La costruzione dei data center provoca proteste in tutto il mondo. “In America Latina il boom di questi centri ha scatenato un ampio dibattito pubblico e una forte opposizione: alcune comunità hanno citato in giudizio i giganti della tecnologia, riuscendo a bloccare progetti che comportavano uno sfruttamento eccessivo del territorio, mentre altre hanno costretto le aziende a rivalutare i propri piani. I governi della regione, seppur lentamente, stanno cominciando a discutere l’adozione di norme e regolamenti”, scrive Global Voices. “In Asia – un’altra regione nevralgica per lo sviluppo dei data center – questo dibattito è solo agli inizi. Dagli impianti tropicali della Malaysia alle centrali a carbone del Kazakistan, passando per le regioni dell’India colpite dalla siccità, i governi stanno facendo a gara per attirare investimenti nei data center, con pochi meccanismi per valutarne gli effetti o limitare i danni ambientali e sociali. Molti di questi paesi non prevedono l’obbligo di valutazioni dell’impatto ambientale oppure i quadri normativi sono in ritardo di anni rispetto al ritmo di costruzione. Le comunità più colpite sono raramente consultate. Questo è in gran parte il motivo per cui i giganti tecnologici internazionali puntano all’Asia: meno regole e meno opposizione significano un processo di realizzazione più semplice ed efficiente. Mentre le aziende e i governi procedono senza particolari misure di contenimento, gli esperti avvertono che il costo potrebbe essere molto alto. Oltre ai ben documentati rischi legati all’inquinamento ambientale e acustico, alcuni osservatori hanno espresso preoccupazione per il fatto che i rapidi cambiamenti nello sviluppo di hardware e software renderanno alcuni di questi centri obsoleti poco dopo il loro completamento”. Secondo un rapporto commissionato da Greenpeace Australia Pacific, “il boom dei data center in Australia comporterà un enorme fabbisogno energetico nei prossimi quindici anni e comprometterà la transizione del paese verso le energie rinnovabili, con gli esperti che chiedono una moratoria urgente sulla costruzione di nuovi centri”. ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1668 di Internazionale, a pagina 40. Compra questo numero | Abbonati