Sembrava impensabile, e invece la guerra è cominciata. L’evoluzione del regime russo ha raggiunto lo stadio in cui il suo carattere autoritario è stato capace di realizzare perfino l’impossibile: ha trasformato in uno scontro frontale il conflitto ibrido con l’Ucraina, cioè con l’occidente, e con il suo stesso popolo, che per molti anni avevano visto la guerra solo in tv.

Chi credeva che non potesse succedere e che un’invasione dell’Ucraina fosse impossibile giudicava Putin secondo criteri razionali. Come fece nell’autunno del 1939 il governo di Helsinki, che alla vigilia della guerra russo-finlandese cercava di prevedere le mosse di Stalin. Le azioni dei dittatori sono dettate dall’irrazionalità.

Putin è uno stratega da salotto che occupa la presidenza di uno stato dotato di armi nucleari. Non gli basta più regnare nel suo paese, dove ha completamente soffocato l’opposizione e la società civile: ha bisogno del mondo intero. Per ora il mondo non vive ancora secondo le sue regole, ma l’operazione in corso è pensata proprio per imporre queste regole ovunque. Il “regime totalitario sovietico”, ha affermato Putin, ha gestito male il territorio del vecchio impero, limitando i diritti del popolo russo, ma ora è venuto il momento di riorganizzare queste terre secondo nuovi princìpi. Come pretesto per l’invasione dell’Ucraina, il Cremlino si è servito di una provocazione calcolata a cui ha dato il nome di “aggravamento della situazione al confine”, rispolverando una vecchia ricetta staliniana. Come nell’attacco alla Finlandia del 1939, l’attuale campagna militare è priva di una minima parvenza di logica. Nel discorso di Putin del 23 febbraio ritorna un argomento molto usato proprio in quell’anno, quando l’Ucraina occidentale e la Bielorussia occidentale furono invase dai soldati russi e la Polonia fu divisa tra Germania nazista e Unione Sovietica. Il pretesto è sempre la “liberazione” dei popoli fratelli dal giogo di una potenza ostile. “Difesa della popolazione”, nelle parole di Putin. Oggi come allora la Russia si prende il diritto di decidere le sorti di un popolo che ha un presidente democraticamente eletto.

“Smilitarizzazione” e “denazificazione” dell’Ucraina sono argomenti identici alla “liberazione” staliniana, tentativi di rappresentare le autorità legittimamente elette di un paese straniero come nemiche del loro stesso popolo: “una giunta militare”, come ha detto Putin.

“La forza e la volontà di combattere sono le fondamenta dell’indipendenza e della sovranità”, ha dichiarato il presidente russo il 24 febbraio. È incredibile. Putin ha trasformato l’idea di sovranità in una specie di feticcio per giustificare la guerra. Un modo di pensare arcaico, da prima metà del novecento. L’idea che sia in corso un attacco alla Russia, quando in realtà non c’è nulla del genere, è primitiva. Ma agli occhi dell’apatica maggioranza della popolazione russa è più che sufficiente per accettare il militarismo di Putin.

Anche il cinico tentativo di far passare un’aggressione per legittima difesa, ricorrendo alla memoria della seconda guerra mondiale, la “grande guerra patriottica” per i russi, è una mossa prevedibile: durante i preparativi del conflitto, Putin è perfino andato a deporre fiori davanti alla tomba del milite ignoto. È pronto a trasformare i ragazzi russi in militi ignoti, senza che il paese sia stato aggredito, e si appella alla memoria della guerra, usandola come scudo. Si rifugia dietro una barriera umana composta da quanti avrebbero dovuto vivere e non morire, lavorare pacificamente e non combattere. Per Putin il popolo russo è una cartuccia, materiale usa e getta per sedare le smanie imperiali che lo tormentano.

Ribaltare il senso

Le cosiddette élite si sono scoperte impotenti di fronte a questo tipo di regime autoritario. Nessuno nella squadra di Putin ha potuto impedire la guerra o influenzare in qualche modo la disastrosa decisione del presidente. Il consiglio di sicurezza è stato capace solo di annuire e balbettare parole confuse. Questo nuovo politburo (l’ufficio politico del Partito comunista ai tempi dell’Unione Sovietica), fatto accomodare a rispettosa distanza dal presidente, è stato presentato al mondo e investito della comune responsabilità della guerra. Tutte queste persone non sono passate alla storia, ci sono cadute dentro. Nessuno ha chiesto niente all’establish­ment finanziario ed economico, a cui ora toccherà rimediare alle conseguenze del conflitto: la sua influenza sulle decisioni più importanti è pari a zero.

Dopo la repressione delle proteste interne all’inizio del 2021, nel governo russo non è rimasto nessuno in grado di controbattere a Putin. La dittatura personale è compiuta.

L’estremo cinismo della propaganda russa, che ridicolizzava la minaccia dell’invasione e puntava il dito contro l’“isteria” dell’occidente, dovrebbe ormai essere evidente agli occhi dei russi. Ma molto probabilmente non sarà così. I cittadini s’inganneranno da soli, giustificheranno il potere, cercheranno di non considerare quello che sta succedendo come una guerra e un’aggressione di Mosca, e spereranno in una rapida pace. Sono queste le caratteristiche contraddittorie dell’opinione pubblica russa.

Quello che sta succedendo oggi ricorda la campagna del 2014 per l’annessione della Crimea. Ma in peggio. Perché uscire puliti da questa faccenda è impossibile. I ragazzi russi rischieranno la vita non per la patria, non per respingere l’attacco di un aggressore, ma per l’arroganza di un regime che ha trasformato il paese in un reietto globale, in uno spauracchio per il resto del mondo.

Da sapere
Migliaia in piazza

◆ In Russia cominciano a farsi sentire le voci critiche contro l’invasione dell’Ucraina. Nei giorni immediatamente successivi all’inizio dell’offensiva militare migliaia di persone sono scese in piazza per protestare in più di cento città del paese. La polizia ha arrestato più di seimila manifestanti, la maggior parte nella capitale e a San Pietroburgo. “In questi momenti difficili”, commenta il quotidiano finlandese Ilta-Sanomat, “è molto importante ricordare che il folle attacco all’Ucraina non è colpa dei cittadini russi. Certo, Putin ha il sostegno di chi sogna di far tornare la Russia una grande potenza. Ma nel sistema politico del paese i cittadini comuni non hanno nessuno strumento per influenzare le decisioni di chi è al potere, meno che mai per opporvisi”.

Anche diversi rappresentanti delle élite politiche ed economiche hanno esplicitamente criticato le azioni del presidente Vladimir Putin. Come spiega il Moscow Times, il cofondatore della Alpha bank Mikhail Fridman ha definito la guerra “una tragedia”, chiedendo la fine del “bagno di sangue”, mentre Oleg Deripaska, magnate dell’alluminio, ha detto: “La pace è importante e i negoziati devono cominciare appena possibile”. Contro la guerra si sono schierate anche diverse figure del mondo della cultura e dello spettacolo, e perfino tre deputati del Partito comunista. Più di seicento scienziati e giornalisti scientifici hanno sottoscritto una lettera aperta per condannare il conflitto. “Anche i dirigenti militari e politici russi hanno dei figli. E non vogliono vederli morire in una guerra nucleare. Non desiderano un suicidio collettivo”, scrive il quotidiano romeno Adevărul. “È solo questione di giorni prima che decidano di deporre Putin, con la violenza o pacificamente”.


Per i russi “che esultano” cambieranno molte cose. Le élite al potere nel paese non hanno paura delle sanzioni. Eppure la vita delle persone normali potrà peggiorare in modo significativo. A partire dalle cose di tutti i giorni. Per proseguire con la salute mentale. L’istruzione. E l’idea di cosa sono il bene e il male. I russi agli occhi del mondo ormai sono considerati un tutt’uno con i loro governanti. Sono screditati. Stanno dalla parte del male, e se la loro mentalità gli permetterà di giustificare la guerra, sarà la rovina della nazione russa, che diventerà disfunzionale, incapace di essere costruttiva e creativa.

La guerra e la sua giustificazione segnano il degrado del paese, in primo luogo spirituale, ma anche sociale ed economico. Putin ha messo la Russia contro il resto del mondo, trasformando i cittadini russi in ostaggi di idee inconcepibili nel ventunesimo secolo: il guastafeste si è trasformato in un aggressore globale.

Una delle più importanti caratteristiche del regime autoritario di Putin è intimamente legata alla lingua: agisce sul significato delle parole e dei concetti, invertendolo. In questo modo viene completamente ribaltato il senso dell’espressione “diritti umani”. La guerra diventa pace e quest’aggressione è spacciata come “operazione di denazificazione e smilitarizzazione”. La smilitarizzazione per mezzo della guerra.

Secondo Putin qualcuno ha preso in ostaggio l’Ucraina. In realtà sono i russi a essere ostaggi di Putin. Il 24 febbraio pensavano di essersi svegliati nella stessa Russia di sempre, mentre hanno aperto gli occhi in un paese in cui il modo di vivere e la coscienza collettiva cambieranno radicalmente. In termini di conseguenze politiche, morali e psicologiche, quello che è successo il 24 febbraio è più grave di quello che successe nel 2008, della campagna di Crimea del 2014 e della guerra nel Donbass del 2014-2015.

Naturalmente il cittadino russo medio, un pigro militarista che guarda la guerra in tv o sul computer e ascolta le lezioni di storia del comandante in capo, non se n’è ancora reso conto. La consapevolezza verrà dopo. E magari, quando succederà, passerà anche la sbornia. ◆ ab

Andrej Kolesnikov è un giornalista e analista politico russo.

Questo articolo è uscito sul numero 1450 di Internazionale, a pagina 26. Compra questo numero | Abbonati