La narratrice di La rivolta delle capre torna indietro con la memoria ai due anni trascorsi nell’appartamento della zia Lidia, una donna singolare e imprevedibile, in lite con i fratelli, separata da un’altra donna, dipendente da un gatto e dotata di certi poteri soprannaturali che si attivano solo quando sopraggiunge una grande tristezza. Al ritratto affascinato dell’indomabile e mutevole Lidia si affiancano le scoperte della narratrice: un romanzo di formazione che prende definitivamente quota quando lei si trasferisce a Madrid e le due smettono di vivere insieme. Da quel momento il libro riflette, senza alcuna solennità, sulla “stranezza di essere vivi”. C’è poi una terza figura femminile: la giovane capra Juana, invenzione di Lidia per mettere alla prova la nipote, prepararla a ciò che significa entrare nel mondo e costringerla a mettersi nei panni dell’animale per prendere decisioni importanti. Juana finirà addirittura per studiare teoria e storia del cinema e dirigere i propri film. Stando alla trama si potrebbe pensare che sia una grande buffonata. Non lo è, se non nella misura in cui lo vuole Chivite, indocile, scatenata e originalissima che ci offre carisma, gioia letteraria e talento a piene mani.
Juan Marqués, El Mundo
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Questo articolo è uscito sul numero 1683 di Internazionale, a pagina 82. Compra questo numero | Abbonati