Lo specchio deformante dei Mondiali di calcio
◆ Ottimo l’articolo di Gilles Paris (Internazionale 1674) che propone una riflessione originale sul rapporto tra calcio e geopolitica. Per alcune settimane, differenze linguistiche, culturali, religiose e politiche sembrano attenuarsi davanti all’emozione condivisa di una partita, di un gol o di una vittoria inattesa. Il torneo offre visibilità a paesi piccoli e grandi, permettendo a nazioni con risorse limitate di competere alla pari con le tradizionali potenze calcistiche e di regalare storie straordinarie di talento, impegno e riscatto. I Mondiali sono inoltre una celebrazione della diversità e della mobilità contemporanea, molte nazionali riflettono società aperte e multiculturali, nelle quali identità differenti convivono e contribuiscono a un progetto comune. Al di là dell’aspetto sportivo, il calcio diventa così un linguaggio universale capace di creare appartenenza, memoria collettiva e dialogo tra popoli che spesso si conoscono poco. In un mondo frequentemente segnato da conflitti e divisioni, i Mondiali ricordano che la competizione può convivere con il rispetto reciproco e che esiste ancora uno spazio globale nel quale miliardi di persone possono emozionarsi insieme per la stessa storia.
Antonio E. Nardi
La squadra del cuore
◆ Sfoglio Internazionale del 17 luglio e rimango colpita dalla bellissima foto che ritrae una folla di abitanti di Gaza che guarda su un maxischermo la partita Egitto-Argentina dei Mondiali di calcio. Subito mi salta all’occhio che tra quella moltitudine di persone, ammassate e abbarbicate anche sulle macerie, non c’è nemmeno una presenza femminile. Nella didascalia leggo che “in tanti hanno guardato le partite dei Mondiali, sia per passione sia per distrarsi dalla devastazione della guerra”. Ma possibile che nemmeno una donna abbia avuto almeno il desiderio di distrarsi dalla devastazione della guerra? Possibile che nemmeno una bambina abbia avuto il desiderio di seguire il babbo o i fratelli in un’esperienza diversa? Esprimo completa solidarietà al popolo palestinese, ma rimango rattristata da come, anche in una situazione così grave di guerra, le donne di Gaza siano oggetto di discriminazione. E mi interrogo sul perché nessuno ne parli, come non si parla più delle donne dell’Iran e dell’Afghanistan.
Anna
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Questo articolo è uscito sul numero 1675 di Internazionale, a pagina 12. Compra questo numero | Abbonati