“Lei non può dormire qui”. Il responsabile della caserma, che solo qualche ora prima ci aveva accolto calorosamente, è inflessibile. Siamo a Mokha, una città portuale sul mar Rosso, nell’ovest dello Yemen. Abbiamo trascorso la giornata al fronte, a bordo di un convoglio guidato da combattenti che masticavano foglie di qat, arrivando fino a una spiaggia piena di mine sulla sinistra e di nemici nascosti dietro i cespugli sulla destra. Ora è troppo tardi per tornare all’hotel senza correre rischi. Così io, il mio autista e la guida, un uomo intelligente di trent’anni che mi fa da interprete e ancora di salvezza, ci ritroviamo a due ore di macchina dal fronte, nella caserma di Mokha.

Non mi piace passare la notte nelle caserme arabe, considerato che sono una donna. Non è certo un fatto insolito nel mio mestiere: sono lontani i tempi in cui Martha Gellhorn era costretta a seguire lo sbarco in Normandia in incognito. Se nei primi anni novanta la vista di una giornalista su un fronte arabo destava meraviglia, oggi è molto comune. Secondo i calcoli di una collega statunitense, le donne sono più della metà dei corrispondenti esteri che, come me, fanno base a Beirut, in Libano, per raccontare il Medio Oriente. C’è una spiegazione pratica: nei paesi arabi, dove spesso è culturalmente inappropriato per un uomo rivolgersi a una donna, le giornaliste possono svolgere il loro lavoro più facilmente. A differenza degli uomini, possono parlare con tutti. Inoltre, mettendo un velo in testa passano inosservate, un grande vantaggio nelle aree più pericolose.

In alcune occasioni, però, essere una giornalista in un paese arabo può voler dire affrontare dei problemi. Per esempio, quando si srotola il sacco a pelo in un quartier generale militare in cui una donna del posto non metterebbe mai piede, tra combattenti che dopo una lunga giornata al fronte sentono il bisogno di distrarsi, e che considerano le donne occidentali prive di una morale e sempre disponibili. Perciò sono entrata nella caserma Al Maliqiah con una certa esitazione. Cosa mi aspetta?

Fortunatamente la situazione sembra migliore del previsto. La caserma ha perfino il wifi. Ci danno una camera per tre che si può chiudere a chiave. Devo ammetterlo: non ho mai visto una caserma con tante comodità. Molto meglio di quella volta in Iraq in cui mi hanno sistemata in una saletta con decine di militari e un bagno senza porta. Anche allora, comunque, alla fine è andato tutto bene.

“Benvenuti, benvenuti”, dice il responsabile. È così religioso che non mi guarda in faccia. Durante la cena continua a evitare il contatto visivo in un modo esagerato perfino per un paese conservatore come lo Yemen. Perché lo fa? Non c’è niente in me che possa tentarlo. Ho ancora la sabbia sulle sopracciglia e ho avvolto la testa in un velo da cui non spunta nemmeno un capello. Indosso l’abaya, la lunga veste nera delle yemenite, chiazzata di sudore per via del giubbotto antiproiettile che ci ho tenuto sopra tutto il giorno. Il responsabile della caserma apparterrà a una moschea particolarmente rigida, mi dico.

Faccio rapporto al mio caporedattore ad Amsterdam: tutto tranquillo. Ha una voce metallica, la linea è disturbata. Questa è l’ultima telefonata, poi vogliamo andare a dormire. Sono le dieci e mezza ed è buio. A Mokha, un tempo capitale mondiale del caffè e principale porto yemenita, oggi si commercia soprattutto in qat e kalashnikov. Di notte la città non è sicura. Milizie estremiste si nascondono tra le rovine in mezzo alla sabbia.

E poi, quando ormai non possiamo più uscire senza scorta, il responsabile della caserma cambia atteggiamento.

Continua a non guardarmi, si rivolge ai miei due accompagnatori: “È una donna. Non può dormire qui”. Una donna in una caserma piena di uomini è haram, è peccato: ma cosa avevamo in testa? Per fortuna il responsabile della caserma ha un’altra sistemazione da propormi: “Può dormire dal vicino salafita”. Il vicino salafita? Non sembra proprio una pubblicità di Airbnb. Ma secondo lui non potrebbe andarmi meglio. Il vicino salafita è prima di tutto, per l’appunto, un salafita, cioè un musulmano molto conservatore, “quindi affidabile”. Inoltre è un vero uomo di famiglia: “Ha due mogli”. E come in un film dalla sceneggiatura prevedibile, ecco che a un tratto spunta lui, il vicino salafita.

La giornalista Ana van Es. Le foto sono state scattate a Eelde, nei Paesi Bassi, il 22 dicembre 2018 (Adriaan van der Ploeg)

Somiglia a Osama bin Laden: ha una lunga barba grigia e una dishdasha, la veste bianca tradizionale degli uomini arabi. Alla cintura ha una pistola nera. Viene fuori che non è affatto un vicino: vive in un’altra zona di Mokha. Dice di essere il proprietario della caserma e grande amico di Tariq Saleh, un signore della guerra locale sostenuto dalle Nazioni Unite e dai paesi occidentali. Insomma: il “vicino” salafita è uno degli uomini più potenti della città. Da sotto la barba grigia pronuncia una frase che mi fa accapponare la pelle: “Stanotte le mie due mogli non sono a casa”.

Una colazione di lavoro

Faccio la corrispondente dal Medio Oriente da più di due anni, ma questa è la prima volta che mi trovo nel bel mezzo del mondo arabo come ce lo immaginiamo in Europa: un mondo in cui gli uomini opprimono e importunano donne coperte da pesanti veli. Non posso dire che nella regione l’emancipazione femminile proceda a gonfie vele, ma in due anni non mi ero mai imbattuta in situazioni simili a quelle che denunciamo dalle comode poltrone delle nostre redazioni europee. Né in Siria né in Iraq né in Libia. In tutti questi paesi posso lavorare senza particolari difficoltà. Ovviamente sono solo un’ospite, ma vuol dire comunque qualcosa. “L’Iraq, la Siria e la Libia sono paesi laici”, sospirerà la mia guida il giorno dopo. “Lo Yemen è un paese religioso”.

Com’è la vita delle donne yemenite? Proprio quando pensi di aver capito qualcosa, scopri che non è così. Il giorno prima della nostra sosta a Mokha avevo un appuntamento in un caffè ad Aden, la seconda città dello Yemen. Qui la guerra ha fatto nascere una fiorente economia sommersa, portando uno strano benessere in città. Ultimamente ad Aden hanno aperto molti caffè alla moda, come quello in cui sono andata, Cup coffee, dove il barista stava preparando un cappuccino e un latte macchiato.

A un tavolo erano seduti quattro colleghi, tutti sui trent’anni. Tre donne e un uomo. Due delle donne indossavano un niqab nero: conservatrici. Stavano facendo una colazione di lavoro. Una delle donne, Mona, di 32 anni, era la superiore dell’uomo. Ho chiesto se ad Aden fosse normale. I quattro sono scoppiati a ridere. Certo che è normale, cosa credi? “Ad Aden le donne lavorano, anche dopo essersi sposate. Ad alcune famiglie crea problemi, ma alla maggior parte no”. Allora mi è sembrato di cominciare a capire. D’accordo, voi sembrate conservatori e io sono piena di pregiudizi. Subito dopo, però, tutto è cambiato di nuovo. È venuto fuori che Mona era già nonna. Si è sposata quando aveva sedici anni, e così pure sua figlia. Il primo nipote non si è fatto attendere. L’uomo commenta: “Qui diciamo che il capitale delle donne sono le uova che hanno nel ventre”.

Le spose bambine sono comuni nello Yemen, mi ha rivelato in seguito l’attivista Leila Shahibi, che ad Aden ha gestito per anni una specie di casa di accoglienza per le donne. Mi ha raccontato di una di loro che è scoppiata a piangere quando si è resa conto che dare in sposa sua figlia di tredici anni non era stata una buona idea. “In campagna tredici anni sono un’età normale per sposarsi”, mi ha spiegato Shahibi. “Alcuni affrontano la questione in un’ottica religiosa. Anche il profeta Maometto si sposò con una ragazzina, perciò non può esserci niente di sbagliato. Noi non mettiamo in discussione la religione, creerebbe troppi problemi. Ma affrontiamo la questione in un’ottica scientifica. Sì, il profeta Maometto si sposò con una ragazza molto giovane, ma da alcuni testi risulta che abbia atteso anni per consumare il matrimonio”. Nello Yemen del ventunesimo secolo i matrimoni con le bambine vengono consumati subito? “Naturalmente”, ha risposto Shahibi.

Qualche giorno dopo sono stata invitata al matrimonio di una giornalista ad Aden. Finché c’era lo sposo, l’unico uomo presente, le donne indossavano l’abaya e il niqab. Era vietato scattare foto. Ho imparato una cosa: come si comporta una donna yemenita quando il suo smart­phone si rompe? Ne compra uno nuovo. Farlo riparare è impossibile. Cosa succederebbe se il tecnico vedesse le foto sull’apparecchio, in cui la proprietaria è ritratta a viso o perfino a capo scoperto? Quella donna non vivrebbe più.

Mentre riflettevo su questo fatto, che confermava l’idea di mondo arabo diffusa in Europa, ecco che tutto è cambiato di nuovo. Anche se i veli e il divieto di scattare foto facevano pensare a un matrimonio molto tradizionale, la realtà era diversa. La sposa aveva più di vent’anni. Lei e lo sposo si erano scelti a vicenda ed erano innamoratissimi. Come se non bastasse, le donne presenti alla festa hanno cominciato a parlarmi, in un inglese perfetto, del loro lavoro. Erano dottoresse, ingegnere, insegnanti: “Cosa fai tu? E cosa fa tua madre?”.

Senza margine di manovra

Alla caserma di Mokha, il responsabile parla in tono freddo, dando l’impressione di essersi già trovato in una circostanza simile. Non ci lascia alternative: “Lei andrà con lui, da sola, o vi lascerò tutti per strada”. Come andrebbe a finire se ci ritrovassimo per strada a Mokha, di notte, dopo aver discusso con uno degli uomini più potenti della città? Il mio autista non ha dubbi: ci decapiterebbero al primo checkpoint.

Il vicino salafita va verso la sua auto, parcheggiata proprio all’ingresso dell’edificio. Apre la portiera posteriore, mi fa cenno di entrare: “Voglio mostrarti la mia casa”. Sento che è arrivato il momento di fissare dei confini chiari. Non se ne parla, gli dico in varie lingue. Non succederà. Ma le mie parole non producono l’effetto desiderato. La guida sembra spaventata. Mi sussurra qualcosa all’orecchio, qualcosa che vorrei non sentire: “Sali sulla sua auto. Subito. Poi ci sarà modo d’inventarsi qualcosa. Se non sali, finirà male. Lo offenderai. Questo è lo Yemen”.

Sono cresciuta nella provincia del Drenthe, nei Paesi Bassi, dove abbiamo altre abitudini. Secondo la mia logica olandese non si deve mai salire sull’auto di un uomo minaccioso, soprattutto se somiglia a Osama bin Laden e ha due mogli che non sono a casa. Ma ora mi trovo nello Yemen, all’ingresso di una caserma piena di combattenti drogati di qat. Il responsabile della caserma mi ha teso una trappola. Non c’è margine di manovra. È possibile che la mia guida abbia ragione? Quello che è certo è che lui capisce questo paese, io no.

Perciò salgo sul suv bianco perla del vicino salafita, per andare a vedere casa sua. Ma pongo una condizione: non saremo soli, deve venire anche la mia guida. Il vicino salafita, evidentemente contento di averla avuta vinta, acconsente. La mia guida si siede davanti, io dietro. Attraversiamo Mokha verso la villa del salafita.

Come un ombrello

Un sabato mattina, una settimana dopo la notte a Mokha, partecipo a un incontro sui diritti delle donne che si tiene ad Aden. La sala è piena di attiviste. Prima si tolgono il niqab, poi se lo rimettono appena entra un cameriere adolescente che serve tazze di tè da un vassoio. In genere le donne portano il niqab perché glielo ordinano le famiglie. I mariti lo pretendono dalle mogli, i fratelli dalle sorelle. A volte si fa un patto: la donna può lavorare, ma in cambio deve coprirsi il volto. Per le donne cresciute nelle famiglie più liberali, il niqab è una specie di ombrello: si usa quando piovono sguardi maschili, come in una strada affollata. In ufficio, dove tutti si conoscono, se ne può fare a meno. Una donna yemenita ha almeno tre strati sopra la testa: una cuffietta per coprire i capelli, un velo e un niqab. In città si vedono molti niqab corti, che non coprono nemmeno tutta la faccia. All’altro capo dello spettro ci sono i niqab a tre veli, che arrivano fino al petto. Nello Yemen questo tipo di niqab si chiama burqa.

L’oggetto dell’incontro è la risoluzione 1325 delle Nazioni Unite. Non ne avevo mai sentito parlare, ma per le yemenite politicamente attive è un documento che infonde molta speranza. La risoluzione 1325 stabilisce a grandi linee che nella ricostruzione postbellica e nella progettazione di nuove istituzioni statali occorre prendere in considerazione il punto di vista delle donne. “In Iran e in Iraq hanno un piano nazionale su questo tema”, spiega la relatrice Nusaiba al Husein. Visti dallo Yemen, l’Iran, l’Iraq e perfino la Siria sembrano modelli di riferimento, paesi all’avanguardia nell’emancipazione femminile.

Il governo yemenita ha una sola ministra, quella degli affari sociali, che qui non è tra i più importanti. Su 301 parlamentari non c’è una donna. Nei colloqui di pace le donne non ricoprono ruoli significativi. Perfino la risoluzione 1325 tocca un tema così sensibile che quasi non se ne parla apertamente. Altrimenti si dà l’impressione di voler importare valori occidentali nello Yemen. Come si fa dunque a parlare di diritti delle donne in questo paese? Le donne istruiscono gli uomini. O, più precisamente, a farlo sono gli imam. Agli imam viene chiesto di discutere con gli uomini dei “problemi delle donne”.

Durante una pausa incontro Anisha Tarboush, un’imprenditrice dalle folte sopracciglia con il capo coperto da un velo colorato. A prima vista la sua storia sembra piena di speranza. Tarboush forma le donne in campagna per metterle in condizione di avviare un’attività. Di solito si tratta di mestieri tradizionalmente femminili, come la sarta o l’estetista. Ma Tarboush forma anche infermiere, pittrici, stuccatrici. E in più gli insegna a riparare i cellulari, così non sono costrette a comprarne uno nuovo quando il vecchio si rompe.

Che splendida iniziativa, viene da pensare. Ma poi Tarbousch spiega che per formare le yemenite bisogna dare qualcosa anche ai loro mariti. “Se la donna lavora da sola, rischia di subire violenze, perché il marito vuole il suo denaro. Quindi è meglio coinvolgere tutti”. Tarbousch ha già smesso di formare collaboratrici domestiche. Le allieve spesso sentivano bussare alla porta della loro camera da letto. Ovviamente non si possono tollerare violenze sessuali da parte del padrone di casa. Anche le infermiere, le pittrici e le estetiste si sentono insicure a causa degli uomini che incontrano sul lavoro. Così Tarbousch è arrivata a una nuova conclusione: le donne possono contribuire alle entrate della famiglia, ma per la loro sicurezza è meglio che lo facciano dentro casa. Questa imprenditrice di tempra, che da decenni fa di tutto per aiutare le donne a inserirsi nel mercato del lavoro, fa una dichiarazione tanto secca quanto tragica: “È meglio che le yemenite non lavorino fuori dalle mura domestiche”.

Un’ottima strategia

Arrivati nella sua villa, il vicino salafita ci accompagna in un’incantevole stanza degli ospiti. Tappeto persiano azzurro, divanetti bassi abbinati, frange dorate e ornamenti ovunque. “Dormirai qui. Ti piace?”.

In questo scenario da Mille e una notte, il vicino salafita racconta che già una volta ha ospitato una straniera che si era avventurata di notte nel suo territorio. Anche lei credeva di poter dormire nella caserma, uno dei pochi edifici di Mokha protetti da guardie. Sceso il buio, i suoi accompagnatori erano rimasti lì, mentre lei era dovuta andarsene, e aveva passato la notte dal vicino salafita, in questa stessa stanza. “Anche quella volta le mie mogli non c’erano”.

Secondo la mia logica olandese non si deve mai salire sull’auto di un uomo minaccioso, soprattutto se somiglia a Osama bin Laden

La mia guida, l’eroe di questa serata, cerca una scappatoia. “Quanta ospitalità da parte vostra”, dice al padrone di casa. “Offrire alloggio a tutte queste straniere. Capirete che se lei dormirà in questa splendida stanza, io dormirò nel corridoio insieme all’autista. Per sicurezza”.

“No”, dice il vicino salafita. Sarebbe haram. “Voi tornerete alla caserma. Lei rimarrà qui, da sola”.

“Forse possiamo andare in un hotel”, suggerisco. Ma ci sono hotel a Mokha? Pernottare in un hotel da queste parti significa chiedere di essere rapiti, ma io ho poco da perdere. Il vicino salafita è disposto a mostrarci i due hotel di Mokha. Nessun problema. “Vedrete che casa mia è più bella”. Sembra felicissimo all’idea di attraversare la città con il suo bottino. Con mio sollievo usciamo dalla proprietà e saliamo di nuovo sul suv.

Chiedo alla guida di sottolineare un’altra volta che la mia famiglia nei Paesi Bassi è conservatrice. Che posso lavorare, perché è normale per le olandesi, ma che non potrei più tornare a casa se mi succedesse qualcosa in quanto donna. La guida trova che sia un’ottima strategia. Dire che le regole del tuo lavoro non lo consentono, che vuoi rimanere con i tuoi accompagnatori perché è più sicuro, che non ne hai voglia e basta: queste, nello Yemen, sono pessime strategie.

Riusciremo a convincere il vicino salafita? Quando superiamo il primo hotel, è evidente che fermarsi è fuori discussione. Il salafita si gira verso la guida ridendo: “Cosa penserebbero i tuoi familiari se gli dicessi che hai dormito in un albergo con questa straniera? Per me è diverso. A me nessuno fa domande. Sono salafita”.

Proprio quando cominciavo a pensare che questo paese fosse la conferma di tutti i cliché sul trattamento riservato alle donne nel mondo arabo, ho conosciuto Noor, 25 anni, che lavora nel reparto comunicazione del ministero dell’interno. Alcuni colleghi maschi chiedono al ministro di assegnare gli incarichi a uno di loro, piuttosto che a lei. Gli stessi colleghi le danno “consigli”, come li chiama Noor: “Copriti il viso. Vai a casa. Non puoi lavorare insieme a uomini con cui non sei imparentata”. Chi sono? “I salafiti, ovviamente”. Ma Noor fa spallucce: “Non bado a loro”. È riuscita a convincere il ministro ad affidarle la guida di un gruppo di lavoro. Ha scelto tutte giovani donne. “Mi sembrava pratico”, spiega. “Per il nostro lavoro, per esempio, dobbiamo visitare molte caserme. È meglio trovarsi lì insieme ad altre donne”. Non posso che essere d’accordo.

Un combattente delle forze filogovernative al porto di Mokha, il 9 febbraio 2017 (Saleh al Obeidi, Afp/Getty Images)

Noor non si è ancora sposata. Il pretendente dovrà chiedere la sua mano al padre. “Ma io potrò accettare o rifiutare, e mio padre rispetterà la mia scelta”. Fino ad allora continuerà a uscire con il suo gruppo di amici misto, tutte persone che ha conosciuto all’università. Una donna nubile rischia di attirare sguardi indiscreti, ma andare al ristorante in compagnia è ancora consentito.

L’area famiglie del ristorante, dove le donne mangiano riparate da una tenda, è uno dei pochi luoghi in cui si possano incontrare persone dell’altro sesso. Una volta, mentre stavamo pranzando, la mia guida ha attirato l’attenzione di due donne sedute al tavolo vicino. Scansata la tenda, hanno fatto capolino due paia di occhi allegri dietro ai niqab: “Vuoi vederci in faccia?”. Quando potrebbe capitare a una donna occidentale di attaccare bottone con una frase del genere?

Un altro luogo d’incontro sono i parcheggi. Tra mezzogiorno e le quattro, quando è l’ora del qat e tutto è fermo, le giovani yemenite entrano nei parcheggi dei centri commerciali. La donna siede al volante, il fidanzato salta sul sedile del passeggero. Scopro questo fenomeno quando il mio autista se ne va improvvisamente a metà giornata: ha avvistato l’auto della fidanzata in un parcheggio.

Chi sa come vanno le cose nei parcheggi yemeniti capisce perché fino a poco tempo fa le autorità saudite non volevano che le donne guidassero. Solo vent’anni fa la situazione nello Yemen era molto diversa, uomini e donne ballavano tranquillamente in pubblico alle feste, mi ha raccontato Leila Shahibi: “Questa mentalità conservatrice nei confronti delle donne viene dall’Arabia Saudita. Quando la situazione cambierà lì, probabilmente cambierà anche qui”.

Giorni dopo la disavventura di Mokha, concludo la mia missione nello Yemen con un viaggio pericoloso: attraversiamo la linea del fronte per raggiungere Sanaa, la capitale controllata dai ribelli huthi. Dato che lo Yemen ha una cultura dei rapimenti che risale a prima dell’islam, e dato che quasi nessuno straniero percorre questo tragitto e non sappiamo chi possiamo incontrare alle decine di posti di blocco lungo la strada, pensiamo che sia più sicuro travestirmi da yemenita.

Come si diventa una yemenita? Ci esercitiamo in macchina, con la guida che finge di essere un combattente a un posto di blocco. Mai guardare in faccia gli uomini. Testa bassa, rivolta al sedile anteriore. Non tenere la schiena troppo dritta. Mani guantate sulle gambe, coperte dal doppio velo del niqab. Non gesticolare. Non poggiare il braccio sul finestrino. Una donna yemenita si fa piccola, vorrebbe essere invisibile.

Come si diventa una yemenita? Ci esercitiamo in macchina, con la guida che finge di essere un combattente a un posto di blocco

Cambio di programma

A un tratto, superato il secondo hotel, il vicino salafita fa inversione. Cala il silenzio. Che intenzioni ha? Consulto la mappa sul telefono e vedo una cosa che non speravo più di vedere. Il punto blu che rappresenta il nostro veicolo procede in direzione della caserma. Il responsabile ci apre il cancello, è sorpreso. Il vicino salafita dice: “Abbiamo finito”. Perché questo cambio di programma? Forse si è spazientito, immagina la guida. O forse dopo aver guardato meglio ha deciso che preferisce le sue mogli a una straniera con l’abaya chiazzata di sudore. Forse siamo noi ad aver pensato male e voleva davvero offrirmi semplicemente un luogo sicuro per la notte.

C’entra solo il mio essere donna o c’è dell’altro? Non lo sapremo mai con certezza. Mesi dopo, un mio amico e collega è andato Mokha. La visita è cominciata con un caloroso benvenuto da parte dei combattenti locali ed è finita con un interrogatorio minaccioso e l’espulsione dalla città. Ogni tanto rischiamo di dimenticarlo, ma i potenti dello Yemen non scalpitano per ricevere giornalisti stranieri che vogliono vedere con i loro occhi la linea del fronte a nord di Mokha.

Una cosa è certa: è finita. Che sollievo. Almeno, è quello che credo. In mia presenza, il vicino salafita fa uscire tre combattenti da una stanza sporca. Sono le sue guardie del corpo. Indica il disordine, tutto è molto meno bello che a casa sua. Poi mi dà la chiave della stanza. Se proprio ci tengo, posso dormire qui. A una condizione: l’autista e la guida, gli unici in grado di proteggermi a Mokha, non possono restare con me, nemmeno nel corridoio davanti alla camera. Sarebbe haram. Vengono alloggiati ben cinque piani più in basso. Il responsabile della caserma dormirà davanti alla loro porta, così che non possano raggiungermi di nascosto. Non è una soluzione ideale, ma devo accontentarmi. Chiudo a chiave la porta della stanza, copro il materassino lurido con un lenzuolo che mi sono portata, e mi dico: è davvero finita. Mi addormento.

Oltre la finestra aperta mormora il mare. La caserma è vicina al porto da cui nel seicento salpavano le navi della compagnia delle Indie orientali. Poi, prima dell’alba, il rumore delle onde si mescola a un rumore di tutt’altro tipo. Qualcuno bussa forte alla porta. Voci di giovani uomini, i combattenti. A quanto pare sanno che in questa stanza c’è una donna sola, forse l’unica straniera di tutta Mokha. “Apri, subito!”.

La guida e l’autista sono cinque piani più in basso. Non possono sentirmi. Il telefono non prende. I combattenti se ne vanno, tornano, ci riprovano per un’ora e mezza. Mi ritrovo a fare un pensiero bizzarro: se ora irrompesse nella mia stanza un gruppo di soldati, avrei fatto meglio a dormire a casa del vicino salafita. Ma le leggi di Mokha sono antiche: la luce del giorno allontana la minaccia. Appena sorge il sole, non sento più i combattenti. Ora il mormorio del mare è dominante. Quando finalmente ho il coraggio di uscire, gli uomini sulle scale evitano il mio sguardo.

Dieci giorni dopo, ancora nello Yemen, continuo a sognare la caserma sul mar Rosso. In questo paese non sono l’unica a fare sogni strani. Sulla strada per Sanaa mi viene assegnata una nuova guida, che è anche un funzionario del governo ribelle. Mentre l’auto avanza sugli altopiani bui, la guida fa una battuta: “Cerco una seconda moglie. Ho fatto un sogno, sarà europea. Credo che stanotte la sognerò olandese!”.

È ora di lasciare lo Yemen.

In fila per i controlli

Dopo diciassette giorni atterro ad Amman, in Giordania. I passeggeri provenienti dallo Yemen vengono controllati in un hangar speciale. Le doganiere giordane sono musulmane, ma indossano pantaloni e veli che coprono solo i capelli, non mezzo corpo.

Mentre siamo in fila per i controlli, scoppia un piccolo conflitto tra due diverse culture islamiche. Le donne giordane ordinano alle yemenite di togliersi tutto: i niqab a tre strati, i guanti color carne o rosso sbiadito che arrivano fino ai gomiti, come detta la moda del momento a Sanaa. Devono togliersi perfino l’abaya, la corazza nera di ogni yemenita, e devono farlo subito. In presenza degli uomini.

Le yemenite implorano le doganiere: si sentono nude con solo il velo e i vestiti sotto l’abaya, che coprono comunque tutto. Ma le doganiere sono inflessibili. In tutti quegli strati di tessuto non vedono un obbligo religioso, ma un rischio per la sicurezza. Non è il caso di farlo, ma vorrei baciarle.

In bagno mi tolgo l’abaya e mi sciolgo i capelli. Niente più travestimenti. Dopo lo Yemen, Amman, una delle città più tranquille del Medio Oriente, sembra New York. Questo viaggio ha cambiato il mio modo di guardare al mondo arabo. In Siria, in Iraq e in Libia la situazione non è poi così male. Noi europei non ce ne rendiamo conto, ma visti dallo Yemen, quei paesi sono all’avanguardia sulle questioni femminili, e sono anche paesi laici. ◆ sm

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Questo articolo è uscito sul numero 1318 di Internazionale, a pagina 108. Compra questo numero | Abbonati