Christopher Nolan è il re dei blockbuster per un pubblico esigente, l’autore che ha inaugurato l’epoca dei film seri sui supereroi e l’uomo che ha scelto di resistere alle pressioni che spingono l’industria dell’intrattenimento verso lo streaming, il digitale e la perdita del contatto umano. Nolan ha adottato un approccio elaborato e matematico alla narrazione, applicandolo con successo a temi complessi come lo spionaggio aziendale operato nel subconscio delle vittime, l’esplorazione spaziale e la seconda guerra mondiale, oltre ad aver realizzato una biografia del padre della bomba atomica che ha vinto sette Oscar ed è riuscito a incassare quasi un miliardo di dollari. A questo punto della sua carriera, il regista britannico può fare qualsiasi cosa. Nella sua scelta di cimentarsi con un adattamento da 250 milioni di dollari di un poema epico greco c’è tutta la spavalderia di un artista che non ha più mondi da conquistare. Già che c’era, Nolan ha pensato bene di girare l’intero film con cineprese Imax. Se c’è qualcuno in grado di trasformare in un trionfo di pubblico un testo di Omero vecchio di quasi tremila anni, proprio mentre Hollywood si affanna dietro i desideri del pubblico, quello è sicuramente Christopher Nolan. E, del resto, chi potrebbe dirgli di no?

Guardando la sua corposa e a tratti emozionante Odissea risulta evidente che Ulisse è in realtà il protagonista perfetto per il regista. Lo scaltro re di Itaca che trascorre dieci anni assediando la città di Troia al fianco di Agamennone e poi altri dieci cercando di tornare a casa può esistere solo in un universo in cui i giganti popolano la terra e la collera di una divinità può spazzare via una nave.

Famiglia e ambizione

Eppure la versione dell’eroe classico evocata dal film finisce per incarnare i grandi dilemmi della filmografia di Nolan. Il regista è molto legato alla sua famiglia e collabora con la moglie (la produttrice Emma Thomas) in tutti i suoi film. Ma il suo lavoro presenta costantemente un’incompatibilità di fondo tra le grandi aspirazioni e una vita domestica serena. Il suo Ulisse, interpretato da un Matt Damon robusto e segnato dalle intemperie, vorrebbe tanto tornare dalla moglie Penelope (Anne Hathaway, che sorride per trattenere la rabbia) e dal figlio Telemaco (Tom Holland), ma questa aspirazione è tradita dal fatto che lo stesso Ulisse continua a sabotarsi da solo, finendo per prolungare il viaggio.

In altre impacciate variazioni – Dom Cobb e i suoi figli immaginari in Inception, Joseph Cooper e la figlia che abbandona dopo averne perso l’intera esistenza in Interstellar – gli eroi di Nolan possono essere letti come uomini che si sentono in colpa perché non riescono a farsi bastare l’affetto dei loro cari. In Ulisse, a tutto questo si aggiunge uno sfinimento dello spirito che lo fa somigliare a un tentativo personale di Nolan di esorcizzare questo archetipo. L’Ulisse di Damon è meno scaltro e incline alla vanità di quello di Omero. Più che un maestro della parlantina, è un solido stratega. È stato scelto dalle divinità dell’Olimpo, ma il loro piano per lui è poco chiaro, tanto che l’unica divinità ad apparire sullo schermo è Atena (Zendaya), che tra l’altro potrebbe essere un’allucinazione dovuta al dolore e al senso di colpa. Ciò che per Ulisse è evidente fin dall’inizio è che la guerra di Agamennone (Benny Safdie, spaventoso nella sua armatura nera) non riguarda Elena (Lupita Nyong’o, che interpreta anche la moglie di Agamennone, Clitennestra) ma le rotte commerciali. Il problema è che Ulisse è bravissimo a fare la guerra, tanto da convincersi di aver distrutto qualcosa di fondamentale per la società con la sua celebre invenzione.

Odissea (Universal Pictures International)

La sua stanchezza per il ruolo di condottiero che gli tocca interpretare traspare in ogni suo gesto. L’Ulisse di Damon è un eroe d’azione, ma la forza della sua interpretazione nasce dalla capacità di mostrare il peso degli anni che passano e delle sofferenze patite.

Il mondo dell’Odissea sarà pure carico di magia, ma raramente è bello. Le lenti del direttore della fotografia Hoyte van Hoytema enfatizzano la bellezza selvaggia del paesaggio, in un modo che evidenzia tutta la precarietà della civiltà in questi luoghi. Anche l’idilliaca isola in cui la ninfa Calipso (Charlize Theron) tiene prigioniero Ulisse è raffigurata come un banco di sabbia che potrebbe essere sommerso da una mareggiata. Il palazzo di Itaca in cui Penelope cerca di respingere decine di pretendenti al trono del marito e quello da cui Menelao (Jon Bernthal) governa Sparta sono tutt’altro che impenetrabili, con potenziali nemici che vanno e vengono a tutte le ore.

Territori inesplorati

L’interpretazione di Nolan del passato mitico non cerca il realismo, ma si sforza di far sembrare familiari drammi incommensurabilmente lontani, soprattutto nel caso del cavallo di Troia, raffigurato con abbondanza di dettagli sensoriali e claustrofobici. Ma il suo tentativo di umanizzare i personaggi finisce per sottolineare preoccupazioni che non condividiamo con loro, a cominciare dal rispetto della legge di Zeus, la sacra ospitalità nei confronti degli stranieri che il film non riesce mai del tutto a trasformare in un tema più ampio.

Il risultato è qualcosa di splendido e tentacolare che però resta quasi sempre separato dalle grandi emozioni. Ma questo è Nolan, un regista che darà sempre la precedenza al pensiero e che perfino in questo caso gira attorno al saccheggio di Troia come se alla fine la vista della devastazione potesse sbloccare tutta l’angoscia che il suo protagonista prova ma non è in grado di esprimere. Eppure, quando questa visione arriva davvero in un maelstrom di urla e fiamme, è solo l’ennesimo spettacolo, una vista più stupefacente che coinvolgente. Di gran lunga più significativo è l’episodio della maga Circe (un’immensa Samantha Morton) la cui abitudine di trasformare gli uomini in maiali è resa con un’immaginario fisico degno di un body-horror. Nolan non sarà mai un grande regista di donne, sebbene in questo film conceda alla presenza femminile più considerazione del solito, fino alla rabbia di Elena per essere stata usata come pretesto per una carneficina.

Circe pretende che Ulisse capisca la sua prospettiva, quella di ritrovarsi alle porte di casa un gruppo di potenziali saccheggiatori che si aspettano di essere accolti. Nella sua furia incoerente c’è il riconoscimento di cosa significhi essere una delle molte persone rassegnate a subire le gesta altrui invece di avere il lusso di dover sopportare il peso del proprio agire. L’Odissea non va a fondo in questa direzione, ma solo il fatto che affronti il tema, per quanto brevemente, ci fa capire che dopotutto, per Nolan, esiste ancora un vasto territorio inesplorato. ◆ as

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Questo articolo è uscito sul numero 1675 di Internazionale, a pagina 76. Compra questo numero | Abbonati