Da alcuni giorni sul braccio di Cheydi McCrea sono spuntate delle strane macchie nere e secche con dei puntini bianchi. Per calmare il bruciore McCrea usa l’alcol. Non ha preso medicinali, perché non ne ha. Non è neanche andata da un medico per farsi prescrivere qualche crema, perché il più vicino è a varie ore di navigazione. “Le macchie mi sono venute dopo aver fatto il bagno nel fiume”, dice.

McCrea ha 32 anni ed è una nativa rama. Vive a Sumukat, una comunità nella zona caraibica del Nicaragua. Non è preoccupata, perché tutte le donne della sua famiglia hanno avuto macchie simili e si sono curate con le piante medicinali. “Noi donne abbiamo sfoghi anche nelle zone intime, ma non ne parliamo perché ci vergogniamo”, confessa.

Il fiume Kukra attraversa la riserva di Cerro Silva, nel sudest del paese. Nel 1991 un decreto stabilì che la zona, abitata dai nativi rama e kriol, sarebbe diventata un’area protetta, ma il disboscamento non si è fermato. Negli anni ottanta migliaia di contadini dei dipartimenti del centro e del nord del Nicaragua cercarono riparo dalla guerra civile nella foresta, si stabilirono nella riserva e comprarono le terre dei nativi. Oggi coltivano ortaggi e creano pascoli per le mucche, sono diventati allevatori o hanno rivenduto i terreni a produttori più grandi. Altrove li chiamano invasori o coloni, gli abitanti di Cerro Silva usano la parola mestizos, meticci.

Siamo entrati nella riserva e abbiamo navigato per più di quattro ore lungo il Kukra, dal villaggio di San Pancho fino alla comunità di Sumukat. L’erosione delle sponde è evidente e le mucche pascolano vicino alla riva. Uno studio dell’università del Michigan, negli Stati Uniti, pubblicato nel settembre 2021, ha rilevato che le acque di Cerro Silva subiscono più di altre l’effetto della deforestazione legata all’allevamento illegale. Nella zona c’è meno varietà e abbondanza di specie animali acquatiche.

Oltre che dall’allevamento, l’inquinamento è causato dalla pesca con i pesticidi e la dinamite. A farne di più le spese è chi vive nella riserva, che usa l’acqua per lavarsi, cucinare e bere. “Noi rama siamo gente d’acqua”, dice McCrea.

Come la maggior parte degli abitanti di Sumukat, McCrea ha alcuni denti finti. Lei e gli altri hanno perso quelli veri da giovani per colpa del fiume, sostiene. A differenza del passato, oggi i nativi non pescano quasi più, perché “non abbocca niente”. Chi fa il bagno nel fiume ha sfoghi sulla pelle e chi ne beve l’acqua soffre di mal di pancia, diarrea e vomito.

Sumukat, che significa tronco di banano, è una delle nove comunità ufficiali del territorio rama e kriol. In origine ci vivevano entrambe le etnie. Ha un’estensione di quasi cinquemila chilometri quadrati di terra e altri 4.413 di acqua. Nella regione si trova anche la riserva Indio Maíz, che nel 2003 l’Unesco ha dichiarato patrimonio dell’umanità. A Indio Maíz i danni ambientali sono meno gravi, anche se l’allevamento illegale e la pesca con il veleno sono lo stesso un problema. Il biologo marino Joel Betts, uno degli autori dello studio dell’università del Michigan, afferma che i campi coltivati nelle aree protette del Nicaragua stanno aumentando. Le conseguenze più gravi sono sui fiumi.

Alberi caduti

Per chi lo guarda a occhio nudo, il paesaggio di Cerro Silva non è diverso da quello di altre foreste tropicali: scimmie che urlano in cima agli alberi, tartarughe che riposano sui massi, qualche caimano che nuota verso la riva e aironi che sorvolano il territorio. Gli studi scientifici però parlano di una crisi profonda: non ci sono tapiri né tigri, i cervi e le iguane sono poche. Gli alberi di almendro sono tagliati per ricavarne legna e carbone vegetale.

Il segnale più evidente del degrado è la siccità del fiume, poco profondo e con molti sedimenti. Gli alberi caduti sono centinaia. “Il fiume è in secca, quindi il viaggio durerà di più”, ci ha detto il capitano della barca prima di salpare.

Un ragazzo si è messo a prua con un remo di legno per spostare i tronchi. Tuttavia, poco prima di arrivare, ci siamo incagliati: i rami ostacolavano il passaggio. Alcune donne native sono scese per spingere la barca.

“È normale che il fiume sia asciutto in estate, ma non l’avevamo mai visto così”, dice Santos Solís. Vive a Sumukat ma non è rama: arrivò con suo padre negli anni ottanta scappando da Chontales, un dipartimento nel centro del paese colpito dalla guerra tra l’esercito sandinista e i contra, paramilitari sostenuti dagli Stati Uniti. “Gli allevatori tagliano gli alberi per fare spazio ai pascoli, poi le piogge trascinano i tronchi fino al fiume”, dice.

Secondo alcuni nativi, sono stati gli uragani ad abbattere gli alberi. Qualcuno sostiene che la causa sia l’erosione fluviale. Probabilmente è un insieme di tutti questi fattori.

Il disboscamento rende la terra più fragile, le piogge ingrossano più velocemente il fiume, causando inondazioni che a loro volta erodono le rive. A quel punto gli alberi cadono e riempiono di sedimenti il letto, che si allarga e diventa meno profondo. Così quando arriva un uragano gli alberi non resistono.

Un fiume in secca pieno di tronchi e rami non complica solo la navigazione: gli alberi fanno da scudo alle piogge forti, senza di loro l’erosione è più veloce. I sedimenti riempiono il greto, in cui vivono e si nutrono gli insetti. I pesci che mangiano gli insetti ne trovano sempre di meno. Nelle insenature del fiume si vedono mandrie di mucche e greggi di pecore che si bagnano, calpestano la vegetazione e danneggiano il terreno. Anche i prodotti chimici usati sugli animali contro i parassiti finiscono in acqua.

Una discarica

Adonis Buddier cerca dei vermi nel fango per usarli come esca. La sua canna è un pezzo di legno con una corda di gomma. Da mesi non pesca niente di grosso. Da piccolo veniva qui e prendeva guapote e lucci. Non parliamo di molto tempo fa, visto che oggi Buddier ha 22 anni.

“La colpa è dei veleni e della dinamite”, dice. “Prima in mezz’ora pescavo tra i dieci e i quindici pesci”, racconta. Oggi è diverso: “A volte ne prendo quattro, dieci se ho fortuna, ma devo passare tutta la giornata al fiume”.

Ci sono mucchi di pesci morti. Uno studio pubblicato nel 2020 dalle comunità rama e kriol, con la collaborazione dell’organizzazione Proyecto Tapir Nicaragua, ha raccolto le storie di chi vive nella riserva e dice di trovare grandi quantità di pesci morti vicino alle dighe artigianali. In Nicaragua la pesca con il veleno o con gli agenti agrochimici è illegale, soprattutto nelle riserve protette. La legge 489 prevede multe fino a cinquemila dollari o pene dai sei ai dodici mesi di carcere. “Ma la polizia e l’esercito non fanno nulla”, dice Santos Solís.

Lo studio raccoglie le storie di persone che hanno sofferto di dissenteria, diarrea e tosse, di donne che hanno abortito e perfino di una che ha perso la vista dopo essersi sciacquata gli occhi con l’acqua del fiume. Quasi tutti gli abitanti della riserva hanno avuto allergie o problemi alla pelle.

“La gente pesca con il veleno”, dice Ariel Omier, presidente del governo comunale di Sumukat. I pescatori costruiscono una diga con le pietre e ci versano i pesticidi. I pesci avvelenati sono affumicati su un tappeto di alberi e poi venduti nei mercati locali. “Le piogge portano il veleno fino a valle, dove viviamo noi”, dice Omier. È un ingegnere agronomo che ha studiato all’università indiana e caraibica di Bluefields. Lavora per il comune e insegna a Sumukat. Una mattina di febbraio si riunisce con altre autorità e alcuni abitanti della zona per parlare dell’inquinamento del Kukra.

All’incontro partecipano una trentina di persone delle due sponde del fiume: Sumukat si divide tra chi vive a monte e chi sta a valle. All’inizio chiedono la parola in pochi, ma poi prendono coraggio: “Non troviamo più pesci”; “I mestizos gettano gli animali morti nel fiume”; “Tagliare gli alberi rovina il fiume, lo stanno prosciugando”; “Chi pesca con i pesticidi è nuovo nella zona”; “Il fiume è diventato una discarica”. Un’anziana alza la mano e dice: “Sappiamo queste cose da tempo, ma non le denunciamo perché abbiamo paura. Ci possono uccidere”.

Due donne nella comunità di Sumukat, 24 gennaio 2022 (Divergentes)

La riserva di Cerro Silva è uno dei pochi luoghi del Nicaragua in cui vivono i rama. La maggior parte abita sull’isola Rama Kay, nella laguna di Bluefields. Sono quattromila persone. Ultimamente le divergenze con i mestizos sono diminuite, tanto che alle loro riunioni partecipano anche i nativi. La convivenza ha anche una ragione strategica: ormai i mestizos sono molto più numerosi. Il cambiamento è avvenuto in modo abbastanza naturale. Il capitano della barca, i professori, i medici e i funzionari statali sono tutte persone arrivate da fuori. “Dobbiamo conviverci”, dice Omier.

Al ritorno abbiamo viaggiato su una barca più piccola che trasportava latticini e latte da vendere nei villaggi. Era l’unica possibilità, altrimenti avremmo dovuto aspettare due giorni.

Il clima della riserva passa dalle piogge e dal freddo della mattina presto al caldo e all’umidità del giorno. Il terreno è fangoso. In media le case distano più di un quarto d’ora a piedi l’una dall’altra. Per strada si vedono appezzamenti di terra disboscati e bruciati dai nativi per seminare fagioli o mais. “È per il consumo familiare”, dice Buddier, che lavora nei campi a giornata.

Secondo gli ultimi dati delle organizzazioni ambientaliste nicaraguensi, l’80 per cento del territorio rama e kriol lungo il fiume Kukra e nella parte nord della riserva di Indio Maíz appartiene a persone che non sono del posto.

I proprietari seminano i terreni, ci allevano gli animali o coltivano la palma africana per l’olio. Il problema è che per queste attività bisogna prima disboscare. Inoltre, ogni palma richiede dai quaranta ai cinquanta litri d’acqua al giorno e ha bisogno di molti pesticidi, che finiscono nei fiumi. Così è scomparsa l’etnia che dà il nome al fiume, i kukra. “Da decenni la palma africana è responsabile dell’inquinamento del fiume”, dice Buddier. La maggior parte dei nativi kukra ha venduto le terre ai produttori di olio di palma. Sono cresciute enormi piantagioni e il fiume ha cominciato a inquinarsi. “Non vogliamo sparire come i kukra”, dice Buddier, che non ha venduto la sua terra, rifiutando tutte le offerte.

Questi territori sono amministrati secondo la legge 445, che regola la proprietà comunitaria dei popoli nativi e delle comunità etniche delle regioni autonome della costa atlantica del Nicaragua e dei fiumi Bocay, Coco, Indio e Maíz. Ma le compravendite avvengono in un altro modo: di solito un mestizo chiede al governo della comunità il permesso di comprare o recintare un appezzamento di terreno. Poi lo delimita con il filo spinato e comincia a disboscare, brucia tutto e semina l’erba per il bestiame, interrompendo in modo traumatico il ciclo naturale.

“Questa riserva è diventata un pascolo”, dice Buddier, che tra le altre cose è anche un operatore sanitario. Raccoglie dati sulle malattie e poi li invia al ministero della sanità per ottenere i medicinali e aiutare gli abitanti del posto.

Buddier riceveva delle medicine anche dall’ong Acción médica cristiana, chiusa nell’agosto del 2021. Il governo autoritario di Daniel Ortega e della moglie e vicepresidente Rosario Murillo ha ordinato la chiusura di più di cento ong attive nel paese. Le considerano organizzazioni sovversive che finanziano il terrorismo. Ma a rimetterci sono i più deboli, come i nativi di Sumukat.

Da sapere
Attaccato al potere

◆ L’ex leader sandinista Daniel Ortega, 76 anni, è alla guida del Nicaragua dal 2006. Nel 2009 la corte costituzionale ha autorizzato il presidente a ricandidarsi senza limiti di mandato. Nel 2017 Ortega ha proclamato la moglie Rosario Murillo vicepresidente del paese. Dopo le proteste antigovernative scoppiate nell’aprile del 2018, il suo governo ha assunto tratti sempre più autoritari. Centinaia di migliaia di persone, tra cui molti giornalisti, sono scappate per paura della repressione. La maggior parte ha trovato rifugio nella vicina Costa Rica. Il 24 aprile 2022 il governo di Managua è uscito dall’Organizzazione degli stati americani, che non ha riconosciuto la legittimità delle elezioni presidenziali dello scorso novembre. Bbc


Loydi sta da cinque anni con una ragazza, ma non hanno figli. Senza pesci è sempre più difficile trovare qualcosa da mangiare. “Penso che con il tempo non ci sarà più acqua. Le nuove generazioni, i bambini, non conosceranno il fiume e non andranno a pesca. I ragazzi mi dicono: ‘Perché ti preoccupi? Pensa a mangiare tu’. Ma le cose non devono andare così”.

Baseball improvvisato

Di notte a Sumukat il buio è totale. A illuminare il villaggio ci sono solo le lucciole, che si riflettono nell’acqua e brillano nel cielo limpido. Data l’assenza di nuvole gli acquazzoni che ci sono stati per due mattine consecutive hanno sorpreso gli abitanti del posto. “La terra si accorge quando ci sono degli estranei nella riserva”, dice un ragazzo che vive nella casa in cui dormiamo. Gli estranei a cui si riferisce siamo noi giornalisti.

I rama con cui parliamo frequentano la chiesa moraviana, ma hanno alcune credenze precise. Secondo loro, le piogge dei primi due giorni sono cadute perché non ci siamo tolti le scarpe quando siamo saliti sulla barca. Sono anche convinti che un certo tipo di uccello canti per annunciare un presagio, che sia buono o cattivo.

Le storie di persone native morte a causa dei morsi di serpente, invece, non hanno l’aria di essere una favola. “C’è uno sciamano che sa curare le persone”, dice il ragazzo della casa in cui alloggiamo. “Prima le persone morivano, ma lui ne ha salvate molte”.

Il morso di un serpente è più pericoloso in una zona in cui manca un centro sanitario e non ci sono i medicinali. A San Pancho, il paese più vicino, chiude tutto alle cinque, comprese le farmacie.

La povertà ha sempre accompagnato il villaggio di Sumukat, in cui mancano molte cose: abitazioni adeguate, servizi sanitari, istruzione e potere economico. Prima era normale mangiare banane e pesce, bagnato nel latte di cocco. “Ora non lo mangiamo più”, dice Beatriz Solano, ex tesoriera di Sumukat. “Cerchiamo di avere sempre riso, fagioli e la malanga (un tubero tipico dei tropici)”, spiega.

Grazie a un progetto di un’ong da qualche anno alcune case di Sumukat hanno la luce elettrica. La linea telefonica è stabile solo in alcuni punti del villaggio. Visto che non c’è molto altro da fare e si va sempre meno al fiume, per passare il tempo i ragazzi giocano a baseball all’aperto.

Buddier è uno dei giocatori di punta della squadra: combina bene i diversi tipi di lanci e con la mazza batte forte e in profondità. Quasi tutti entrano in campo con i jeans e gli stivali. Ogni volta che qualcuno è colpito dalla palla o cade mentre corre, tutti scoppiano a ridere.

McCrea segue la partita dalla terrazza di casa, una palafitta in legno. Il figlio ha otto anni e da alcuni mesi soffre di mal di pancia. Secondo il medico ha dei parassiti intestinali. Ma lei crede che sia colpa del fiume, perché il bambino ha prurito su tutto il corpo.

In quest’angolo di foresta gli unici suoni che si sentono sono i colpi delle mazze da baseball. Per qualche ora il gioco fa dimenticare la distruzione che lascia senza risorse i popoli nativi. ◆ fr

Divergentes è un sito indipendente nato in Nicaragua dopo le rivolte del 2018 contro il governo autoritario di Daniel Ortega. Per ragioni di sicurezza e per evitare ritorsioni i giornalisti e i fotografi preferiscono non usare il loro nome.

Questo articolo è uscito sul numero 1459 di Internazionale, a pagina 54. Compra questo numero | Abbonati