giro per la casa. Sopra il caminetto c’è una fotografia di Yin che prende il tè con Mao nel 1963. In una sala lì vicino c’è una sua foto con l’ex presidente statunitense Richard Nixon nel 1976, durante la sua seconda visita in Cina.
Come dimostra lo Steinway di Richter, la musica occidentale continuava a essere ascoltata anche nei primi anni di Mao. I pianisti più promettenti venivano mandati a partecipare ai concorsi negli altri paesi comunisti. Nel 1955 Fou Ts’ong, figlio di un traduttore di Shanghai, si classificò terzo nel concorso Chopin di Varsavia. Nel 1962 Yin arrivò secondo a pari merito al concorso internazionale Čajkovskij di Mosca, dove rimase per approfondire gli studi.
Poco dopo il suo ritorno in Cina cominciarono le devastazioni la rivoluzione culturale, che rifiutava tutto ciò che era occidentale o colto. Nel 1966 le guardie rosse di Mao presero di mira i musicisti cinesi, fecero a brandelli gli spartiti occidentali e distrussero a colpi d’ascia tutti i pianoforti, le “scatole nere in cui le note tintinnano come le ossa della borghesia”, per usare le parole (forse apocrife) di Jiang Qing, meglio conosciuta come Madame Mao.
Li Cuizhen, una pianista di formazione missionaria che conosceva a memoria tutte le 32 sonate di Beethoven, fu dichiarata una controrivoluzionaria. Perseguitata dalle guardie rosse, si uccise nel 1966. Poco dopo s’impiccarono i genitori di Fou Ts’ong, che nel frattempo aveva disertato rifugiandosi a Londra.
Lu Hong’en, direttore dell’orchestra sinfonica di Shanghai, fu gettato in una cella, da dove continuò a canticchiare le note di Beethoven. Dopo aver strappato una copia del libretto rosso di Mao, fu condannato a morte. Prima di morire disse a un altro prigioniero: “Se esci vivo di qui, posso chiederti di fare due cose per me? Trova mio figlio e vai in Austria, la patria della musica. Vai alla tomba di Beethoven e deponi un mazzo di fiori. Digli che il suo discepolo cinese canticchiava la _Missa solemnis _mentre andava al patibolo”. Pochi giorni dopo Lu venne fucilato. Il suo compagno di cella sarebbe riuscito a raggiungere la tomba di Beethoven solo trent’anni dopo.
Anche se gli Yin furono cacciati dalla loro villa, così come molti altri, all’enclave cosmopolita di Gulangyu – forse per la sua lontananza dalla terraferma, forse perché protetta da funzionari locali appassionati di musica – furono risparmiate le peggiori brutalità. Ma sull’isola calò il silenzio. Alcuni suonavano clandestinamente, altri mimavano i movimenti con le dita senza fare rumore, dice lo storico locale Zhan Zhaoxia.
Negli anni sessanta, nonostante tutto, Yin aveva cominciato a comporre. “Il pianoforte doveva essere reso cinese”, dice, “e per tutti i cinesi”. Yin, che conosceva solo musica da chiesa e artisti come Mozart e Chopin, cercava ora di accreditarsi presso il regime maoista suonando ballate rivoluzionarie per i lavoratori delle fabbriche. Nel maggio 1967 lui e tre amici portarono un pianoforte in piazza Tiananmen insieme a uno striscione con la scritta “Gruppo di propaganda del pensiero di Mao Zedong”. Suonò all’aperto per tre giorni consecutivi. “Non avevamo idea di cosa sarebbe successo”, racconta. Al terzo giorno oltre tremila persone si erano radunate in piazza ad ascoltare.
Il giovane pianista fu notato da Madame Mao, che pensò di sfruttare il suo talento per scopi propagandistici. Yin entrò così in una cerchia di musicisti incaricati di comporre opere-modello approvate dallo stato. Nel 1969 arrangiò una vecchia cantata rivoluzionaria ribattezzandola _Concerto del fiume Giallo _per pianoforte e orchestra, che a tutt’oggi è la composizione orchestrale più famosa della Cina.
Nel 1973 Yin eseguì il concerto con la Philadelphia Orchestra, prima orchestra americana a esibirsi nella Cina comunista. Meno di quattro anni dopo, nel 1976, subito dopo la morte del presidente Mao, la quinta sinfonia di Beethoven fu trasmessa dalle radio e dai televisori di tutta la Cina. Come scrivono Jindong Cai e Sheila Melvin in _Beethoven in China _(2015), per molti era il segno che la rivoluzione culturale era finita.
Pian piano tutto quello che era stato represso cominciò a tornare in superficie: i vestiti colorati, il capitalismo, Confucio, il cristianesimo. E così anche il pianoforte. L’amore per lo strumento non solo non era stato soffocato, era cresciuto. Quando nel 1978 riaprì il Conservatorio centrale di musica di Pechino, 18mila persone fecero domanda per cento posti nel dipartimento di composizione. “Da dove venivano tutti quei musicisti?”, si chiede Jindong Cai, il famoso direttore d’orchestra (nessuna parentela con Cai padre e figlio di Gulangyu). “Molti suonavano Bach e Beethoven in segreto”.
Jindong Cai decise che voleva fare il direttore d’orchestra quando sentì per la prima volta un concerto di Beethoven a Pechino nel 1979. Ha diretto le migliori orchestre cinesi e oggi insegna negli Stati Uniti al conservatorio del Bard college. All’inizio, ricorda, per avere un pianoforte l’attesa era lunghissima. Nel 1980 riuscì finalmente a procurarsene uno attraverso una sua conoscenza. “C’era un’enorme fame di musica classica”, dice Cai. Tra gli appassionati c’erano ormai anche persone che facevano parte del Politburo.
Oggi, anche se il capitalismo, le riforme e la religione continuano a incontrare qualche ostacolo, i pianisti cinesi sono ormai delle vere star, sia in patria sia all’estero.
Ma Yin capì che dopo la caduta di Madame Mao il suo futuro in Cina non sarebbe stato facile. Alla fine, nel 1983, partì per l’America, anche se la sua musica non era molto amata da quelle parti. Sul New York Times il critico Harold Schonberg definì il concerto di Yin “uno di quegli orrendi pezzi di propaganda del realismo socialista approvati ideologicamente dal regime. È talmente brutto che in realtà ha un suo valore kitsch”.
Ma che importava? Il concerto aveva contribuito all’affermazione del pianoforte in Cina e aveva salvato dei compagni. Fei-Ping Hsu, mandato a lavorare in una fattoria durante la rivoluzione culturale, fu riabilitato dopo aver accettato di eseguire il _Concerto del fiume Giallo _per le divisioni dell’esercito.
Oggi in Cina il concerto fa parte di ogni repertorio che si rispetti. Tutti i giovani virtuosi ne hanno registrato una loro esecuzione. Nel 2007 Lang Lang – ex allievo di Yin – ha eseguito l’ultimo movimento durante la cerimonia del conto alla rovescia a un anno dall’inizio delle Olimpiadi di Pechino. Recentemente è stato suonato alla Carnegie hall dall’astro nascente Zhang Haochen.
Le fabbriche cinesi si sono adattate alle esigenze di questo mercato in grande espansione. Già nel 1956 lo stato aveva incaricato un gruppo di riparatori di Guangzhou di costruire pianoforti, ma per anni la Pearl River (questo il nome dato all’azienda) non fu in grado di produrre neanche un pezzo al mese. Poi, negli anni ottanta, arrivarono i consulenti stranieri. Oggi la Pearl River è il primo produttore di pianoforti del pianeta. Lavora anche per la Steinway, che fa i pianoforti più usati diffusi nelle sale da concerto di tutto il mondo. All’interno della fabbrica le macchine emettono una musica tutta loro, punzonando e sputando parti in legno. L’anno scorso da queste catene di montaggio sono usciti 150mila pianoforti, quasi un terzo della produzione globale. Due su cinque sono rimasti in Cina. L’azienda ha rilanciato la Ritmüller, una vecchia marca di pianoforti tedeschi, e ha rilevato la Schimmel, un altro marchio storico che era in crisi.
Dove in passato la musica classica occidentale è riuscita a mettere radici, oggi fioriscono i pianisti e le loro interpretazioni. La Cina è in grado di offrire al mondo composizioni di primo livello, dice Cai. Nel 2018 lo Us-China music institute da lui fondato ha presentato in anteprima sei nuovi brani sinfonici alla Carnegie hall. Lo scorso autunno la Juilliard school di New York ha aperto il suo primo campus oltreoceano a Tianjin, nel nord della Cina.
Rimangono alcuni dubbi, in patria e all’estero, sulla capacità dei musicisti cinesi di unire genialità e immaginazione all’innegabile qualità tecnica. Cao Huanyu ha delle perplessità. Come molti studenti, anche lui viene da una piccola città dove non c’erano maestri di alto livello. Nonostante questo si è distinto ed è riuscito a entrare alla scuola di musica di Gulangyu. L’ultimo anno di corso ha fatto domanda per la Juilliard e la Colburn school di Los Angeles.
Cao passa ore a esercitarsi al piano, ma non rinuncia alle sue passeggiate nei parchi. Teme che il mondo musicale cinese sia troppo rigido. Gli studenti hanno una tecnica magnifica, dice. “Ma quando ci si esercita per tutte quelle ore, qualcosa si perde. L’odore dell’aria, i colori degli alberi… Io cerco di metterli nella mia musica”. ◆ fas
The Economist
è un settimanale d’informazione economica britannico. Questo articolo è uscito con il titolo How China made the piano its own.
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Questo articolo è uscito sul numero 1349 di Internazionale, a pagina 84. Compra questo numero | Abbonati