Tara Menon

Lo tsunami del dicembre 2004 è una scelta audace per un romanzo: come si può anche solo cominciare a raccontare l’esperienza di un evento del genere? Tara Menon, docente a Harvard, era un’adolescente a Singapore quando accadde. In un anno normale la sua famiglia avrebbe trascorso le vacanze di Natale in Thailandia; quell’anno invece no. Alimentata da questo persistente “e se?”, ha affrontato l’argomento con sicurezza e stile nel suo romanzo d’esordio, Vita sommersa. La narratrice è la ventenne Marissa, assistente editoriale di una rivista di viaggi di lusso a New York. È anche una sopravvissuta allo tsunami, e ne è perseguitata: ha incubi in cui le persone tossiscono pezzi di corpi e capelli e cerca di curare la sua terribile solitudine andando a letto con sconosciuti, scioccati dalla cicatrice sul suo ventre, “lunga venti centimetri e di un bianco così puro e brillante da balzare fuori dalla mia pelle scura”. Ma soprattutto Marissa è perseguitata dal ricordo della sua migliore amica, Arielle, scomparsa nell’inondazione. Il romanzo dà il meglio di sé quando descrive il silenzio inquietante delle ore precedenti allo tsunami: “un cane gira freneticamente in cerchio”; “gli uccelli sono spariti”. Ma quando l’onda si abbatte sulla costa, la scrittura sembra perdere sicurezza. Non è colpa di Menon. Come si descrive una situazione indescrivibile?
Laura Hackett, The Times

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Questo articolo è uscito sul numero 1667 di Internazionale, a pagina 84. Compra questo numero | Abbonati