C’è chi farebbe anche le cose più assurde pur di scrivere bene come Kaye Gibbons. Nel suo quarto romanzo, Un amuleto per i giorni felici, Gibbons presenta Charlie Kate Birch, levatrice e dottoressa autoproclamata, che incontra il marito, un barcaiolo, mentre attraversa il fiume Pasquotank per far nascere bambini, assistere i malati e preparare i morti per la sepoltura. Margaret, sua nipote e narratrice del libro, immagina: “Tra mia nonna, con i suoi occhi verdi, e la grande luna color biscotto sospesa bassa sul Pasquotank, mio nonno dovette fare uno sforzo enorme per riuscire a lasciarla sull’altra riva del fiume”. È la prima e ultima immagine romantica di Charlie Kate, una donna schietta e inflessibile, che fa colazione con pane tostato all’aglio e odora di naftalina. Questa donna eccentrica è, in realtà, un genio della guarigione: usa rimedi erboristici come l’enotera e l’iperico, insieme a tutta la medicina moderna che riesce a procurarsi. Ma il suo più grande potere terapeutico risiede nella sua stessa persona. È l’incarnazione di quel “fascino per una vita serena” evocato dal titolo, ed è la sua straordinaria capacità di affrontarla con successo che trasmette alla figlia Sophia e a Margaret. Attraversando la grande depressione e arrivando fino alla seconda guerra mondiale, Gibbons dipinge questa guaritrice con colori pungenti come l’aglio pestato, tonificanti come la salsapariglia e rasserenanti come una tisana di melissa. Il vero incantesimo per chi legge è scoprire che nell’immaginazione ricca e rigogliosa dell’autrice continua a vivere un’intera popolazione di donne del sud così straordinariamente vitali.
Amelia Weiss, Time (1993)
Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it
Questo articolo è uscito sul numero 1674 di Internazionale, a pagina 81. Compra questo numero | Abbonati