Nella sua straordinaria raccolta d’esordio, il poeta nigeriano Gbenga Adesina intreccia il lutto per la perdita del padre al dolore di immigrati, rifugiati e della popolazione nera nel mondo, dando vita a “un’elegia privata per un dolore collettivo”. Per Adesina esiste un silenzio nella lingua dei morti che deve risuonare nel canto dei vivi. Nella sezione che dà il titolo al libro, le voci di fantasmi, migranti, marinai e annegati creano una struttura polifonica in cui la poesia diventa un’espressione a più voci. La raccolta è attraversata dalla consapevolezza dell’evanescente appartenenza degli esseri umani a un mondo devastato dalla morte e dalla distruzione e tenta, a partire dalla memoria, di costruire un “paese corale”. Adesina attinge immagini potenti dal mondo naturale, in particolare dal regno dell’acqua – oceani, mari, uccelli migratori, e i cavalli, “animali del dolore”. Come fa la grande poesia, questa raccolta amplia il mondo, affermando che la memoria è una forma di luce, e che vivi e morti si muovono insieme sulle acque che li hanno plasmati.
Timi Sanni, Epoch

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Questo articolo è uscito sul numero 1683 di Internazionale, a pagina 82. Compra questo numero | Abbonati