Siamo partiti la mattina da Sarajevo con l’obiettivo di arrivare rapidamente a Višegrad per poi proseguire verso la Serbia e Belgrado. Ma abbiamo commesso il solito errore e ci siamo fidati troppo delle mappe locali. Fino a qualche anno fa per il gps la Bosnia era una grande macchia indistinta e quel giorno la nostra mappa di fiducia – se non ricordo male era tedesca – giaceva in fondo alla valigia. La pigrizia aveva preso il sopravvento e avevamo rinunciato a rovistare nel bagaglio, affidandoci a quello che avevamo sottomano. Così ci siamo ritrovati a vagare per le impervie lande balcaniche. Dopo qualche decina di chilometri siamo incappati in un controllo di polizia. Ci hanno chiesto se avevamo ben chiaro il percorso. “Ma certo!”, abbiamo risposto. “Abbiamo la mappa”.
Poco dopo abbiamo notato che una Golf ci sta stava seguendo. Starà facendo la nostra stessa strada, abbiamo pensato. Tutto intorno le case e i fabbricati si facevano sempre più rari; a un certo punto abbiamo superato le ultime abitazioni e all’improvviso è finito anche l’asfalto. Una sbarra segnava la fine del nostro viaggio. Siamo scesi dall’auto per guardarci intorno. Ed è sceso anche l’autista della Golf. Era un poliziotto in borghese – abbiamo scoperto dopo – venuto a farci una proposta piuttosto singolare: si offriva di “accompagnarci”. Ovviamente non ci è nemmeno passato per la mente di chiedergli cosa intendesse, e senza pensarci due volte lo abbiamo seguito. Del resto cosa poteva succederci?
Un po’ per noia, un po’ per avere qualcosa da raccontare agli amici, partimmo da Spalato per Mostar. Un viaggio da nulla, che però aveva tutte le caratteristiche di un’avventura
Per trenta chilometri abbiamo viaggiato lungo una strada di montagna piena di sassi. Sotto di noi scorreva un fiume piuttosto impetuoso per la stagione e gonfio d’acqua.
Dovevamo fermarci in continuazione per spostare le grosse pietre che ostruivano il passaggio. Diverse volte abbiamo attraversato strane gallerie scavate nella roccia nuda, senza nessun rivestimento, buie, strette e lunghe centinaia di metri. Solo in seguito abbiamo scoperto che ai tempi dell’Impero austro-ungarico Vienna progettava di far passare di là una linea ferroviaria. Ma la monarchia crollò prima che i lavori fossero terminati.
All’improvviso abbiamo notato il cartello con il teschio rosso e la scritta “Pazi! Mine!” (Pericolo! Mine!), comune in gran parte dell’ex Jugoslavia. Gli amici che erano con noi, e che visitavano la Bosnia per la prima volta, sono rimasti a bocca aperta. Per noi, invece, quel paese non era più una novità: ci venivamo spesso e ne conoscevamo gli angoli più remoti. Quei souvenir lasciati dalla guerra erano una cosa di normale.
La prima volta che venimmo in Bosnia, dieci anni dopo la fine del conflitto, quei cartelli spaventarono anche noi. Avevamo ancora in testa le immagini dei telegiornali degli anni novanta e i nostri genitori che ci dicevano di non guardare le immagini della guerra in tv, perché non erano cose per bambini. La vista del parlamento di Sarajevo in fiamme e della città sotto il fuoco dell’artiglieria si era impressa profondamente nella nostra memoria. A quei tempi nessuno andava in Bosnia. Si raggiungevano le coste croate, quelle sì, ed eventualmente quelle del Montenegro. I più coraggiosi si spingevano in pellegrinaggio fino a Medjugorje, in Erzegovina, non lontano dalla frontiera croata. Ma oltre? Nessuno osava andarci più. Così, un po’ per noia, un po’ per avere qualcosa da raccontare agli amici, un giorno decidemmo di partire da Spalato alla volta di Mostar. Un viaggio da nulla, apparentemente – appena settanta chilometri dalla frontiera con la Croazia – che però aveva tutte le caratteristiche di un’avventura. Un’avventura che dura ancora oggi e che, almeno in parte, ha condizionato il nostro percorso professionale.
Quel giorno, mentre attraversavamo il territorio dell’Erzegovina, una cosa in particolare ci colpì: sui cartelli stradali i nomi delle località erano scritti sia in caratteri latini sia in cirillico e, secondo dove ci trovavamo, una delle due lingue era cancellata con lo spray. Poco dopo scoprimmo che non si trattava di semplici atti vandalici. Partendo da quelle cancellature si poteva raccontare la realtà postbellica del paese, ingarbugliata come un film di Kusturica. Per effetto dell’accordo di pace stipulato nel 1995 a Dayton, negli stati Uniti, la Bosnia Erzegovina è uno stato federale costituito da due entità: la Federazione di Bosnia ed Erzegovina (a maggioranza croato-musulmana) e la Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina (a maggioranza serba). Il paese è abitato da tre nazionalità: i bosniaci musulmani, o bosgnacchi, che rappresentano il 48 per cento della popolazione totale, i serbi (33 per cento) e i croati (15 per cento). L’estrema complessità della sua struttura politico-giuridica fa della Bosnia Erzegovina uno dei più singolari organismi statali al mondo. Non la amano né i serbi né tantomeno i croati, che sognano – in maniera più o meno ufficiale – un’annessione ai loro stati etno-nazionali. Ma è una prospettiva impensabile, in quanto finirebbe per provocare un altro conflitto nella regione. I bosgnacchi difendono invece l’integrità del paese. Ma lo stato disastroso dell’economia contribuisce ad aggravare il quadro, e per i leader politici cavalcare il nazionalismo è spesso un comodo espediente per nascondere la propria incapacità di migliore la vita dei cittadini.
Di fatto le due entità che compongono la Bosnia Erzegovina sono organismi separati, ognuno con un proprio parlamento bicamerale, un governo, una presidenza, una polizia e una magistratura. Anche la politica è divisa, e nemmeno le decisioni in ambiti fondamentali come l’economia, la cultura e l’istruzione sono prese a livello federale. Questa contorta struttura porta spesso alla duplicazione di enti e istituzioni e, non di rado, alla paralisi decisionale. Basterebbe ricordare lo strano assetto amministrativo delle principali città: da una parte c’è Sarajevo, capitale sia dello stato federale sia della Federazione croato-musulmana, dall’altra Banja Luka, capoluogo della Repubblica Serba. In questa situazione è in corso da anni uno scontro tra le autorità centrali e gli altri soggetti amministrativi per la distribuzione di diritti e competenze.
Nonostante questo marasma, la Bosnia non sembra passarsela tanto male. Le strade sono di buona qualità, aggiustate di recente, e anche le case sono in corso di ristrutturazione. Tra i più poveri paesi europei, la Bosnia Erzegovina dimostra che la Jugoslavia aveva uno standard di vita superiore a quello degli altri paesi socialisti dell’Europa centrorientale. Ai tempi della cortina di ferro era una delle mete preferite di noi polacchi, al punto che oggi la gente del posto ci chiede spesso perché dopo la guerra abbiamo smesso di venire. In fondo le mete esotiche sono sempre più popolari, e in Bosnia l’esotismo è a portata di mano. Ma non sono in molti ad approfittarne.
Le rondini che annunciano la bella stagione sono già arrivate. Per esempio a Počitelj, una cittadina aggrappata a uno sperone di roccia e affacciata come un anfiteatro sul corso della Neretva. Qui si sente già l’influenza della Dalmazia: le case sono di pietra e in cima all’abitato troneggia una fortezza difensiva. Eppure c’è qualcosa di strano: sul profilo dei tetti svetta l’alta torre del minareto, accanto alla quale si vedono le cupole in rame delle madrasa, le vecchie scuole coraniche. Počitelj è uno dei luoghi più occidentali in cui siano arrivate le influenze dell’impero ottomano, del quale la Bosnia ha fatto parte dalla metà del quattrocento fino alla fine dell’ottocento. Con conseguenze visibili ancora oggi.
Quando arrivammo a Počitelj la prima volta, la cittadina era quasi vuota: in giro non c’era neppure un turista e anche gli abitanti sembravano sepolti nelle loro case. Forse anche per colpa del caldo torrido: già ai tempi della Jugoslavia la zona di Mostar registrava le temperature più alte del paese. Oggi, invece, le bancarelle con i souvenir e le bottigline dei liquori locali sono ovunque, e per strada donne anziane vendono frutta secca in sacchetti di carta. Nella cittadina si fermano le macchine e i bus turistici diretti a Mostar, meta tipica delle escursioni di un giorno da Spalato.
Ad attirare gli stranieri nella città dell’Erzogovina è il singolare magnetismo dello Stari most, l’antico ponte ottomano che, collegando le due sponde della Neretva, unisce – anche simbolicamente – due culture. Oggi, osservando i suggestivi locali a picco sul fiume risulta difficile credere che qui, solo pochi anni fa, i ristoranti si contavano sulle dita di una mano.
È proprio a Mostar che per la prima volta ci imbattemmo nella cultura islamica: gli uomini alle prese con il tradizionale rito delle abluzioni prima della preghiera, il richiamo dei muezzin ai fedeli. Nel nostro primo viaggio entrammo nelle moschee e salimmo perfino in cima a un minareto. Oggi sarebbe molto più difficile, ma allora, quando i turisti erano ancora pochi, si poteva godere la vista dello Stari most da quasi trenta metri di altezza.
Definire osservanti i musulmani di Mostar sarebbe comunque un’esagerazione. Come gli altri stati del blocco socialista, anche i paesi che facevano parte della Jugoslavia hanno vissuto un profondo processo di laicizzazione. Un’inversione di tendenza è cominciata negli anni novanta quando, nelle mani dei nazionalisti, la religione è diventata un pericoloso strumento di divisione. È allora che ha preso piede la seguente mentalità: visto che parliamo quasi nello stesso modo, che mangiamo, cantiamo e ci divertiamo nello stesso modo, cerchiamo almeno di essere divisi dal simbolo che campeggia sui nostri templi (o meglio sui templi dei nostri avi).
Per la verità ai simboli religiosi si era fatto ricorso già molto tempo prima. Quando alla metà dell’ottocento in Europa presero forma i moderni stati nazionali, in Bosnia il senso di appartenenza e d’identità fu costruito su base confessionale: i cattolici cominciarono a considerarsi croati, gli ortodossi s’identificarono con i serbi e gli slavi islamizzati presero a percepirsi come parte della nazione musulmana. Con i bosgnacchi la questione è dunque molto complicata. Si tratta di slavi meridionali che, dopo la conquista della Bosnia da parte dell’impero ottomano, si convertirono gradualmente all’islam. Fino alla fine degli anni sessanta del novecento erano ufficialmente indicati come “musulmani di nazionalità indefinita” e solo nel 1968 fu dichiarata l’esistenza di una “nazione musulmana”. Poi, nel censimento del 1971, comparve la formulazione “Musulmano in senso nazionale” (la categoria della nazionalità venne distinta da quella confessionale scrivendo Musulmano con l’iniziale maiuscola). Questa definizione è rimasta in uso fino al 1993, quando è stata sostituita dalla definizione “bosgnacco”, termine che ha reso le cose ancora più complicate. Per quanto riguarda gli altri due gruppi linguistici, loro stessi si definiscono croati o serbi di Bosnia per sottolineare la priorità del legame con la Croazia e la Serbia e i propri sentimenti identitari.
Per tutte queste ragioni discutere con gli abitanti della Bosnia Erzegovina di questioni nazionali, etniche o confessionali richiede comprensibilmente molto tatto e diplomazia. E la cosa migliore è fare i finti tonti. In questo modo si evita di toccare dei tasti che potrebbero irritare, o peggio ancora ferire, l’interlocutore. Tanto più che negli ultimi tempi è diventato comune agitare lo spauracchio dell’islam radicale bosniaco. Di solito le notizie di questo tipo sono accompagnate da un immancabile corollario: le fotografie dei combattenti del sedicente Stato islamico che scorrazzerebbero in lungo e in largo per la Bosnia proprio come fanno in Medio Oriente. Ovviamente il radicalismo islamico esiste, e nella guerra degli anni novanta sono arrivati in Bosnia molti mujahidin, che poi si sono stabiliti nel paese. Non è neanche un mistero che alcuni musulmani bosniaci siano andati a combattere con il gruppo Stato islamico. Ma attribuire la responsabilità di questi fenomeni all’intera comunità musulmana è sbagliato. Per questo è seccante vedere i semplicistici reportage televisivi che spiegano poco e diffondono paura e confusione. Ogni radicalismo religioso – indipendentemente dal luogo e dai tempi – è pericoloso. Era così nella Volinia degli anni quaranta del novecento, dove il pope benediceva la falci dei contadini ucraini che uccidevano i polacchi, ed è così nella Polonia di oggi, dove il prete benedice le teste rasate dei giovani “patrioti”.
La misura simbolica della coesistenza di tutte le nazioni della Bosnia si può ritrovare a Sarajevo, città dove ancora si coglie lo spirito della vecchia Jugoslavia. Ultimamente molte cose positive sono state scritte e dette sulla capitale della Bosnia, che non spaventa più gli stranieri con lo spettro del suo recente passato.
Il giorno in cui arrivammo per la prima volta a Mostar rimanemmo così sbalorditi che decidemmo di addentrarci immediatamente nel paese. Passammo per Jablanica e Konjic, lungo la sorprendentemente pittoresca Neretva, ed entrammo a Sarajevo dalla parte ovest della città. Davanti ai nostri occhi scorreva una fila di grigi condomini di calcestruzzo. L’aspetto non era dei peggiori, anche se alcuni palazzi erano piuttosto malconci e qualcuno addirittura bruciato. In ogni caso era già stato aperto un rivenditore di Bmw e accanto ne stavano allestendo un altro. L’economia, si sa, non ama gli spazi vuoti e ciò di cui avevano più bisogno gli abitanti della città dopo il tormento del lungo assedio erano evidentemente le auto di lusso.
L’unica cosa che ci chiedevamo in quel momento era quando sarebbe finita quella sfilata di edifici. Dopotutto Sarajevo non è una metropoli. Che della città non fosse rimasto altro che quei blocchi di cemento, frutto del delirio urbanistico socialista? (Così pensavamo allora. Qualche anno più tardi, quando ci siamo dovuti misurare con il problema abitativo della nostra generazione, avremmo imparato a guardare alla cosa con un occhio più indulgente).
In ogni caso dopo qualche minuto avvistammo il centro, con la tipica edilizia risalente all’epoca austro-ungarica – quando, tra il 1878 e il 1914, la Bosnia fu sotto il controllo di Vienna – e i caratteristici edifici in stile orientale alla fine dell’abitato, letteralmente all’altro capo della città. Sarajevo infatti, adagiata nella valle del fiume Miljacka, si è sviluppata non in maniera concentrica bensì lineare, da est verso ovest.
Al di sopra della città vecchia – che conserva ancora le rovine del borgo medievale, oggi straordinario punto panoramico – e sulle colline intorno, si estendono quartieri di casette unifamiliari.
Sarajevo è una città del tutto originale, senza paragoni. Ci immergemmo subito nella vita della Baščaršija, l’antico quartiere commerciale risalente ai tempi della dominazione turca. L’atmosfera è quella di un bazar mediorientale. Tra le strette viuzze si aprono i negozietti e i laboratori degli artigiani, per lo più fabbri che davanti agli occhi stupiti dei turisti forgiano oggetti meravigliosi, per esempio il popolare cezve, il bricco per preparare il caffè. Girovagando senza una meta precisa, ci imbattemmo in un minuscolo caffè gestito da una ragazza che aveva all’incirca la nostra età. Dentro e fuori dal locale c’erano pochi tavolini, così piccoli che sembravano per bambini. Il posto ci piacque e decidemmo di fermarci. Da allora è una meta fissa delle nostre visite a Sarajevo. Fanno il miglior caffè del mondo, ottimo se accompagnato dal tradizionale dolce rahat lokum. La ragazza ci servì, poi preparò un vassoio con una quindicina di tazzine e partì per portare il caffè pomeridiano ai negozianti della zona. Oltre all’atmosfera impagabile, il locale offriva anche la vista sulla più grande moschea della città. Fummo fortunati: il muezzin chiamò i fedeli alla preghiera proprio mentre eravamo lì. Oggi purtroppo sempre più spesso la chiamata viene fatta attraverso una voce registrata diffusa dagli altoparlanti.
La moschea di Gazi Husrev-beg è di dimensioni imponenti. Insieme agli edifici adiacenti costituisce un eccezionale complesso costruito alla metà del cinquecento per volontà del più grande governatore ottomano della Bosnia, di cui porta ancora il nome. Gli edifici più importanti sono la madrasa, la hanikah (la scuola dei dervisci, una sorta di monaci musulmani) e il bezistan, il grande mercato coperto.
Nonostante gli sconvolgimenti del conflitto, fin dal nostro primo viaggio Sarajevo ci sembrò gioiosa e colorata. Le folle di persone per le strade e nei locali sembravano smentire il grande trauma vissuto dalla città, le cui tracce, però, erano ovunque.
Diversi personaggi scaltri e privi di scrupoli hanno trovato una buona fonte di guadagno nel turismo di guerra. Ci sono agenzie specializzate che organizzano escursioni alla scoperta delle tracce lasciate dall’assedio. Non possono mancare nel programma la visita ai luoghi dei massacri compiuti dai serbobosniaci, che assediavano la città dalle colline intorno, la passeggiata nel cosiddetto viale dei cecchini e infine l’esplorazione del tunnel della speranza, che permetteva di rifornire di viveri e medicinali la città ormai isolata. Fino a qualche tempo fa una meta fissa di queste gite era la Vijećnica, l’antico municipio di Sarajevo. Lo splendido edificio fu costruito alla fine dell’ottocento in uno stile che si può definire neomoresco. Dagli anni cinquanta del novecento ospitava la biblioteca nazionale e quella universitaria, con le più preziose collezioni di libri della Bosnia, tra cui innumerevoli e preziose opere letterarie. È stato distrutto dal fuoco, con quasi tutto il suo contenuto, durante la guerra. La sua carcassa annerita è rimasta al suo posto per diversi anni, e i lavori di ristrutturazione – passati attraverso le immancabili polemiche – sono terminati nel 2014.
In Bosnia sono molte le cose che non funzionano affatto e lo stato è totalmente allo sbando per ragioni politico-amministrative. Ma lentamente le cose stanno migliorando. Il problema è che le autorità, invece di impegnarsi insieme per migliorare la vita quotidiana dei cittadini, disperdono energie preziose in beghe inutili. Come nel caso dell’oziosa questione della festa nazionale della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina, di cui alla fine del 2016 si è discusso per settimane: festeggiare o non festeggiare? Le celebrazioni sono illegali oppure no? Devono essere laiche o anche religiose? E davvero possono offendere i croati e i bosgnacchi? Per risolvere la questione è stato perfino indetto un referendum. Perché in fondo ogni occasione è buona per manifestare la propria diversa opinione. E, più in generale, la propria diversità.
La città di Višegrad, per esempio, è già un altro mondo rispetto a Sarajevo. Sembra quasi di essere in Serbia, anche se qua e là, nei villaggi sparsi sulle colline, spiccano i minareti delle moschee. Ma in città il caffè bosniaco non ha senso neppure chiederlo perché servono solo l’espresso. La nazionalità dei proprietari dei bar si può riconoscere in tutta la Bosnia anche solo dagli ombrelloni che d’estate riparano i tavolini dei caffè e dei locali. Ognuno porta il nome di una marca di birra: i croati hanno la Karlovačko, i serbi la Jelen, i bosgnacchi la Sarajevsko. Solo i ćevapčići – le tipiche polpette grigliate – mettono tutti d’accordo. Perfino gli sloveni, che cancellerebbero volentieri dalla memoria e dai libri di storia il capitolo della loro appartenenza alla Jugoslavia.
La Bosnia Erzegovina ha dato al mondo una lezione importante, solo che pochi ne hanno tratto le giuste conclusioni. Appena otto anni dopo l’organizzazione a Sarajevo delle Olimpiadi invernali del 1984, che furono un grande successo internazionale, in Jugoslavia scoppiò una sanguinosa guerra etnica, per la quale la capitale bosniaca pagò un prezzo altissimo. Nei reportage sul conflitto, nei racconti e nei ricordi di chi scampò al massacro – a prescindere dal suo schieramento – si fa sempre largo una considerazione che dovrebbe far riflettere: nessuno poteva immaginare che le cose sarebbero andate come sono andate. Quantomeno non a Sarajevo, una città così cosmopolita, così socialmente evoluta. Nessuno dei suoi abitanti sembrava rendersi conto che qualcosa di terribile avrebbe potuto dividerli. Che si potesse arrivare al massacro. Lontano, da qualche parte, in qualche periferia in capo al mondo magari sì. Ma qui da noi, a Sarajevo? Impossibile. ◆ dp
Beata e Paweł Pomykalski sono due giornalisti di viaggio polacchi, specializzati nei paesi dell’ex Jugoslavia. Questo articolo è uscito sul trimestrale polacco Kontynenty con il titolo Tylko ćevapčići nie dzielą.
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Questo articolo è uscito sul numero 1230 di Internazionale, a pagina 96. Compra questo numero | Abbonati