L’Iran è entrato in guerra in una posizione di debolezza. Anni di sanzioni hanno messo in ginocchio l’economia, e la sua rete di alleati regionali è stata compromessa dai ripetuti conflitti con Israele e gli Stati Uniti dopo il 7 ottobre 2023. Anche la frustrazione dell’opinione pubblica iraniana è cresciuta a causa della repressione e della crisi economica, aggravate dal fatto che Ali Khamenei, l’ex guida suprema, si era mostrato sordo alle richieste di riforme. Agli occhi di molti osservatori queste condizioni portavano a un’unica conclusione: una guerra prolungata avrebbe fatto crollare il sistema. Ma la debolezza strutturale non si traduce automaticamente nella caduta di un regime. La storia suggerisce che spesso le guerre producono l’effetto opposto. Le pressioni esterne in alcuni sistemi politici consolidano il potere intorno ai gruppi più attrezzati per combattere e sopravvivere.

Potere diffuso

Il potere iraniano non ruota intorno a un singolo individuo. È distribuito tra istituzioni che si sovrappongono: l’ufficio della guida suprema, il clero, l’apparato di sicurezza e i Guardiani della rivoluzione. Questa architettura è stata progettata per garantire continuità nei momenti di crisi. Finora la morte di Khamenei, l’istituzione di una struttura di potere transitoria e la nomina a suo successore del figlio Mojtaba dimostrano la resilienza di un sistema in cui la costituzione prevede dei meccanismi per impedire un vuoto di potere.

Inoltre la reale autorità in materia di sicurezza nazionale è nelle mani di istituzioni che restano intatte anche nei momenti in cui i loro vertici sono vacanti. I Guardiani della rivoluzione, il Supremo consiglio per la sicurezza nazionale, il Consiglio di difesa (di recente creazione) e i servizi segreti formano la spina dorsale della capacità di pianificazione e del potere coercitivo dello stato. Questo assetto istituzionale complica ogni previsione su un improvviso crollo del regime. Sappiamo che anche alcune analisi dell’intelligence statunitense erano arrivate alle stesse conclusioni e mettevano in guardia da una campagna militare su vasta scala, che non necessariamente sarebbe stata in grado di rovesciare la Repubblica islamica, perché l’autorità è divisa tra più centri di potere. La questione fondamentale non è se il regime si è indebolito, ma come sono cambiati gli equilibri di potere al suo interno. In questo senso la posizione del presidente Masoud Pezeshkian è rivelatrice.

La prudenza del presidente

L’improvvisa rimozione di Khamenei dal sistema politico non ha rafforzato Pezeshkian. In guerra i limiti dell’autorità civile sono diventati ancora più evidenti. La presidenza può influenzare i toni e la comunicazione, ma le decisioni sul conflitto, sulla deterrenza e sulle rappresaglie sono prese dall’esercito e dai servizi di sicurezza. Questa dinamica limita fortemente lo spazio della diplomazia. I funzionari considerati troppo accomodanti verso Washington o Israele rischiano la marginalizzazione politica e le ritorsioni di istituzioni ancora molto legate al discorso della resistenza. Da questa prospettiva chi ci guadagna da un conflitto prolungato sono i Guardiani della rivoluzione. Il corpo dei pasdaran controlla le forze missilistiche, gran parte della strategia di guerra asimmetrica e quel che resta della rete di alleanze regionali, come Hezbollah in Libano. I pasdaran hanno anche un forte peso economico e politico, in particolare nei settori dell’edilizia, dell’energia, delle telecomunicazioni e della finanza, costituendo di fatto un sistema di potere parallelo.

Quando gli stati subiscono un attacco, l’autorità gravita verso le istituzioni che sono in grado di mobilitare risorse, imporre la disciplina e coordinare una risposta militare. In Iran lo fanno i Guardiani della rivoluzione. Anche se la guerra danneggiasse ulteriormente l’economia e l’apparato militare, loro potrebbero uscirne più forti.

In prospettiva ci sono diversi scenari possibili. Uno potrebbe essere la continui­tà controllata. Il successore di Khamenei è stato nominato, ma la reale autorità decisionale potrebbe spostarsi verso un gruppo dirigente con una forte componente degli apparati di sicurezza. Un’altra possibilità è la transizione verso un sistema ancora più militarizzato, in cui i Guardiani della rivoluzione esercitano un’influenza determinante sia sulla sicurezza nazionale sia sulla politica economica.

Entrambi i casi rappresentano un’accelerazione di tendenze già viste negli ultimi vent’anni. In Iran il ruolo del clero si è progressivamente ridotto, a vantaggio degli apparati di sicurezza. L’espansione economica dei Guardiani, il loro ruolo crescente nella politica regionale e la loro influenza sulle istituzioni chiave dello stato hanno già ridefinito il panorama politico. Una guerra di lunga durata potrebbe accentuare questa trasformazione.

Tutto questo non significa che il regime sia invulnerabile. I sistemi autoritari spesso sembrano stabili finché non s’incrina la coesione dell’élite. Il momento più pericoloso per sistemi di questo tipo non è la pressione esterna ma la frammentazione tra le istituzioni responsabili del mantenimento dell’ordine.

Ma, anche nell’ipotesi di fratture di questo tipo, la Repubblica islamica sarebbe in grado di resistere. Da decenni il regime si prepara a questo momento, stabilendo una serie di sostituzioni a vari livelli e catene di comando parallele pensate per continuare a far funzionare la macchina anche in caso di morte dei leader. Se a questa organizzazione si sommano le reti di intelligence e i piani di successione prestabiliti per i vertici militare, il tutto riflette lo sforzo di garantire continuità anche sotto attacco.

L’ironia è che la pressione militare esterna invece di indebolire il regime potrebbe rafforzarne gli elementi più intransigenti. Se i leader iraniani giungeranno alla conclusione che la guerra mira non solo a cambiare il volto politico del paese ma a smantellare lo stato, le posizioni a favore del compromesso diventeranno politicamente tossiche. I Guardiani sosterranno che l’Iran ha di fronte a sé una battaglia per la sopravvivenza che richiede unità, resistenza e supremazia militare. Il risultato potrebbe non essere il collasso della Repubblica islamica, ma la trasformazione in una sua versione ancora più militarizzata. ◆ fdl

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1656 di Internazionale, a pagina 18. Compra questo numero | Abbonati