Il sole è alto nel cielo, e sulla terra non c’è proprio niente da fare. Solo una donna cammina, spingendo un passeggino su e giù lungo una polverosa strada di paese. La donna è grassa, si muove ondeggiando e canticchia una ninnananna. Quando mi passa davanti, ondeggiando e canticchiando, bruciata dal sole, non posso fare a meno di allungare lo sguardo sul passeggino. È vuoto.
Bisognerebbe raccontare del rumore della mitragliatrice proveniente da sudovest e di quello dei mezzi corazzati lanciati a tutta velocità sulla circonvallazione, della scomparsa del ronzio snervante prodotto dal drone sopra il nostro villaggio e del fatto che io sia poi arrivato a sentire la mancanza di quel dolce suono. Forse sto impazzendo. Poi il drone torna, ma non so dire esattamente quando. Nel villaggio ci sono sette orologi, tutti fermi.
Per ora, comunque, penso sia meglio non parlare della guerra. Ancora no. Farò un passo indietro per cominciare dall’inizio. Da quando per noi la vita così come la conoscevamo è finita, cioè dal giorno in cui ci hanno tolto gli smartphone.
È successo da qualche parte in Baviera, in un parcheggio inospitale, verso le cinque del mattino. Abbiamo dovuto infilare i telefoni in buste marroni, scriverci sopra i nostri nomi e poi mettere le buste in cestini di plastica bianchi. Tutti hanno abbandonato il proprio io, così rapidamente che qualcuno non trovava il coraggio di allontanarsi da quei cestini. Ma come, non ho neppure avuto il tempo di dire addio a me stesso!
Eccoci, 250 persone perplesse ed esauste dopo una notte insonne in pullman. Sento solo parole isolate, frammenti di frasi, sospiri. Ci sono molti disoccupati, qualche pensionato, alcuni studenti. Capelli spettinati, sguardi stanchi, scarpe da ginnastica calzate da piedi poco sportivi, giubbotti. Più che una panoramica trasversale della società, è una fotografia dei suoi scarti.
Qualcuno però sembra avere una certa familiarità con tutto questo. C’è addirittura chi sorride, quasi assorto o con l’aria di saperla lunga. Avrà perdonato al mondo il fatto di trovarsi qui adesso. L’essere umano è un animale che si adatta facilmente.
Ottantotto euro
D’ora in poi noi siamo civilians on the battlefield, civili sul campo di battaglia. Per le sue esercitazioni militari la Nato vuole scenari realistici: i suoi soldati non si esercitano solo a sparare sui nemici, ma anche a evitare di colpire i civili. Non è un aspetto di poco conto. Il nostro compito consiste nel passare due settimane in un’area militare, a vivere una finta vita con una finta identità in un finto villaggio.
Le regole di comportamento sono severe. Sono vietati: cellulari e internet, macchine fotografiche e computer, magliette senza maniche e pantaloni corti, infradito e canottiere, l’abbinamento giacca nera e pantalone nero. Inoltre è vietato correre. E per non rendere il tutto troppo divertente sono vietate le droghe e l’alcol, e i contatti fisici di qualsiasi tipo. Ed è vietato fuggire da tutti questi divieti, perché nessuno può lasciare il villaggio.
La cosa più vietata di tutte, però, è togliersi il giubbotto ricoperto di sensori Miles (multiple integrate laser engagement system), che trasformano un civile qualsiasi in un civile sul campo di battaglia. Perché i soldati usano armi che insieme alle cartucce a salve sparano segnali a raggi infrarossi, così quando gli spari “colpiscono” qualcuno, invece di “aaah” si sente solo “bip”.
Per tutto questo riceviamo 88 euro al giorno: 88, il numero di Hitler. Forse un burocrate con velleità nazionaliste ha voluto fare dello spirito.
Nel centro per le esercitazioni militari di Hohenfels, nel distretto dell’Alto Palatinato, cose del genere si vedono spesso. Ultimamente la Nato ha cercato civili che sapessero il russo. Erano richieste anche altre lingue, ma è stato il russo a farmi drizzare le orecchie. Così, nel bel mezzo della nuova guerra fredda. Se la Nato fa giocare i suoi soldati alla guerra con civili russi, sta pianificando un’invasione, non vi sembra?
A un certo punto l’annuncio di lavoro è comparso sul sito internet del comune di Berlino. Perciò molti mezzi d’informazione tedeschi hanno parlato dell’imminente esercitazione. In Russia la notizia è stata discussa nei dibattiti televisivi più importanti: ecco, guardate, gli yankee stanno arrivando! L’avevamo detto!
Sia come sia, circa un terzo dei 58 civili assegnati al mio villaggio parlano più o meno bene russo. Non tutti vengono dalla Russia, c’è qualche tedesco dal cuore russo. Ci sono anche due sorveglianti tedeschi, e un grande capo statunitense. In un finto insediamento chiamato Raversdorf.
I primi che noto sono Slawik e Wassili. Slawik è sulla trentina, porta il codino e non riesce a star fermo. È chiaramente un attaccabrighe. Wassili ha circa vent’anni e lo sguardo malinconico. Sono seduti a tavola con Julian, tedesco dal cuore russo. Slawik: “Qui non succede niente. Dobbiamo trasformare questa esercitazione in qualcosa di completamente diverso”. Wassili: “Se non ci danno niente da fare, possiamo fare i partigiani nel bosco. Non riuscirebbero a stanarci per anni!”. Julian: “Vorreste fare come gli ucraini contro l’armata rossa?”. Wassili alza la voce: “Cosa? Per chi ci hai preso?”. I tre restano seduti a sproloquiare su come diserteranno per pura disperazione. E siamo qui solo da quattro ore.
Vite precedenti
Raversdorf si trova in una valle circondata da colline, prati e boschi. Una decina di case strappate alla natura. Davanti al municipio, su un’asta di cinque metri, sventola la bandiera tedesca, alla stessa altezza del minareto della moschea.
In una vita precedente Raversdorf è stata un villaggio musulmano, ma per questa esercitazione la moschea è diventata una chiesa. Una chiesa con un minareto, e contemporaneamente una palestra i cui attrezzi sono inservibili: al posto dei pesi ci sono dei mattoni.
Raversdorf è attraversata da una polverosa strada di paese, quella su cui cammina la donna con il passeggino. Ai margini del villaggio c’è la baracca in cui alloggiamo in camerate da venti. I materassi sono sporchi. Non ci sono cuscini. Usiamo le lenzuola scartate dall’esercito. E questo sarà il nostro mondo per due settimane.
Ci accoglie il grande capo statunitense. È un ex soldato che d’ora in poi chiamerò Körnel. Viene dal sud degli Stati Uniti ed è di corporatura robusta. È in Germania da vent’anni, ma quasi non parla tedesco. Dice cose come: “War is easy. Find the bad guys and kill them!” (la guerra è facile, trova i cattivi e uccidili). Quando era in Iraq il suo grado era un altro, ma a Raversdorf nessuno è quello che era, è o sarà nella vita reale. Tutti i nomi che compaiono in questo articolo sono stati modificati, sono nomi in codice di false identità. Tutto si svolge in una cittadina tedesca che prima ha dovuto fingersi mediorientale, e perciò somiglia al mondo arabo come lo immagina un soldato statunitense. Chiaro?
Körnel assegna le parti. Un foglietto informa ciascuno sul proprio passato, sui nomi dei suoi parenti, sulle sue opinioni politiche. Ci sono un sindaco, un capo della polizia, un fruttivendolo, molti professori e studenti, perché Raversdorf è una città universitaria. Ci sono anche dei rifugiati, uno spacciatore e la leader di un movimento pacifista. E che leader!
Hilde porta un cappello estivo e ha circa settant’anni, ma è entusiasta come una diciassettenne. È un’insegnante in pensione della Franconia. Quando le chiedo perché continua a farsi assumere su finti campi di battaglia, risponde: “Perché hanno bisogno di me!”. Corre per il villaggio gesticolando come una matta, trascina una russa timida su un prato pieno di paletti per le tende e le spiega tutta seria che una volta qui ci sono stati “sette morti!”. “Sette morti! Sette!”. Che poi, dice facendosi all’improvviso pensierosa, in realtà sarebbe il “quartiere a luci rosse”. “Dice davvero, sta parlando dell’esercitazione precedente?”, chiede la russa. Ma Hilde se n’è già andata. Ogni mattina c’è una riunione in cui ribadiscono che non dobbiamo fare stupidaggini per strada – il villaggio è videosorvegliato – e dobbiamo prestare sempre attenzione. La guerra potrebbe scoppiare da un momento all’altro.
All’inizio dell’esercitazione non so che farmene di queste raccomandazioni. La parte che mi è stata assegnata non è molto importante. Per cui osservo.
Il sole sta sorgendo da dietro una collina. Tre elicotteri Apache puntano verso l’orizzonte. C’è odore di rugiada. È tutto molto bello
Il sole è ancora alto nel cielo, e sulla terra non c’è niente da fare. L’aria vibra per il caldo. La donna con il passeggino è stanca di ciondolare e si siede su una panchina. Accanto alla panchina ci sono altri due passeggini, come se una bomba avesse colpito un orfanotrofio. Tra i passeggini brillano i bossoli.
Vado in giro senza meta, passando davanti a piccole bancarelle. Stinchi di maiale di polistirolo. Palloni da basket dipinti per sembrare cocomeri. Sul bordo della strada un cartello ingiallito che pubblicizza due tipi diversi di birra Krombacher, con lo slogan “A voi la scelta!”. Come a prenderci in giro, ricordandoci che l’alcol è proibito.
Entro nel finto bar del finto villaggio, e su un tavolo c’è una vera bottiglia di vino, riempita a metà con un liquido giallo. Afferro la bottiglia, ma all’improvviso sento: “Urina”. Accanto a me c’è un anziano signore con un cappello da cow-boy. “È urina”, ripete, con una tale convinzione che deve averla assaggiata, o avercela messa lui. Poi arriva il pranzo, un non meglio definibile pasto pronto sigillato nella plastica, quello che mangiano i soldati statunitensi sui campi di battaglia. Per lo più contiene pane in cassetta americano e simil-formaggio. Burro di arachidi. _ Chili con fagioli. _Tacos di carne. Il pranzo è il pasto migliore della giornata. La mattina e la sera riceviamo cibo fresco, o almeno così lo chiamano: carne avariata, purè di patate marroncino e insalata appassita. Mi rendo conto con amarezza che il concetto di “fresco” può essere esteso all’infinito.
“Preparatevi! Oggi arrivano i soldati!”, ci ripetono continuamente Körnel e i due sorveglianti tedeschi che si chiamano entrambi Mike, come se i loro nomi veri volessero sembrare ancora più falsi di questa falsa realtà. Anche durante il pranzo continuano a lanciarci avvertimenti. E così facciamo attenzione, perché tra poco arriveranno i soldati: è una promessa e allo stesso tempo una minaccia. Stanno arrivando.
Ma finché non arrivano possiamo solo scorgerne le tracce. Un drone sopra le nostre teste. Spari in lontananza. Carri armati che attraversano i campi vicini. Quando qualcuno si riposa troppo, arriva di corsa uno dei due Mike, gridando “vita di villaggio!”. Dobbiamo fare “vita di villaggio!”, con il punto esclamativo, cioè farci vedere per strada, muoverci, interagire, comportarci come impone la nostra parte, simulare la vita.
Uno dei due Mike ammonisce Slawik e Wassili, l’attaccabrighe e quello strano. “Vita di villaggio!”, li esorta. Non sapendo che fare, i due afferrano un tappeto in un negozio, lo arrotolano e lo portano fino alla stazione di polizia, settanta metri più in là. Poi esclamano all’unisono: “Come, non avete ordinato nessun tappeto?”, e lo riportano al negozio. Scoppiano a ridere, e poi ricominciano da capo.
Più tardi li ritrovo seduti al tavolo con Julian, a fumare e a giocare a carte. “L’essere umano è l’apice della creazione”, dice Wassili con la sigaretta che pende dalla bocca. “Eppure ci ritroviamo qui, nel bosco, per impersonare le vittime di una guerra in cambio di buffi pezzi di carta colorata. Non è assurdo?”. Lo dice piano. Slawik risponde qualcosa, a voce alta, e io in tutto quel rumore capisco solo “galera a cielo aperto” e “gulag”.
Cerco di scoprire cosa ci facciano qui questi due. Slawik si passa la mano tra i lunghi capelli e dice che nella vita vera fa “un lavoro d’ufficio”. Voleva capire come la Nato sta pianificando la campagna contro la Russia, ammesso che faccia questo. Lui, come molti altri, qui è “uno dell’est”. Wassili continua a fumare. Dice che aveva semplicemente bisogno di andare via di casa. Qualcosa con i genitori. “Il telefono non l’ho portato neanche”.
Lo scenario dell’esercitazione militare è semplice: una potenza ostile attacca prima il Baltico, poi la Polonia e la Repubblica Ceca. Infine invade la Germania. Gli aggressori hanno un nome di fantasia: sono i Torricchi, ma ci vuole poca immaginazione per capire chi rappresentano. La Nato vuole difendere la Germania in modo eroico e moralmente ineccepibile. Fin qui è tutto molto anni ottanta. Sia i soldati buoni sia quelli cattivi sono impersonati dalle truppe della Nato, composte in maggioranza da statunitensi. E noi civili facciamo la parte di un villaggio tedesco in guerra. Ed ecco la contraddizione: perché proprio un villaggio tedesco?
Dopo tutto lo scompiglio suscitato dalla ricerca di civili che parlassero russo, la lingua russa non viene mai usata. La finta guerra si svolge in Germania, non in Russia. Molti chiedono lumi a Körnel, agli altri collaboratori statunitensi, ai due Mike, alla direttrice dell’azienda tedesca che assume i civili per conto della Nato. Le risposte vanno da un’alzata di spalle a un innervosito “basta domande”, fino a dichiarazioni che sembrano alludere a errori di battitura e fraintendimenti.
“L’unica spiegazione possibile”, dice Slawik, “è che prima pensavano di ambientare la guerra in Russia, poi per via del casino sui mezzi d’informazione hanno cambiato idea”. Lui e gli altri civili discutono animatamente. Alcuni pensano che la Nato voglia solo provocare la Russia dicendo: “Guardate, noi qui ci esercitiamo per l’invasione come se niente fosse. Perché noi possiamo”.
I civili che hanno solo il passaporto russo raccontano che il giorno del loro arrivo sono stati interrogati da uomini che sembravano agenti dei servizi segreti statunitensi. Gli è stato chiesto di non parlare di quest’esercitazione in Russia, per evitare tensioni tra est e ovest. Recentemente il Montenegro, uno stato che non ha un vero e proprio esercito ma ha un confine e un passato in comune con la Serbia, alleata della Russia, è entrato nella Nato. La nuova guerra fredda è già cominciata.
Come nascono gli eroi
A Raversdorf invece comincia un nuovo giorno. La sveglia suona alle cinque. Lascio la baracca e percorro di corsa la strada del villaggio. Ai margini del paese ci sono dei soldati statunitensi stesi per terra. Dormono rannicchiati sull’erba, nascosti dalla foschia mattutina. Dall’altro lato della strada ci sono cinque carri armati con i cannoni allineati verso il cielo. Il sole sta sorgendo da dietro una collina. Tre elicotteri Apache in formazione puntano verso l’orizzonte. C’è odore di rugiada. È tutto molto bello.
Poi passa l’autospurgo che ogni giorno svuota il nostro gabinetto. Fine del momento bucolico. Mentre vado a spasso in direzione della baracca trovo un ranocchio morto, la prima vittima di questa guerra senza senso. Giace tra due pozzanghere, una di pioggia, l’altra del suo sangue. Le interiora escono dalla pancia. È finito sotto un carro armato, o almeno così racconteremo ai nostri nipoti. Non riveleremo mai che è stata l’autospurgo. È così che nascono gli eroi.
Più tardi i soldati se ne vanno senza aver messo piede a Raversdorf. Ma perché non ci vuole nessuno? Intanto facciamo conoscenza tra noi. C’è Sergei, il cacciatore di mammut. L’ho ribattezzato così perché un tempo faceva il cacciatore di pellicce e una volta ha partecipato agli scavi per disseppellire un mammut dai ghiacci siberiani. Sergei porta un cappello da cow-boy e ha la barba bianca. Sembra una versione russa del signor Miyagi, il maestro saggio di Karate kid. Passa il tempo giocando a scacchi, e ogni volta che sta per vincere offre generosamente agli avversari la possibilità di fare patta. Quando Körnel gli ha assegnato il ruolo di professore ha tenuto un discorso al popolo nel tedesco antiquato tipico delle minoranze tedesche dell’est: “Erigeremo un muro… contro la pigrizia!”. Applausi. “Faremo di Raversdorf un villaggio perbene!”. Ancora applausi.
Sergei mi mostra un libro in cui ha documentato il ritrovamento del mammut con fotografie in grande formato di uomini e ossa nel ghiaccio. “Ci nutrivamo di certe specie di zecche che oggi neanche esistono più!”. Scherza, ovviamente.
La maggior parte dei civili si rifugia nelle battute, nelle sigarette e nelle chiacchiere. Raversdorf non sembra un posto adatto all’introspezione: siamo tutti troppo poco autonomi, troppo poco soli con noi stessi. È un luogo dove si rinuncia a sé. Forse a volte fa anche bene. Per Hilde, l’irriducibile Hilde, la rivoluzionaria verde, sembra proprio così.
“Se un supervisore mi dice salta, io salto!”, esclama. E per dimostrarlo salta veramente, poi corre qua e là e pianta dei fiori.
Le chiedo della sua vita passata. Allora mi racconta dell’Afghanistan: “C’era un gruppo di kamikaze da lasciare tutti a bocca aperta!”. Ma no, le spiego, intendo la vita vera, la vita fuori. “Al diavolo, lasciamo perdere”, si limita a dire contrariata. E mentre se ne sta andando aggiunge: “Cosa vuole che mi aspetti là fuori?”.
Mi rivolgo a Slawik, l’attaccabrighe. Secondo il copione lui fa lo spacciatore. Deve rifornire soprattutto gli studenti, e spaccia bustine di zucchero che lui stesso ha colorato. Come pagamento accetta “qualsiasi cosa stia su un foglietto”. Va bene un’immagine, un disegno, una poesia. Slawik tiene un bigliettino tra le mani e non vuole rivelare chi glielo ha dato. C’è disegnato un carro armato, con degli alberi sullo sfondo. Il tratto è grossolano e incerto, sembra quello di un bambino, ma qui bambini non ce ne sono.
La noia ha fatto impazzire i romeni, che si sono messi a distillare vera vodka nel finto villaggio e hanno fatto arrivare delle vere prostitute
Slawik gioca a carte, a scacchi e a ping pong, ogni sera va in chiesa, anche nota come la moschea o “l’inferno del fitness”. Parole sue. “Non avrei mai pensato che fosse così dura starsene rinchiusi. Non so se reggerò”, mi confida.
Poi c’è Körnel, così yankee che quasi fa male. Anche a lui fa male tutto, per questo non è più un soldato in servizio ma il commander in chief di Raversdorf. “L’esercito statunitense è così forte perché i soldati non si attengono agli ordini. Chi è prevedibile perde”, dice per spiegarci perché i soldati non sono arrivati al villaggio come aveva annunciato. Peccato, non vedevamo l’ora.
Invece dei soldati, un mattino nel villaggio arriva in volo una colomba. Non è selvatica, ha un anello intorno a una zampa. È ferita e nessuno sa cosa fare. “Non datele da mangiare”, dice Körnel. “Il vostro cibo potrebbe farle male”. Tutti si guardano, sperando che si tratti di uno scherzo. Ma Körnel se ne va e noi restiamo intorno alla colomba, senza sapere cosa fare.
Ci sono due russe che girano sempre in coppia. Una sembra appartenere all’intellighenzia, l’altra fuma sempre. Intellighenzia: “Ma quando arrivano questi soldati?”. Fumatrice: “Magari non arrivano proprio”. Intellighenzia: “Magari stiamo sbagliando qualcosa”. Fumatrice: “Certo. Dev’essere colpa nostra”.
Il giorno dopo, con un caldo bestiale, all’improvviso scoppia una battaglia. Nel nostro villaggio! È un’esercitazione, certo, per prepararsi all’esercitazione militare vera e propria, ma almeno si vedono dei soldati. Arrivano i cattivi, vestiti di nero, e occupano due case. I cattivi si riconoscono dal fatto che le loro uniformi non hanno segni di riconoscimento, come quelle delle forze speciali russe nel conflitto ucraino, e anche dal fatto che sono molto, molto cattivi. Poi arriva la Nato. Sparano, e dobbiamo nasconderci tutti negli edifici. Le cartucce a salve sembrano vere.
Due soldati statunitensi perquisiscono la stanza in cui mi sono nascosto. Controllano la situazione, in fretta, incerti. Uno s’impiglia con il fucile nello zaino dell’altro. L’esercito più potente del mondo. I suoi soldati sembrano bambini che si sono allontanati da casa per la prima volta. Poi la battaglia finisce. Le cose belle nella vita finiscono sempre troppo presto. “È stato solo un assaggio”, dice uno dei due Mike. Un’innocua scaramuccia. Quando il gioco si farà duro sul serio, allora sì che vedremo colonne di carri armati rombare e centinaia di soldati lanciarsi all’assalto. Sui volti bruciati dal sole si disegnano dei sorrisi.
Gite in taxi
Poi, all’improvviso, mentre fa ancora un caldo bestiale, avviene il primo contatto. Avevamo quasi dimenticato che non siamo soli: in quest’area per le esercitazioni di 160 chilometri quadrati ci sono ben cinque insediamenti pieni di civilians on the battlefield. Raggiungere gli altri in autonomia è impossibile, ma alcuni approfittano del loro ruolo. Il capo della polizia e il sindaco vanno alle riunioni con i loro colleghi. Gli altri possono implorare una cosiddetta corsa in taxi, e i più fortunati riescono a distrarsi così almeno una volta nel corso delle loro due settimane qui.
Qualche volta poi sono gli altri a venire a Raversdorf. Ne nascono conversazioni interessanti. Uno dei nostri parla con un abitante di un altro villaggio. Abitante di Raversdorf: “Non succede nulla qui. Che palle”. Forestiero: “Neanche da noi”. Abitante di Raversdorf: “Io sono un rifugiato. Il mio copione dice che sono contentissimo, perché la mia Fatima sta per raggiungermi”. Forestiero: “Mm”. Abitante di Raversdorf: “Sì. Non è che poi sono così contento che venga, la mia Fatima”. Un altro forestiero s’intromette: “Guarda un po’! Il mio copione dice che mia madre si chiama Fatima”. Abitante di Raversdorf: “La mia Fatima?”. L’altro forestiero: “Guarda, te la cedo volentieri”.
Al ritorno da un giro in taxi, un abitante di Raversdorf racconta di aver incontrato un rifugiato, cioè un rifugiato vero che interpreta un rifugiato anche in questo gioco di ruolo. Finora quello era l’unico lavoro che era riuscito a procurarsi in Germania. Sembra che il rifugiato gli abbia anche detto: “Quando ho attraversato il Mediterraneo su un barcone non mi sarei mai immaginato che il mio lavoro in Europa sarebbe stato interpretare un rifugiato”.
Grazie alle corse in taxi capiamo anche quali nazionalità oltre agli Stati Uniti sono rappresentate qui. Gli ucraini partecipano, anche se non fanno parte della Nato. Avvistiamo romeni e albanesi. Gli albanesi hanno fermato e perquisito una macchina del nostro villaggio. Anche loro sono molto giovani, come i loro colleghi statunitensi. Slawik commenta: “Ho qualche difficoltà a pensare che degli albanesi armati siano ‘i buoni’”. In effetti è assurdo: soldati statunitensi interpretano russi cattivi; civili russi interpretano civili tedeschi; ucraini, albanesi e romeni difendono l’occidente.
Tra i russi, i soldati ucraini ovviamente sono un argomento di conversazione. Si ipotizza che sia a causa della loro presenza se la Nato non ha fatto di Raversdorf un insediamento russo. Altrimenti avremmo degli statunitensi che si esercitano a invadere la Russia insieme a dei soldati ucraini. Insomma, c’è un limite a tutto! Queste esercitazioni potrebbero davvero far scoppiare la terza guerra mondiale!
All’improvviso un uomo grida. Qualcuno corre verso di lui, ma i civili esperti, quelli che passano buona parte della loro esistenza nel centro di Hohenfels, rimangono ai loro posti, con atteggiamenti che vanno dal saputo all’apatico. Quello che ha gridato, un vecchio con i capelli bianchi e lo sguardo vitreo, continua a urlare fino a diventare paonazzo. Uno dei veterani dice: “Quello ha la sindrome di Tourette. Quando raggiunge il suo livello massimo di stress impazzisce”. Un altro ride. “Eh già, il vecchio Diddi!”.
La sera ascolto le conversazioni tra Slawik, Wassili e Julian. Non si guardano in faccia. Wassili: “Siamo scimmie impazzite, che s’incontrano nel bosco per spararsi a vicenda”. Slawik: “Forse è questo il futuro della Russia. Un campo di prigionia russo, controllato dagli statunitensi con sorveglianti tedeschi al loro servizio”. Julian: “Ne ho abbastanza, ragazzi. Vado a dormire”.
Sbrigati e aspetta
Il mattino dopo si sentono solo gli uccellini cantare, finché una mitragliatrice in lontananza non li interrompe. Dura poco, non sembra fare sul serio. Andiamo alla riunione mattutina. “Gente: sensori Miles!”, grida uno dei due Mike. Lo ripete ogni mattina, ma c’è sempre qualcuno che dimentica di infilare il suo giubbotto con i sensori. Altre regole: non buttare immondizia per strada. Arrivare puntuali alle riunioni. Lasciare i bagni puliti. Neanche fossimo bambini disadattati.
Qualcuno racconta che la Nato ha provato a organizzare esercitazioni simili in paesi dove il lavoro costa meno, come la Romania. Dal punto di vista economico avrebbe avuto perfettamente senso, ma le regole e la noia hanno fatto impazzire i romeni, che si sono messi a distillare vera vodka nel finto villaggio e hanno fatto arrivare delle vere prostitute. “Gente, fate attenzione! Se chiacchierate ci mettiamo il doppio! Quante volte ve lo devo ripetere?! Fate attenzione!”, si arrabbia Mike.
Quando tutti sono concentrati, uno dei Mike fa un siparietto. Si siede su una sedia a gambe larghe, la testa chinata sul petto e gli occhi chiusi. “Allora, cosa pensate che stia facendo?”, chiede. Sì, è vero, ci sono civili che vengono beccati fermi in questa posizione sulle panchine lungo la strada, a emettere suoni che ricordano in modo sospetto quelli di qualcuno che sta russando. E poi sostengono convintissimi che stavano semplicemente riflettendo: solo un occhio inesperto potrebbe scambiarlo per un pisolino.
Infine Körnel annuncia che forse oggi nel villaggio il gioco si farà duro. Dobbiamo essere pronti. Eccome se siamo pronti, Körnel! Questa attesa nervosa, questo affaccendato far niente, questo perseverare preparatissimi, i militari lo chiamano hurry up and wait, _sbrigati e aspetta._
Attraverso il villaggio di corsa. Tra poco si fa sul serio, perciò dobbiamo muoverci ancora meno del solito. Siamo autorizzati ad attraversare solo metà del villaggio, 109 passi che continuo a percorrere finché non mi brucia la fronte per il sole e per lo sforzo di non fare nulla. Accanto al bar c’è un chiosco che vende kebab, con uno spiedo di plastica che non gira. Arriva Hilde, con i pugni stretti e l’aria di chi sta per scoppiare a piangere. “Mi sono messa un burqa per loro, in pieno sole, ho fatto di tutto. Ma qui non è come in Afghanistan!”, dice. “E non ci sarà più un altro Afghanistan!”.
Più tardi circa dieci persone aspettano nel finto ospedale. Le hanno preparate per interpretare le vittime di un bombardamento. A un tizio hanno incollato delle viti sul braccio, una donna ha una ferita aperta alla testa. È fatta molto bene, come nei film. A un certo punto dovrebbero arrivare i medici della Nato per portare via i feriti. Passano quasi due ore, poi Körnel dice che la Nato non arriverà. A testa bassa e con il sangue finto sulle tempie, le vittime se ne vanno per la loro strada.
Anni ottanta
La mattina dopo sgattaiolo verso il bosco. È il mio momento anarchico: al mattino me ne vado tra gli alberi per respirare liberamente. Poi torno indietro quatto quatto per non farmi beccare dalle telecamere, dai droni e dai soldati. Di sera al bar guardiamo Salvate il soldato Ryan in videocassetta su un vecchio televisore. Le videocassette e il televisore sono il presente. Qui siamo davvero negli anni ottanta. Nel film i soldati sparano all’impazzata. Come possiamo starcene seduti ad aspettare la guerra? Siamo pronti, Körnel. Prontissimi. Dai, facci sognare! Ne abbiamo bisogno adesso. Di notte si russa, un concerto polifonico, dissonante, volgare, che fa venire voglia di tagliarsi le orecchie.
Gli ucraini hanno gli occhi arrossati, la pelle indurita dal sole, uno di loro zoppica. Vengono dalla guerra nell’est del loro paese
Poi arriva il mattino. C’è forse qualcosa di più bello che svegliarsi con il rumore degli spari? Su, oggi è un nuovo giorno. Nella nebbia mattutina comincio a percorrere la strada avanti e indietro. A un certo punto si uniscono a me Intellighenzia e Fumatrice. Proseguiamo in silenzio. Fumatrice fuma e sospira: “Per fortuna è già giovedì”. Io dico: “È mercoledì”. Fumatrice si ferma sconvolta: “Mercoledì? Come mercoledì?”. Le ho rovinato la giornata. Continuo a camminare senza riuscire a guardarla in faccia, ha un’espressione troppo triste. Cammino e cammino. Passo davanti a gente che gioca a carte, che gioca a scacchi, che mette a posto, spazza, va a zonzo. Continuo a camminare.
E poi gli ucraini sparano al nostro capo della polizia.
La notizia esplode come una bomba. Anche stavolta non lo vediamo con i nostri occhi, ce lo raccontano, ma almeno qualcosa succede. Il capo della polizia stava andando in macchina all’incontro con i colleghi quando dai cespugli hanno aperto il fuoco, e il suo giubbotto ha fatto bip. È morto. Il giovanotto che lo interpretava però può rimanere, gli viene assegnato un nuovo ruolo: il fratello del morto. Per lui non fa una gran differenza, è flemmatico, inamovibile come una montagna, non si scompone mai. Mentre tutti corriamo avanti e indietro, nervosi, lui resta seduto. Che roba! Incredibile! Il nostro capo della polizia! Körnel ordina una protesta. Siamo pur sempre una città universitaria e pacifista! Quindi prepariamo poster e striscioni con la scritta “Stop the war! Stop Nato!” e poi un gruppetto di persone li sventola per denunciare la morte del nostro amato capo della polizia.
Successivamente, Körnel e i due Mike ci spiegano che gli ucraini si sono sbagliati. Sono dalla nostra parte, devono aver scambiato il capo della polizia per qualcun altro.
La mattina dopo in città compaiono diversi manifesti scritti a mano, “Pretendiamo l’indipendenza della Raversdorfer narodni republic, la Repubblica popolare di Raversdorf”. Sotto il titolo c’è una lista di richieste: “Vogliamo parlare la nostra lingua. Vogliamo un referendum. Vogliamo la birra”. Poi si dice che la gente vuole un uomo forte al comando. I più leggono con attenzione, ma poi si allontanano: essere visti in prossimità di questi manifesti potrebbe avere delle conseguenze.
La provocazione fa evidentemente riferimento alle repubbliche popolari di Donetsk e Luhansk, i due territori ribelli dell’Ucraina orientale che si sono staccati dal paese con l’aiuto dei russi. Una russa dice: “Se gli ucraini entrano in città qui saranno dolori!”. Ma ovviamente non succede un bel niente. Alcuni sospettano che l’autore sia Slawik l’attaccabrighe, ma non ci sono prove.
Lui, Slawik, siede con Wassili e Julian, fumando e parlando come al solito. Slawik: “Pensavo che si potesse imparare a fare a meno della libertà. Ma la situazione non fa che peggiorare”. Wassili: “In realtà questo è il paradiso. Qui siamo completamente isolati dal mondo esterno e si prendono cura di noi. Qui non esiste il peccato”. Julian: “Se questo è il paradiso non voglio sapere com’è l’inferno”.
Vado alla moschea alias chiesa alias inferno del fitness e mi siedo su un divano ammuffito. A un certo punto entra un uccello. Anche se ci sono molte finestre non riesce a trovare la via d’uscita e sbatte contro i vetri. Poi finalmente trova il modo di uscire. Dall’edificio, e sicuramente anche da Raversdorf. Al contrario di me.
Sembra l’Alaska
Uno degli ultimi giorni a Raversdorf fanno la loro comparsa tre ucraini. Appartengono all’unità che ha ucciso il nostro capo della polizia. Hanno qualcosa che li distingue chiaramente dagli statunitensi e dagli altri soldati di passaggio o fermi ai margini del villaggio. Non riesco a spiegarmi cosa sia, finché all’improvviso non me ne rendo conto: sembrano veri. Combattenti veri. Hanno gli occhi arrossati, la pelle indurita dal sole, uno di loro zoppica. Vengono dalla guerra nell’est del loro paese. Fino a poco tempo fa combattevano contro i separatisti filorussi a Luhansk, nel Donbass. Ce lo raccontano.
“Una granata è esplosa accanto a me, e da allora non ci sento più tanto bene”, grida uno di loro. Parla un miscuglio di ucraino e russo. I suoi commilitoni hanno stivali diversi dai suoi, il loro paese non ha i soldi neanche per vestirli tutti allo stesso modo. Hanno l’aspetto stanco, consumato dalla guerra. “Sigarette”, chiedono. Per questo sono venuti al villaggio.
Ricevono cibo, acqua e anche sigarette. E incoraggiamenti in russo da tutti i nostri russi. “Perché qui parlano tutti russo?”, si chiedono. Ma non s’interessano ai manifesti sulla proclamazione della Repubblica popolare di Raversdorf. Quando ormai è già quasi tutto finito, quando ormai ci siamo rassegnati e non ci aspettiamo più nulla, a Raversdorf arrivano circa venti soldati statunitensi. Profumati e ben vestiti, come gli ucraini probabilmente non sono mai stati neanche prima della guerra. Devono solo esercitarsi a parlare con i civili, trattare e interagire.
Gli abitanti di Raversdorf sono talmente eccitati per l’evento inatteso che praticamente li molestano. Il cacciatore di mammut Sergei mostra un libro con fotografie di paesaggi russi a una giovane recluta che cerca di svincolarsi: “Sir, step back!”, signore, stia indietro. Ma Sergei continua imperterrito, sfoglia il libro, parla russo e gesticola. A un certo punto lo yankee cede e guarda in basso. “That looks like Alaska!”, sembra l’Alaska.
L’esercitazione continua: c’è una bomba nascosta in un edificio. Ovviamente noi dobbiamo allontanarci tutti da lì. Solo Hilde non rispetta gli ordini. È pur sempre la leader del movimento pacifista!
Quando tra fotografie di mammut, manifesti pacifisti, civili e soldati la situazione si fa caotica, tanto che neanche Körnel riesce a sedarla, Hilde si fa avanti. Chiama intorno a sé gli studenti con i loro striscioni di protesta. Non sente quando le dicono di restare indietro, oppure sente e fa finta di niente. Hilde passa all’azione. I soldati si avvicinano. Con i capelli bianchi che spuntano sotto il cappello e il suo giubbotto con i sensori, Hilde spinge i soldati davanti a sé e scandisce: “Peace now! Peace now!”, pace adesso. È seguita dal suo manipolo di studenti. Tra soldati e studenti si alza una gran quantità di polvere.
A un certo punto si disegna un’immagine meravigliosa: Hilde che fluttua tra due nuvole di polvere, come se una la spingesse e l’altra la tirasse. Il suo ruolo è più reale della realtà altrui.
Il giorno dopo, in un caldo surreale, Slawik, Wassili e Julian siedono su una panchina. Dietro di loro si avvicina la donna del passeggino. Questa volta è senza passeggino, in compenso ha una scopa in mano. Dato che ci chiedono sempre di simulare la “vita di villaggio!” lei spazza. Sì, spazza una strada sterrata.
La donna si avvicina ai tre. Spazza la strada polverosa, la polvere si alza, arriva un colpo di vento e loro si ritrovano completamente imbiancati. Non fanno nulla, non dicono nulla, non si arrabbiano, non ridono. Continuano a guardare dritto davanti a loro, in silenzio. Solo Slawik non smette di sbattere l’occhio sinistro.◆ sk
Prima o poi tutti ci adattiamo alle circostanze come possiamo. Dopo una settimana organizziamo una festa, ovviamente senza alcol. Al bar c’è una chitarra. I russi cantano piano e con malinconia. Nessuno partirà mai alla conquista del mondo con la stessa tristezza dei russi. I pochi africani del nostro villaggio suonano le percussioni, Julian canta Mein kleiner grüner Kaktus. Più tardi compone addirittura l’inno di Raversdorf. “Non abbiamo fretta / Il nostro nemico è la noia / Di notte sogniamo una pioggia di pallottole / E poi mangiamo burro di arachidi”. Anni ottanta La mattina dopo sgattaiolo verso il bosco. È il mio momento anarchico: al mattino me ne vado tra gli alberi per respirare liberamente. Poi torno indietro quatto quatto per non farmi beccare dalle telecamere, dai droni e dai soldati. Di sera al bar guardiamo Salvate il soldato Ryan in videocassetta su un vecchio televisore. Le videocassette e il televisore sono il presente. Qui siamo davvero negli anni ottanta. Nel film i soldati sparano all’impazzata. Come possiamo starcene seduti ad aspettare la guerra? Siamo pronti, Körnel. Prontissimi. Dai, facci sognare! Ne abbiamo bisogno adesso. Di notte si russa, un concerto polifonico, dissonante, volgare, che fa venire voglia di tagliarsi le orecchie. Poi arriva il mattino. C’è forse qualcosa di più bello che svegliarsi con il rumore degli spari? Su, oggi è un nuovo giorno. Nella nebbia mattutina comincio a percorrere la strada avanti e indietro. A un certo punto si uniscono a me Intellighenzia e Fumatrice. Proseguiamo in silenzio. Fumatrice fuma e sospira: “Per fortuna è già giovedì”. Io dico: “È mercoledì”. Fumatrice si ferma sconvolta: “Mercoledì? Come mercoledì?”. Le ho rovinato la giornata. Continuo a camminare senza riuscire a guardarla in faccia, ha un’espressione troppo triste. Cammino e cammino. Passo davanti a gente che gioca a carte, che gioca a scacchi, che mette a posto, spazza, va a zonzo. Continuo a camminare. E poi gli ucraini sparano al nostro capo della polizia. Bang! La notizia esplode come una bomba. Anche stavolta non lo vediamo con i nostri occhi, ce lo raccontano, ma almeno qualcosa succede. Il capo della polizia stava andando in macchina all’incontro con i colleghi quando dai cespugli hanno aperto il fuoco, e il suo giubbotto ha fatto bip. È morto. Il giovanotto che lo interpretava però può rimanere, gli viene assegnato un nuovo ruolo: il fratello del morto. Per lui non fa una gran differenza, è flemmatico, inamovibile come una montagna, non si scompone mai. Mentre tutti corriamo avanti e indietro, nervosi, lui resta seduto. Che roba! Incredibile! Il nostro capo della polizia! Körnel ordina una protesta. Siamo pur sempre una città universitaria e pacifista! Quindi prepariamo poster e striscioni con la scritta “Stop the war! Stop Nato!” e poi un gruppetto di persone li sventola per denunciare la morte del nostro amato capo della polizia. Successivamente, Körnel e i due Mike ci spiegano che gli ucraini si sono sbagliati. Sono dalla nostra parte, devono aver scambiato il capo della polizia per qualcun altro. La mattina dopo in città compaiono diversi manifesti scritti a mano, “Pretendiamo l’indipendenza della Raversdorfer narodni republic, la Repubblica popolare di Raversdorf”. Sotto il titolo c’è una lista di richieste: “Vogliamo parlare la nostra lingua. Vogliamo un referendum. Vogliamo la birra”. Poi si dice che la gente vuole un uomo forte al comando. I più leggono con attenzione, ma poi si allontanano: essere visti in prossimità di questi manifesti potrebbe avere delle conseguenze. La provocazione fa evidentemente riferimento alle repubbliche popolari di Donetsk e Luhansk, i due territori ribelli dell’Ucraina orientale che si sono staccati dal paese con l’aiuto dei russi. Una russa dice: “Se gli ucraini entrano in città qui saranno dolori!”. Ma ovviamente non succede un bel niente. Alcuni sospettano che l’autore sia Slawik l’attaccabrighe, ma non ci sono prove. Lui, Slawik, siede con Wassili e Julian, fumando e parlando come al solito. Slawik: “Pensavo che si potesse imparare a fare a meno della libertà. Ma la situazione non fa che peggiorare”. Wassili: “In realtà questo è il paradiso. Qui siamo completamente isolati dal mondo esterno e si prendono cura di noi. Qui non esiste il peccato”. Julian: “Se questo è il paradiso non voglio sapere com’è l’inferno”. Vado alla moschea alias chiesa alias inferno del fitness e mi siedo su un divano ammuffito. A un certo punto entra un uccello. Anche se ci sono molte finestre non riesce a trovare la via d’uscita e sbatte contro i vetri. Poi finalmente trova il modo di uscire. Dall’edificio, e sicuramente anche da Raversdorf. Al contrario di me. Sembra l’Alaska Uno degli ultimi giorni a Raversdorf fanno la loro comparsa tre ucraini. Appartengono all’unità che ha ucciso il nostro capo della polizia. Hanno qualcosa che li distingue chiaramente dagli statunitensi e dagli altri soldati di passaggio o fermi ai margini del villaggio. Non riesco a spiegarmi cosa sia, finché all’improvviso non me ne rendo conto: sembrano veri. Combattenti veri. Hanno gli occhi arrossati, la pelle indurita dal sole, uno di loro zoppica. Vengono dalla guerra nell’est del loro paese. Fino a poco tempo fa combattevano contro i separatisti filorussi a Luhansk, nel Donbass. Ce lo raccontano. “Una granata è esplosa accanto a me, e da allora non ci sento più tanto bene”, grida uno di loro. Parla un miscuglio di ucraino e russo. I suoi commilitoni hanno stivali diversi dai suoi, il loro paese non ha i soldi neanche per vestirli tutti allo stesso modo. Hanno l’aspetto stanco, consumato dalla guerra. “Sigarette”, chiedono. Per questo sono venuti al villaggio. Ricevono cibo, acqua e anche sigarette. E incoraggiamenti in russo da tutti i nostri russi. “Perché qui parlano tutti russo?”, si chiedono. Ma non s’interessano ai manifesti sulla proclamazione della Repubblica popolare di Raversdorf. Quando ormai è già quasi tutto finito, quando ormai ci siamo rassegnati e non ci aspettiamo più nulla, a Raversdorf arrivano circa venti soldati statunitensi. Profumati e ben vestiti, come gli ucraini probabilmente non sono mai stati neanche prima della guerra. Devono solo esercitarsi a parlare con i civili, trattare e interagire. Gli abitanti di Raversdorf sono talmente eccitati per l’evento inatteso che praticamente li molestano. Il cacciatore di mammut Sergei mostra un libro con fotografie di paesaggi russi a una giovane recluta che cerca di svincolarsi: “Sir, step back!”, signore, stia indietro. Ma Sergei continua imperterrito, sfoglia il libro, parla russo e gesticola. A un certo punto lo yankee cede e guarda in basso. “That looks like Alaska!”, sembra l’Alaska. L’esercitazione continua: c’è una bomba nascosta in un edificio. Ovviamente noi dobbiamo allontanarci tutti da lì. Solo Hilde non rispetta gli ordini. È pur sempre la leader del movimento pacifista! Quando tra fotografie di mammut, manifesti pacifisti, civili e soldati la situazione si fa caotica, tanto che neanche Körnel riesce a sedarla, Hilde si fa avanti. Chiama intorno a sé gli studenti con i loro striscioni di protesta. Non sente quando le dicono di restare indietro, oppure sente e fa finta di niente. Hilde passa all’azione. I soldati si avvicinano. Con i capelli bianchi che spuntano sotto il cappello e il suo giubbotto con i sensori, Hilde spinge i soldati davanti a sé e scandisce: “Peace now! Peace now!”, pace adesso. È seguita dal suo manipolo di studenti. Tra soldati e studenti si alza una gran quantità di polvere. A un certo punto si disegna un’immagine meravigliosa: Hilde che fluttua tra due nuvole di polvere, come se una la spingesse e l’altra la tirasse. Il suo ruolo è più reale della realtà altrui. Il giorno dopo, in un caldo surreale, Slawik, Wassili e Julian siedono su una panchina. Dietro di loro si avvicina la donna del passeggino. Questa volta è senza passeggino, in compenso ha una scopa in mano. Dato che ci chiedono sempre di simulare la “vita di villaggio!” lei spazza. Sì, spazza una strada sterrata. La donna si avvicina ai tre. Spazza la strada polverosa, la polvere si alza, arriva un colpo di vento e loro si ritrovano completamente imbiancati. Non fanno nulla, non dicono nulla, non si arrabbiano, non ridono. Continuano a guardare dritto davanti a loro, in silenzio. Solo Slawik non smette di sbattere l’occhio sinistro. ◆ sk
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Questo articolo è uscito sul numero 1267 di Internazionale, a pagina 20. Compra questo numero | Abbonati