Il Papaver somniferum è un bel fiore robusto, un papavero che può essere di diversi colori e che può anche superare il metro di altezza. Cresce nelle regioni con un clima temperato, non ha bisogno di fertilizzanti, attira pochi parassiti ed è resistente come molte erbe infestanti. I fiori durano solo pochi giorni, poi i petali cadono rivelando una capsula grigioverde segnata da scanalature verticali. I semi sono nutrienti e non hanno effetti psicotropi. Nessuno sa quando gli esseri umani abbiano imparato a schiacciare questa capsula a forma di bulbo e a mescolarla con l’acqua creando una sostanza che esercita uno strano effetto calmante e inebriante sul cervello. E non sappiamo chi ha scoperto che se si incide la capsula con un coltellino, se ne estrae la linfa lattiginosa e la si lascia seccare, si ottiene una sostanza che fumata provoca un effetto ancora più intenso. Ma sappiamo, dai reperti del neolitico trovati in Europa, che l’inizio della coltivazione di questa pianta risale almeno a seimila anni fa, e forse anche di più. Omero la definiva una “sostanza meravigliosa”. Si sorprendeva perché chi la consumava “non versava una lacrima per tutto il giorno, neanche se gli morivano i genitori, perfino se un fratello o un figlio veniva ucciso sotto i suoi occhi”. Per migliaia di anni ha calmato il dolore fisico e psicologico e sedotto gli esseri umani aprendo uno spiraglio sul divino. È stata una medicina prima che esistesse la medicina. Qualsiasi tentativo di vietarne l’uso o di distruggerla è stato fallimentare.

Oggi il potere del papavero è più grande che mai. Le molecole che se ne estraggono hanno conquistato gli Stati Uniti. I suoi discendenti sono l’oppio, l’eroina, la morfina e tutto un universo di oppioidi sintetici, compreso il potente antidolorifico fentanyl. Più di due milioni di statunitensi sono dipendenti da un qualche tipo di oppioide. E l’anno scorso sono morti per overdose – soprattutto da eroina e fentanyl – più americani che durante la guerra del Vietnam. Le morti per overdose hanno superato quelle causate dall’aids durante il picco dell’epidemia, e sono molte di più di quelle causate dagli incidenti stradali. Da due anni negli Stati Uniti il papavero e i suoi derivati sono responsabili dell’abbassamento dell’aspettativa di vita, un calo che non c’è stato in altri paesi avanzati. Secondo le stime più ottimistiche, nel 2018 gli oppioidi uccideranno 52mila statunitensi, e nei prossimi dieci anni mezzo milione.

Ormai la società americana è quasi insensibile a queste cifre. E molti dei modi in cui affronta questo eccidio di massa – dando la colpa alle case farmaceutiche, ai medici, alle amministrazioni Obama e Trump, alle politiche contro la droga, alla mancanza di moralità o alla crisi economica – non tengono conto della storia degli Stati Uniti. È una storia di dolore e di tentativi di mettere fine a quel dolore. È la storia di come l’antidolorifico più antico del mondo è arrivato ad alleviare l’agonia di una delle liberaldemocrazie più evolute. Come l’lsd è il simbolo degli anni sessanta, la cocaina degli anni ottanta e il crack dei novanta, l’oppio definisce questa nuova era. La chiamo era perché molto probabilmente durerà a lungo. Le dimensioni del fenomeno sono il segno di una civiltà che sta attraversando una crisi più grave di quanto immaginiamo, di un paese sopraffatto dall’altissima velocità del mondo postindustriale, di una cultura che vorrebbe arrendersi, indifferente alla vita e alla morte, affascinata dall’evasione e dal nulla. Dopo essere stati i pionieri dello stile di vita moderno, oggi gli Stati Uniti stanno cercando in tutti i modi di uscirne.

Scappare dalla vita

Come ti fa sentire un oppioide? In genere quando parliamo di droghe a scopo ricreativo tendiamo a evitare questo argomento, perché nessuno vuole incoraggiarne l’uso, e meno che mai la dipendenza. D’altra parte è facile pensare che le persone deboli assumano droghe per motivi inspiegabili o semplicemente immorali. Quello che pochi sono disposti ad ammettere è che le droghe alterano la coscienza in un modo preciso e specifico che sembra rendere le persone almeno momentaneamente felici, anche se le conseguenze possono essere disastrose. Ancora meno sono le persone disposte ad ammettere che c’è una differenza significativa tra i vari tipi di “felicità” indotta dalle droghe: che l’effetto del crack, per esempio, è diverso da quello dell’eroina. Ma se non cerchiamo di capire gli effetti di queste sostanze non possiamo capire il loro fascino, i motivi dell’epidemia o la funzione che svolgono nella vita di tanti esseri umani. È significativo, a mio avviso, che le droghe più diffuse oggi negli Stati Uniti producano effetti calmanti. Non servono a vivere più intensamente. Servono a cercare sollievo dalle sofferenze della vita.

Le sostanze alcaloidi contenute nei derivati dell’oppio esercitano un forte effetto sul cervello perché sfruttano i recettori naturali chiamati μ-oppioidi. Le molecole derivate dalla pianta di papavero replicano chimicamente l’ossitocina che ci invade quando siamo innamorati o abbiamo un orgasmo. Sono una scorciatoia per arrivare alla felicità che normalmente proveremmo in una vita di relazioni soddisfacenti. Mettono fine non solo al dolore fisico ma anche a quello psicologico, emotivo e perfino esistenziale. E per chi si lascia sedurre possono diventare un rapporto che dura tutta la vita, una storia d’amore in cui la passione è più potente perfino della paura della morte.

San Francisco, 26 gennaio 2017 (James Nachtwey, James Nachtwey Archive, Hood Museum of Art, Dartmouth/Contrasto)

Forse le descrizioni migliori del fascino del papavero vengono da alcuni scrittori geniali che lo hanno usato e combattuto. Molti poeti romantici dell’ottocento – come Coleridge, Byron, Shelley, Keats, Baudelaire – usavano l’oppio come i Beatles l’lsd. Il primo resoconto delle sensazioni che provocano l’oppio e i suoi derivati lo dobbiamo all’autobiografia Confessioni di un oppiomane dello scrittore inglese Thomas De Quincey, pubblicata nel 1821.

A sei anni De Quincey perse la sorella, e un anno dopo morì il padre. Per tutta la vita soffrì di forti dolori di stomaco e di depressione. A 19 anni sopportò venti giorni consecutivi di quelli che definì “strazianti dolori reumatici alla testa e al viso”. Alla fine si decise ad andare da un farmacista per comprare un po’ di oppio (all’epoca era legale, e in occidente lo è stato fino all’inizio della guerra alla droga cominciata un secolo fa).

Un’ora dopo averlo preso, il dolore fisico era scomparso, ma comunque quei problemi terreni non lo preoccupavano più. Era sopraffatto da quello che definì “l’abisso del divino godimento” che lo aveva invaso. “Come si sollevò, dalle più basse profondità, il mio spirito più intimo! Questo era il segreto della felicità, sul quale i filosofi hanno discusso per secoli”. L’effetto dell’oppio durava più a lungo di quello dell’alcol ed era più tranquillizzante: “Mi sembrava come se solo allora fossi in disparte, lontano dai clamori della vita”.

A differenza della cannabis, l’oppio non fa desiderare di condividere l’esperienza con qualcun altro, non mette appetito e non rende paranoici. Spinge alla solitudine e alla serenità e provoca una profonda indifferenza al cibo. A differenza della cocaina, del crack e delle metanfetamine, non dà la carica e non aumenta il desiderio sessuale. Rende sonnolenti e soffoca la libido. Al culmine dell’effetto, la testa comincia a ciondolare e le palpebre si chiudono.

Dayton, Ohio, 30 giugno 2017 (James Nachtwey, James Nachtwey Archive, Hood Museum of Art, Dartmouth/Contrasto)

Quando vediamo dei tossicodipendenti barcollare come fantasmi ubriachi, o crollare su un marciapiede o in un bagno, con il viso pallido, la pelle piena di infezioni e gli occhi spenti, spesso vediamo solo infelicità. Ma non abbiamo idea di cosa vedano loro: in quei momenti si sentono liberi dalla forza di gravità, in una trance che cancella il dolore e la tristezza. Ai loro occhi sono i sobri a essere addormentati. E in qualche modo l’essere liberi da ogni dolore rende indifferenti alla morte. Dopotutto, la morte è il più grande dei mali esistenziali. “Tutto ciò che si fa nella vita, anche l’amore, lo si fa sul treno che corre verso la morte”, diceva lo scrittore Jean Cocteau. “Fumare l’oppio è abbandonare il treno in marcia, è occuparsi d’altro che della vita o della morte”.

Modernità ostile

Il lato oscuro del papavero si rivela nel momento in cui si cerca di liberarsene. L’astinenza dagli oppioidi è diversa da tutte le altre. Gli incubi da svegli, i crampi allo stomaco, la febbre e l’agonia psichica durano settimane, fino a quando il corpo non si purifica. “Un silenzio”, scriveva Cocteau, “simile al pianto di mille bambini le cui madri non tornano ad allattarli”. Tra i sintomi c’è un’involontaria e costante agitazione delle gambe. Mentre la sua vita si disintegra, il tossicodipendente prova vergogna. Vorrebbe smettere e invece, per usare le parole di De Quincey, “giace sotto il peso degli incubi e delle visioni. Darebbe la vita solo per potersi alzare e camminare, ma non può nemmeno tentare di sollevarsi”.

Nessun paese avanzato è devoto al papavero come gli Stati Uniti. Gli americani consumano il 99 per cento dell’idrocodone e l’81 per cento dell’ossicodone usati nel mondo. Secondo alcune stime, usano trenta volte più oppioidi di quanti ne servirebbero per curare una popolazione di circa trecento milioni di abitanti. È una storia d’amore cominciata tanto tempo fa. Durante la guerra d’indipendenza questo tipo di droga era molto diffuso tra i soldati britannici e americani perché serviva a placare il dolore delle ferite riportate sui campi di battaglia. L’ex presidente Thomas Jefferson piantò i papaveri nella sua tenuta di Monticello, in Virginia. Si diceva che verso la fine della sua vita un altro padre fondatore della nazione, Benjamin Franklin, fosse dipendente dalla droga, come molti a quell’epoca. Come spiega Martin Booth nel libro Opium: a history, in America i papaveri erano molto diffusi e l’uso di farmaci da banco a base di oppioidi era comunissimo. Un’ampia gamma di rimedi casalinghi era derivata dal papavero: uno dei più popolari era un elisir chiamato laudano – che letteralmente significa “degno di lode” – che in Inghilterra era diffuso già dal seicento.

Mescolati con il vino, la liquirizia o qualsiasi altra cosa che coprisse il loro sapore amaro, per buona parte dell’ottocento gli oppiacei furono i farmaci più usati per curare la diarrea e qualsiasi dolore fisico. Le madri li davano ai bambini che strillavano sotto forma di “sciroppo calmante”. Il boom cominciò con la guerra civile. Molti stati cominciarono a coltivare papaveri per alleviare non solo il dolore straziante delle ferite ma anche la dissenteria endemica. Booth scrive che l’esercito nordista distribuì dieci milioni di pillole di oppio e 56 tonnellate di oppiacei in polvere o in gocce. In seguito molti reduci diventarono dipendenti dalla droga e i suoi effetti s’intensificarono con l’introduzione della morfina e dell’ago ipodermico. A loro si unirono milioni di mogli, sorelle e madri che, distrutte dal dolore della guerra, cercarono rifugio nell’oblio provocato da quelle sostanze.

Bill (a destra), 31 anni. Boston, 14 gennaio 2017 (James Nachtwey, James Nachtwey Archive, Hood Museum of Art, Dartmouth/Contrasto)

A giudicare dai resoconti dell’epoca l’epidemia degli anni sessanta e settanta dell’ottocento fu forse più vasta, anche se meno grave, di quella di oggi, e cominciò in reazione allo sconvolgimento della vita provocato dalla guerra, alla trasformazione del paesaggio causata dall’industrializzazione e alla forte tensione emotiva dovuta ai grandi cambiamenti sociali.

Qualcosa di simile era successo nel Regno Unito nella prima metà dell’ottocento. Quando grandi masse di persone erano state costrette ad abbandonare le zone agricole, con le loro tradizioni, stagioni e comunità, per andare ad affollare le nuove grandi città industrializzate, lo stress psicologico aveva dato all’oppio un fascino con cui neanche l’alcol poteva competere. Alcuni storici calcolano che, durante la prima fase dell’industrializzazione, il 10 per cento del reddito di una famiglia operaia britannica fosse speso per comprare oppio. Nel 1870 negli Stati Uniti l’oppio era più usato di quanto lo fosse il tabacco nel 1970. Era come se con il passaggio alla modernità e a uno stile di vita completamente diverso la maggior parte dei lavoratori avesse bisogno di un sollievo, di un modo di saltare giù dal treno ancora in marcia.

Sollievo senza assuefazione

Viene da chiedersi se in futuro la crisi di oggi sarà considerata il risultato dello stesso tipo di trauma, ma al contrario. Se la prima epidemia dell’uso di oppioidi fu provocata dall’industrializzazione, non c’è dubbio che l’epidemia di oggi sia scoppiata almeno in parte a causa della deindustrializzazione. È significativo che gli oppioidi non siano diffusi nella stessa misura tra tutti gli statunitensi. Non sono diffusi, per esempio, tra la popolazione più colta, multietnica, metropolitana e benestante delle coste. Il papavero si è insediato invece nelle zone abbandonate, in quelle città grandi e piccole che dovevano il loro successo a una particolare industria, e la cui vita sociale ruotava intorno a una fabbrica o a una miniera. Mentre le città dei paesi europei esistevano già prima che cominciasse il processo di industrializzazione, nelle zone interne degli Stati Uniti non c’erano insediamenti preindustriali, a parte le comunità indigene annientate. La distruzione di questa spina dorsale industriale non fu solo un fatto economico, ma anche una devastazione culturale e spirituale. La sofferenza fu aggravata dalla grande recessione e da allora non si è più tornati indietro. E il sistema sanitario statunitense, governato dalle leggi di mercato, era più che pronto a placare quella sofferenza.

Il grande sogno della ricerca medica sugli oppioidi era riuscire a usare la loro miracolosa capacità di placare il dolore e allo stesso tempo eliminarne la dipendenza. Il tentativo di raffinare l’oppio fino a farne un antidolorifico che non desse assuefazione produsse prima la morfina e poi l’eroina, entrambe create da medici e farmacologi che operavano nella massima legalità e a fini umanitari (la parola “eroina” deriva dal termine tedesco Heroisch, eroico, coniato dalla casa farmaceutica Bayer). A metà degli anni novanta del novecento arrivò l’ossicodone: questo farmaco a rilascio lento elimina i passaggi improvvisi dall’euforia alla depressione, perciò i ricercatori speravano che potesse ridurre anche il desiderio spasmodico di droga, quindi l’assuefazione. Sulla base di un unico studio condotto su 38 volontari, gli scienziati erano giunti alla conclusione che la grande maggioranza dei pazienti ospedalizzati sottoposti alla cura del dolore con forti dosi di oppioidi non era diventata dipendente, così incoraggiarono un maggiore uso del farmaco.

Quello studio coincise con una rivoluzione culturale che stava avvenendo nel mondo della medicina. Dopo l’epidemia di aids i pazienti stavano diventando molto più autonomi nella gestione delle cure, e quelli che soffrivano di dolori debilitanti cominciavano a chiedere il sollievo promesso dai nuovi oppioidi. L’industria si affrettò subito a sfruttare quest’opportunità pubblicizzando in modo aggressivo i nuovi farmaci, distribuendo campioni, organizzando congressi per i medici in alberghi di lusso e realizzando video da proiettare nelle sale d’aspetto degli ambulatori. Come spiega Sam Quinones nel suo libro Dreamland, tutto questo succedeva in un periodo di tagli alla spesa sanitaria in cui si chiedeva ai medici di essere più efficienti. Fu una combinazione fatale: i pazienti cominciarono a riempire gli ambulatori chiedendo antidolorifici, e i medici dovevano sbrigarsi. Diagnosticare le cause di un “dolore” è complicato e richiede tempo: era molto più facile scrivere velocemente una ricetta per eliminarlo. I metodi più laboriosi e costosi per curare il dolore – come la terapia fisica e psicologica – furono abbandonati da un giorno all’altro in favore delle pillole magiche.

Venti milioni di ricette

Il paese fu inondato di farmaci, la domanda aumentò e si creò una nuova popolazione di consumatori di oppioidi. Per procurarsene una dose non c’era più bisogno di andarla a cercare nei pericolosi vicoli dei quartieri malfamati: bastava una regolare ricetta per avere un flacone di pillole che apparivano innocue come una statina o un qualunque antidepressivo. Ma con il passare del tempo i medici e gli scienziati si resero conto che stavano creando un esercito di tossicodipendenti. Molte delle rassicuranti ricerche iniziali erano state condotte su persone sottoposte alla terapia con gli oppioidi mentre erano ricoverate, quindi sotto stretto controllo. Nessuno aveva preso in considerazione la possibilità che fuori dall’ospedale i pazienti, avendo a disposizione flaconi su flaconi di pillole, sarebbero diventati dipendenti.

I medici e gli scienziati erano anche ignari di una cosa scoperta di recente a proposito dell’ossicodone: il suo effetto diminuisce dopo poche ore (non dodici, come si pensava all’inizio), quindi causa continui alti e bassi e fa aumentare il desiderio delle persone di prendere un’altra dose. Quando i dolori non passavano del tutto i pazienti venivano mantenuti sotto oppioidi per periodi più lunghi e con dosaggi sempre più alti. E il farmaco non risparmiava l’agonia dell’astinenza. Chi prendeva antidolorifici per tre mesi spesso si accorgeva che, appena scadeva la ricetta cominciava a vomitare e a tremare di febbre. La soluzione più semplice e rapida era tornare dal dottore.

Shilah Jones pochi minuti dopo che il marito è andato in overdose. Dayton, 3 luglio 2017 (James Nachtwey, James Nachtwey Archive, Hood Museum of Art, Dartmouth/Contrasto)

Inoltre a metà degli anni ottanta il governo federale aveva deciso di sostituire la previdenza sociale per i poveri con una sorta di assegno d’invalidità, che copriva l’uso degli oppioidi per il dolore. I medici meno scrupolosi, soprattutto nelle zone povere del paese, trovarono il modo di arricchirsi con le fabbriche di pillole clandestine. E anche molti pazienti si arricchirono. Quinones ha scoperto che chi pagava tre dollari per un flacone di pillole poteva guadagnarne diecimila rivendendole in strada. Uno studio ha dimostrato che il 75 per cento degli statunitensi con dipendenza da oppioidi ha cominciato con antidolorifici regolarmente prescritti avuti da un amico, un familiare o uno spacciatore.

Così è cambiato anche il profilo socioculturale dei consumatori di oppioidi: tra le nuove generazioni, e soprattutto nelle scuole, il vecchio stereotipo del tossicodipendente da eroina – che di solito era un emarginato, un hippy o un reduce di guerra – non esisteva più. Ai giocatori di football si davano gli oppioidi per fargli sopportare gli infortuni: loro li condividevano con le cheerleader e con gli amici, e la dipendenza ha acquisito un nuovo status sociale. A quel punto, grazie ai medici e agli allenatori compiacenti, i farmaci a base di oppio erano usati dai ragazzi e dalla ragazze più promettenti e fisicamente in forma di quella generazione.

Consegne a domicilio

Le conseguenze sono state enormi. Tra il 2007 e il 2012 in West Virginia, dove vivono 1,8 milioni di persone, sono state distribuite 780 milioni di pillole di idrocodone e ossicodone. In una cittadina di 2.900 abitanti sono state fatte 20 milioni di ricette per oppioidi in dieci anni. In tutto il paese tra il 1999 e il 2011 le prescrizioni di ossicodone sono aumentate di sei volte. Il consumo nazionale pro capite è passato dai 10 milligrammi del 1995 ai 250 del 2012.

Il balzo in avanti dell’ossicodone è avvenuto senza clamore. La maggior parte delle epidemie di oppioidi del passato era stata accompagnata da ondate di criminalità e violenza, che avevano colpito anche quelli fuori dal giro spingendoli a intervenire. Ma nei primi dieci anni dell’attuale crisi degli oppioidi sia la violenza sia la criminalità sono diminuite drasticamente. I tossicodipendenti non erano per strada a creare problemi. Erano in casa, quasi sempre soli, e mortalmente tranquilli. La polizia non aveva case dello spaccio dove fare irruzione né bande da tenere sotto controllo. Le morti per overdose sono progressivamente aumentate, ma spesso erano coperte da una serie di termini tecnici usati dai medici legali per nascondere quello che stava succedendo. Quando la causa della morte era evidente – cadaveri trovati negli appartamenti o nei bagni dei fast food – spesso ci si vergognava troppo per parlarne. E i genitori dei ragazzi morti non volevano rendere pubblica la loro agonia.

Un intervento dei vigili del fuoco a Dayton, il 23 luglio 2017 (James Nachtwey, James Nachtwey Archive, Hood Museum of Art, Dartmouth/Contrasto)

A poco a poco i medici si sono accorti di aver commesso un grave errore. Tra il 2010 e il 2015 le prescrizioni di oppioidi negli Stati Uniti sono diminuite del 18 per cento. Ma se creare un esercito di tossicodipendenti era stato un errore enorme, tagliargli le forniture è stato un errore ancora più grande. È stato allora che molte persone sono state costrette a cercare le pillole sul mercato nero e l’eroina spacciata in strada.

Anche il canale illegale era diverso da quelli delle epoche precedenti. Il traffico non era più nella mani dei cartelli delle grandi città. Stavolta l’eroina – in particolare la meno costosa black tar, prodotta in Messico – era venduta da gruppi che evitavano i grandi centri urbani e preferivano le cliniche del metadone e le fabbriche di pillole delle zone interne degli Stati Uniti. La novità, spiega Quinones, era che gli spacciatori avevano uno stipendio fisso, invece di una percentuale sulle vendite. Quindi non avevano nessun incentivo a indebolire il prodotto tagliandolo con il bicarbonato o altri additivi, e questo rendeva la nuova droga più forte e affidabile.

Inoltre l’eroina non si vendeva più in un posto fisso, come ai tempi del crack, ma era recapitata praticamente a domicilio. Gli spacciatori distribuivano biglietti da visita davanti alle cliniche del metadone e alle fabbriche di pillole. Bastava chiamarli e prendere appuntamento in un parcheggio, e di solito erano molto educati e puntuali.

Nelle periferie e nelle zone rurali comprare eroina era diventato facile come comprare marijuana in città. Nessuna violenza, pochissimi rischi, ambienti familiari: un intero sistema studiato per offrire un servizio pulito alle classi medie. L’America stava tornando all’ottocento, quando gli oppiacei erano usati come farmaci, ma consumava prodotti molto più potenti e letali delle sostanze artigianali del passato.

Rachel Hoffman, 35 anni, al sesto mese di gravidanza. Dopo il parto il bambino le è stato tolto. Dayton, 2 luglio 2017 (James Nachtwey, James Nachtwey Archive, Hood Museum of Art, Dartmouth/Contrasto)

Esiste una regola aurea del proibizionismo, formulata nel 1986 dall’attivista Richard Cowan: più cresce la repressione contro le droghe, “più le droghe diventano potenti”. Il proibizionismo fa aumentare i rischi associati alla produzione e al trasporto; questo fa salire i costi, spingendo i trafficanti a ridurre al minimo le dimensioni del prodotto e i produttori a cercare nuovi modi per rendere la sostanza più potente. È per questo che, quando l’alcol era vietato, non si producevano birra o vino ma superalcolici. Ed è per questo che le anfetamine sono diventate metanfetamine e che la cannabis di oggi è molto più potente di quella della fine del novecento. L’eroina, a sua volta, è diventata l’oppioide delle strade.

Poi è arrivato il fentanyl, un oppioide altamente concentrato, cinquanta volte più potente dell’eroina. Creato nel 1959, oggi è uno degli oppioidi più usati in medicina. Ha uno straordinario potere antidolorifico, esercitato attraverso cerotti transdermici o pastiglie, che hanno rivoluzionato la chirurgia e la riabilitazione e salvato molte vite. Ma nella sua forma grezza è una delle droghe più pericolose che gli esseri umani abbiamo mai concepito. Un carico di fentanyl sequestrato di recente nel New Jersey entrava nel bagagliaio di un’auto ma conteneva abbastanza veleno da mandare in rovina l’intera popolazione dello stato e della città di New York messi insieme. Per questo è il sogno dei trafficanti: un chilo di eroina può rendere 500mila dollari, un chilo di fentanyl ne vale 1,2 milioni.

Il problema del fentanyl, per i trafficanti, è che è quasi impossibile da dosare correttamente. A causa della sua composizione microscopica bisogna tagliarlo con altre sostanze per poterlo iniettare, e tagliarlo significa giocare con il fuoco. Basta l’equivalente di pochi granelli di sale per toccare il cielo con un dito, ma qualche granello in più può uccidere. L’eroina uccide in modo semplice: rallenta il ritmo del respiro fino a soffocarti mentre ti addormenti. Se si aumenta di cinquanta volte la sua potenza vuol dire che si può morire anche solo con mezzo milligrammo.

Roger McLearran, 61 anni, in overdose. Dayton, 2 luglio 2017  (James Nachtwey, James Nachtwey Archive, Hood Museum of Art, Dartmouth/Contrasto)

Il fentanyl si fabbrica in Cina. È venduto nel dark web, cioè su siti che non si trovano con i motori di ricerca. È talmente piccolo e prezioso che è quasi impossibile impedire che entri nel paese. L’anno scorso negli Stati Uniti sono arrivati con la posta ordinaria 500 milioni di pacchi contenenti fentanyl. Con la tecnologia di cui dispongono oggi le poste statunitensi è praticamente impossibile bloccarlo. Così da qualche anno negli Stati Uniti si è passati dall’intossicazione di massa alla morte di massa. Durante l’ultima epidemia di eroina, portata a casa dai reduci del Vietnam, i casi di overdose erano 1,5 ogni diecimila statunitensi. Oggi sono 10,5. Il 2 per cento di tutta l’eroina sequestrata nel 2015 nel New Jersey conteneva fentanyl. Oggi il dato supera il 30 per cento. Dal 2013 le morti per overdose da fentanyl e da altri oppioidi sintetici sono aumentate di sei volte, superando quelle dovute a ogni altra droga.

La lezione dell’aids

Assistendo alla catastrofe di questi anni mi sono accorto che somiglia molto all’ultima epidemia che ha ridotto drasticamente l’aspettativa di vita degli statunitensi, quella di aids. Anche in quel caso ci è voluto molto tempo per capire cosa stava succedendo. L’aids riguardava una popolazione ristretta e quindi lontana dalle élite culturali (o nascosta al loro interno). Agli occhi di tutti gli altri, quelle morti erano astratte e relativamente sopportabili, soprattutto perché erano associate a uno stile di vita che molti consideravano inaccettabile. Quando l’epidemia finì sotto i riflettori e se ne capirono le ragioni, aveva già causato decine di migliaia di morti.

Oggi, ancora una volta, le élite politiche e culturali riescono a ignorare le dimensioni della crisi perché spesso è invisibile, lontana dalle loro vite. La polarizzazione della società statunitense non fa che peggiorare le cose: quando un’epidemia distrugge un gruppo sociale diverso dal nostro, è più facile far finta di niente. Ogni tanto qualcuno delle élite si accorge che la malattia ha colpito i suoi figli, e allora il problema diventa improvvisamente urgente. La morte di una celebrità – Rock Hudson nel 1985, Prince nel 2016 – comincia ad abbattere il muro del silenzio. Le persone direttamente coinvolte si radicalizzano in reazione all’incapacità dello stato di affrontare il problema. I gay che negli anni ottanta entrarono a far parte dell’organizzazione per la lotta all’aids Act up avevano una cosa in comune con le comunità infestate dagli oppioidi che hanno votato in massa per Donald Trump: un disperato senso di impotenza, la sensazione di vivere una catastrofe che il resto del paese non vuole vedere.

A un certo punto non si poteva più ignorare il numero dei morti. Nel caso dell’aids, alla fine il governo e le case farmaceutiche studiarono un piano d’azione basato sulla prevenzione, l’educazione e la ricerca di una possibile cura. Questo sta succedendo in parte anche per gli oppioidi. L’ampia distribuzione dello spray Narcan – che contiene l’antagonista naloxone – ha già salvato molte vite. L’uso di oppioidi alternativi e meno pericolosi come il metadone e la buprenorfina per aiutare le persone ad abbandonare l’eroina è stato utile. Per contenere i danni, alcuni centri hanno istituito programmi di scambio di siringhe (dove si portano quelle usate per averne di nuove). Ma niente di tutto questo è sufficiente per fermare l’epidemia. In fondo, per l’hiv e l’aids l’obiettivo scientifico era chiaro: trovare farmaci che impedissero al virus di replicarsi. Per la dipendenza dagli oppioidi non c’è nessuna potenziale cura in vista. Parlando della crisi degli oppioidi, molti ricordano che nel caso dell’aids le morti si ridussero di colpo dopo il picco. Ma dopo il recente picco nell’uso del fentanyl, difficilmente succederà la stessa cosa. Al contrario, le morti continueranno ad aumentare.

La polizia interviene per aiutare un uomo conosciuto come Mike Bike. Miamisburg, Ohio, 4 luglio 2017 (James Nachtwey, James Nachtwey Archive, Hood Museum of Art, Dartmouth/Contrasto)

Nel corso del tempo, l’aids si è fatto strada anche nel sistema politico. Più di qualsiasi altra cosa, ha rivelato ciò che si voleva mantenere nascosto e accelerato il riconoscimento della dignità e dell’umanità degli omosessuali nella società statunitense. I frutti di questo cambiamento sono stati i matrimoni gay e la possibilità per gli omosessuali di entrare nell’esercito. Ma i politici statunitensi sono rimasti indifferenti davanti alla crisi degli oppioidi. Nonostante il grande sostegno di molte delle comunità più colpite, l’amministrazione Trump non ha nominato nessuno che abbia l’esperienza e l’autorità necessarie per dare una risposta adeguata.

L’Office of national drug control policy, l’agenzia che coordina le politiche sulle droghe, è rimasta per più di un anno senza un direttore. Si prevede che il suo budget sarà ridotto del 95 per cento. Kellyanne Conway, l’“esperta di oppioidi” della Casa Bianca, non ha nessuna esperienza di governo, e meno che mai sul tema delle droghe. Anche se Trump vuole aumentare la spesa per la cura delle dipendenze, l’idea generale è quella di tornare a un rigido proibizionismo. Di recente il ministro della giustizia Jeff Sessions ha detto di essere convinto che la marijuana apra la porta all’eroina, un’idea così lontana dalla realtà che si fa fatica a crederci. Sembra chiaro che Trump non risolverà il problema, come Reagan non risolse quello dell’aids, ma la perdita di vite umane potrebbe essere ancora più alta.

È dimostrato che uno dei pochi modi per ridurre le morti da overdose è creare dei centri dove le persone possano assumere droghe sotto controllo in modo da liberarsi dalle dipendenze per le sostanze più pesanti. Luoghi dove gli si fornisce sostegno psicologico, gli si dà un rifugio sicuro e gli si offre una formazione professionale. A Vancouver, dove è stato aperto il primo centro con queste caratteristiche in Nordamerica, le morti per overdose di eroina sono diminuite del 35 per cento. In Svizzera, dove ce ne sono sparsi in tutto il paese, sono state ridotte della metà. Trattando i tossicodipendenti come esseri umani che hanno una dignità invece che come falliti o criminali responsabili della loro stessa emarginazione, questi programmi hanno allontanato molte persone dall’orlo del precipizio indirizzandole verso una vita più produttiva.

Ma per realizzare un progetto simile gli Stati Uniti dovrebbero prevedere la possibilità di fornire eroina ai tossicodipendenti e dirottare buona parte dei fondi investiti nella repressione, nei processi e nelle carceri verso un grande programma di riabilitazione. Il governo dovrebbe, in poche parole, mettere fine alla guerra alla droga. Ma siamo ancora molto lontani da un’ipotesi simile. Anche perché finora non è emerso un movimento nazionale paragonabile al gruppo Act up nato negli anni ottanta.

Aspettiamo di vedere quante morti serviranno per convincere gli Stati Uniti ad abbandonare l’approccio proibizionista e a rispondere in modo appropriato. Centomila all’anno? Di più? Immaginate un attacco terroristico che causi quarantamila morti. O un virus che minacci di uccidere 52mila statunitensi in un anno. Qualsiasi governo la considererebbe una priorità.

Per certi versi la diffusione del fentanyl – che oggi comincia a infiltrarsi nella cocaina, nell’Adderall contraffatto e nel metadone – potrebbe essere considerato un avvelenamento di massa. In molti casi ha infettato altri farmaci trasformandoli immediatamente in sostanze letali. Nel 1982 fu trovato del veleno in alcune pillole di Tylenol. Tutti i flaconi del farmaco in circolazione nel paese furono immediatamente ritirati. A Chicago la polizia girò per i quartieri con gli altoparlanti per avvertire la popolazione del pericolo. Questa fu la reazione a un evento che uccise solo sette persone. Nel 2016 gli oppioidi sintetici hanno ucciso ventimila statunitensi. A quanto pare alcune vite valgono meno di altre.

Da padre a figlio

Una delle immagini più chiare che gli statunitensi hanno dell’abuso di droga viene da un esperimento in cui un topo in gabbia continua a bere da una bottiglia che contiene acqua mista a cocaina. Alla fine il topo muore. Qualche anno dopo quell’esperimento, uno scienziato curioso ne realizzò uno simile, ma creando un gruppo di controllo. In una gabbia c’era un ratto con un distributore d’acqua che conteneva morfina. In un’altra, oltre al topo e al distributore, c’era una ruota su cui correre, palline con cui giocare, cibo e altri topi con cui divertirsi e fare sesso. Una sorta di parco divertimenti. Lo scienziato osservò che i ratti nel parco consumavano cinque volte meno acqua con la morfina rispetto al topo solo.

Uno dei motivi della dipendenza patologica, evidentemente, è l’ambiente. Se foste in una cella d’isolamento, e aveste solo della morfina per distrarvi, morireste in pochissimo tempo. Se si toglie lo stimolo della comunità e tutta l’ossitocina naturale che produce, la variante artificiale di quella sostanza diventa più appetibile.

Un modo di pensare agli Stati Uniti postindustriali è immaginarli come un vecchio parco che si sta lentamente trasformando in una gabbia. Il capitalismo di mercato e la rivoluzione tecnologica hanno modificato la nostra realtà economica e culturale, soprattutto per chi ha un basso livello d’istruzione. Il senso della propria dignità di molti uomini della classe operaia che provvedevano alle loro famiglie con il lavoro manuale è andato in parte perduto per via dell’automazione. C’è stato un crollo della stabilità familiare, e tra gli operai e la classe media bianca il numero di bambini che non hanno due genitori in casa è aumentato. Dare un senso alla vita – come faceva in passato una cultura spesso religiosa e condivisa, almeno formalmente, con gli altri – è sempre più difficile, e la percentuale di statunitensi che dichiara di non avere nessuna affiliazione religiosa ha raggiunto livelli record.

Da sapere
Le foto di questo articolo

Nel 2017 il fotogiornalista statunitense James Nachtwey ha viaggiato per tutti gli Stati Uniti e ha scattato decine di foto di persone dipendenti da eroina, antidolorifici e altri oppioidi. Nachtwey ha presentato così il suo lavoro: “Seguendo la crisi degli oppioidi un dato in particolare mi aveva colpito: nel 2016 il numero di morti per overdose è stato pari a quello degli americani uccisi nelle guerre recenti degli Stati Uniti. Ma per capire il significato concreto di quel dato dovevo vedere cosa succede ai singoli individui, uno per uno. Osservare persone che soffrono è difficile. Fotografare quella sofferenza è ancora più difficile. È fondamentale guardare con compassione e capire che la sofferenza non priva le persone della loro dignità. Negli ultimi 35 anni il lavoro di fotogiornalista mi ha portato in altri paesi per documentare guerre, rivolte, disastri naturali e crisi sanitarie. Visitando di nuovo il mio paese ho scoperto un incubo nazionale. Ma le vittime di questo incubo non sono dei degenerati. Sono i nostri vicini, i nostri familiari. Nessuno dei tossicodipendenti che ho incontrato può essere considerato una cattiva persona. Nessuno vuole essere un tossicodipendente. Ho visto dei segni di speranza, soprattutto tra le persone che affrontano la crisi. Alcuni sono ex tossicodipendenti che usano la loro esperienza per aiutare gli altri. Si rifiutano di permettere che il loro paese sia definito da questo problema. Al contrario, cercano di definirlo trovando delle soluzioni. Dobbiamo unirci a loro”.


Anche se il tasso di disoccupazione è molto basso e il reddito mediano delle famiglie è abbastanza alto, c’è una diffusa sensazione d’insicurezza economica e di vuoto spirituale. Un tempo questo vuoto era in parte compensato dal continuo miglioramento degli standard di vita, generazione dopo generazione. Ma oggi non è più così per la maggior parte degli statunitensi.

Stati rurali come New Hampshire, Ohio, Kentucky e Pennsylvania hanno superato le grandi metropoli per uso e abuso di eroina, e la dipendenza si è diffusa rapidamente nei quartieri periferici. Una delle novità di oggi è che gli oppioidi sono tornati in altri luoghi senza speranza che conosciamo bene: i quartieri poveri abitati dai neri, dove le morti per overdose, soprattutto a causa del fentanyl, stanno aumentando. A peggiorare le cose, il settarismo politico e culturale ha indebolito il collante del patriottismo, e oggi molti statunitensi si sentono stranieri nella loro terra.

Da sapere
Il paradosso degli antidolorifici

◆ Mentre negli Stati Uniti l’abuso di oppioidi ha provocato una crisi che causa decine di migliaia di morti ogni anno, nel resto del mondo i farmaci oppioidi sono spesso poco diffusi o poco prescritti, e 25,5 milioni di persone muoiono senza ricevere farmaci per alleviare il dolore. Il 90 per cento di tutta la morfina diffusa nel mondo è consumata dal 10 per cento della popolazione dei paesi più ricchi, scrive The Lancet. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, il consumo pro capite di morfina è un indicatore importante della qualità della terapia del dolore cronico da cancro. L’Italia è uno dei paesi europei dove il consumo di oppioidi per il trattamento del dolore è meno diffuso. Tra il 2005 e il 2015 l’uso illecito degli oppioidi è invece aumentato.


Negli Stati Uniti l’individualismo, la disumanizzazione prodotta dal capitalismo, i continui stravolgimenti, combinati a una presenza minima dello stato, hanno sempre contribuito a creare una società atomizzata, dove ognuno deve dare un senso alla propria vita e tutti si sentono soli. Ma per molto tempo i cittadini hanno riempito questo vuoto con l’etica del lavoro, con una rete di associazioni e con un senso di appartenenza alla propria comunità più forti e diffusi che in Europa, con una varietà di fedi religiose così grande da non consentire quasi a nessuno di rimanere senza uno scopo nella vita. Tocqueville vedeva in queste particolarità la chiave del successo della democrazia americana, ma temeva che non sarebbe durato per sempre.

Infatti non è durato. Negli ultimi decenni i tradizionali puntelli della vita collettiva sono andati scomparendo e sono stati sostituiti da varie forme di distrazione di massa. Per la maggior parte delle persone che ci sono rimaste intrappolate, all’inizio non è stata una scelta cosciente: molti sono stati introdotti alle gioie del papavero da familiari e amici, sono stati l’ultimo anello di una catena che partiva dalle case farmaceutiche e passava attraverso il mondo della medicina. Tutte queste vittime forse non andrebbero viste come persone infelici che si sono rivolte in massa alla droga, ma come persone che non si erano accorte di quanto fossero infelici fino a quando non hanno scoperto come poteva essere un’esistenza senza infelicità. Tornare alla loro vita precedente era impensabile. E per molti è ancora così.

Se Marx diceva che la religione è l’oppio dei popoli, ormai siamo in una nuova fase della storia dell’occidente in cui è l’oppio a essere la religione dei popoli.

È facile ignorare quelli che sono rimasti intrappolati o sono morti perché l’oppio ha riempito un vuoto. Ma non è altrettanto facile ignorare le decine di milioni di statunitensi che si affidano agli antidepressivi, allo Xanax o a qualche benzodiazepina per tenere a bada ansie meno acute. Nello stesso periodo in cui gli oppioidi si sono diffusi come un incendio nei boschi, è aumentato anche il consumo di cannabis, un sedativo molto più leggero ma che improvvisamente è diventato popolare tra le persone di successo. E allora perché meravigliarsi se i falliti usano qualcosa di più forte? C’è un passo di una poesia di William Brewer che mi fa male al cuore ogni volta che lo leggo. Parla di un padre tossicodipendente e di suo figlio. Il padre dice:

Da sapere
La geografia degli oppioidi
Morti per overdose ogni 100mila abitanti (fonte: the new york times)

◆ Negli ultimi anni le morti per overdose sono aumentate in tutte le regioni degli Stati Uniti, in buona parte a causa dell’aumento delle dipendenze da antidolorifici oppioidi e da eroina. La situazione è particolarmente grave nella regione degli Appalachi e negli stati del sudovest, come New Mexico e Arizona. Nel 2016 le morti per overdose da oppioidi sono state 42.249, una media di 115 al giorno.


Ci sono volte in cui mio figlio mi sveglia,

la siringa ancora appesa al mio braccio

[come una piuma.

Cos’è questa cosa che fai sempre, mi chiede.

Da sapere
Dipendenza sociale
Numero di morti per overdose ogni 100mila abitanti negli Stati Uniti. (Fonte: The New York Times)

Volo, dico io. Mostrami come si fa, mi prega.

E alla fine lo faccio. Da come sorride,

sembra che il sole si sia perso

nella sua testa.

Vedere l’epidemia solo come un problema di dipendenza chimica significa non capire la disperazione che spinge tante persone a desiderare di volare via. Fino a quando non avremo risolto molti problemi sociali, culturali e psicologici, fino a quando non saremo riusciti a dare un nuovo senso alla vita, a riscoprire la nostra vecchia religione o a reinventare il nostro modo di vivere, il papavero vincerà sempre.

Oggi la gioia che danno gli oppioidi sta riempiendo il vuoto del cuore e dell’anima come ha sempre fatto dall’alba della civiltà. Ma stavolta il pericolo non è solo quello della dipendenza. Come non era mai successo nella storia dell’umanità, i figli chimicamente modificati di quel fiore tenace portano con sé la morte. Sono gli agenti dell’oscurità eterna. E c’è ancora molta strada da fare, e molti cadaveri da contare, prima di rivedere la luce. ◆ bt

Andrew Sullivan è un giornalista conservatore, gay e cattolico. È nato nel Regno Unito ma dal 1984 vive negli Stati Uniti. È stato direttore della rivista New Republic.

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1253 di Internazionale, a pagina 46. Compra questo numero | Abbonati