Per tutto il mese di dicembre in Albania ci sono state manifestazioni studentesche che hanno messo in seria difficoltà il governo del primo ministro socialista Edi Rama. Alcuni osservatori hanno paragonato le proteste alla mobilitazione degli studenti che nel dicembre 1990 rovesciò il regime comunista. Molti si augurano che la storia si ripeta e che gli studenti riescano a far cadere un altro regime politico corrotto. Eppure, anche se comprensibile, il paragone è sbagliato. È comprensibile perché in effetti alcune similitudini esistono: entrambi i movimenti si sono sviluppati nell’ambiente studentesco, al di fuori delle strutture politiche, a partire da rivendicazioni economiche che si sono presto trasformate in richieste più ampie. Inoltre, oggi come allora la mobilitazione ha il sostegno della società, stanca di una classe politica ormai delegittimata. Ma il contesto è completamente diverso. Il movimento del 1990 rappresentò l’inizio della transizione, quello del 2018 potrebbe invece segnarne la fine.
Il movimento attuale sembra chiudere la fase che fu aperta dalle proteste di 28 anni fa. Quest’ultima mobilitazione segna infatti la rottura dei due pilastri su cui è stata costruita la transizione albanese: l’anticomunismo e l’alternanza tra il Partito democratico (Pd, centrodestra) e il Partito socialista (Ps, centrosinistra). Questi due elementi, insieme al clientelismo che hanno generato, hanno garantito per anni la stabilità del regime, soffocando ogni voce critica.
Finta alternanza
Ma da almeno cinque anni questo sistema non funziona più. Il discorso anticomunista è servito a giustificare un capitalismo selvaggio basato sulla speculazione. In questo sistema tutte le proprietà e i beni pubblici sono stati privatizzati o regalati e le imprese statali sono state saccheggiate. Tutto ciò che era pubblico o statale è stato associato alla corruzione, all’inefficienza, al parassitismo e al furto, mentre il privato è diventato sinonimo di efficienza, onestà, sviluppo e progresso. Il contrasto è servito a giustificare le privatizzazioni che hanno arricchito i governanti e i loro amici.
◆ Le università albanesi sono in stato di agitazione da più di un mese. La mobilitazione è cominciata il 4 dicembre 2018 con il boicottaggio delle lezioni nelle facoltà di ingegneria e architettura dell’università di Tirana e nel giro di pochi giorni ha coinvolto gli studenti degli altri atenei della capitale e del paese. A far scattare la protesta è stata l’istituzione di una nuova tassa. Le manifestazioni sono continuate per il tutto il mese di dicembre e, dopo un’interruzione di dieci giorni, sono riprese il 7 gennaio 2019. Gli studenti hanno presentato una lista di otto richieste – tra cui maggiori finanziamenti per gli atenei pubblici, più trasparenza nell’uso dei fondi del ministero dell’istruzione e migliori infrastrutture didattiche – ma l’impressione è che le proteste siano il frutto di un malcontento generale che investe l’intero sistema politico ed economico del paese.
◆ Dopo aver criticato gli studenti, il 28 dicembre il primo ministro Edi Rama, socialista, ha deciso un rimpasto di governo, sostituendo otto ministri, tra cui i titolari dell’istruzione, degli esteri e delle finanze. Il presidente Ilir Meta ha però rifiutato di firmare il decreto di nomina del nuovo ministro degli esteri Gent Cakaj, che ha anche la cittadinanza kosovara. - Balkan
Insight, Ibna
Questo modello economico ha fatto crescere la disoccupazione e le disuguaglianze, ha di fatto portato alla privatizzazione dello stato e ha costretto migliaia di albanesi a emigrare. Ma non ha rilanciato lo sviluppo del paese. Tuttavia per anni nessuno ha osato criticarlo, perché chiunque sollevasse dei dubbi era subito accusato di nostalgie comuniste o marxiste.
Il risultato è che il confronto sul modello di sviluppo da seguire è stato del tutto assente dai dibattiti politici, concentrati unicamente sulle questioni legate alla vita personale degli avversari o sulla loro corruzione. Quando un partito arrivava al potere, seguiva la stessa politica del governo precedente. È così che ha funzionato il bipolarismo tra democratici e socialisti, un simulacro di alternanza politica.
Ancora oggi l’interpretazione della crisi e delle rivolte del 1997 (innescate dal fallimento delle società finanziarie che avevano dato vita a un enorme schema piramidale) rimane prigioniera di questa logica bipolare. In realtà l’esplosione sociale del 1997 non fu solo il risultato del fallimento dei democratici o dei socialisti, ma del capitalismo senza regole che si era instaurato dopo la caduta del regime. La crisi del 1997 non fu solo un’esplosione di rabbia contro l’allora presidente Sali Berisha, ma contro il modello di sviluppo scelto dal paese.
Quel movimento, anche se nato da precise rivendicazioni sociali, fu presto strumentalizzato politicamente e alla fine portò al potere i socialisti, che continuarono a seguire le ricette adottate dal Pd di Berisha. Il quale tornò al potere nel 2005, per poi essere di nuovo sostituito dal Ps otto anni dopo, senza che il modello socioeconomico fosse messo in discussione. Oggi la situazione è ancora la stessa.
Questo bipolarismo di facciata non è solo servito a gettare discredito sui movimenti, ma ha anche permesso di dare legittimità politica alle forze che sono al potere e all’opposizione. “Sei tu il mio più grande capitale politico”, disse una volta Fatos Nano, primo ministro socialista tra il 1997 e il 1998 e tra il 2002 e il 2005, a Berisha, allora capo dell’opposizione. La formula aveva evidentemente proprietà transitiva, visto che Nano era a sua volta il più grande capitale politico di Berisha.
Un modello in frantumi
Le cose non sono cambiate. Solo un’opposizione in crisi come quella dell’inetto Lulzim Basha (Pd) può mantenere al potere un governo corrotto e arrogante come quello di Rama. E solo la debolezza della maggioranza permette a Basha di continuare a guidare l’opposizione praticamente da solo. A conti fatti Rama ha bisogno di Basha e viceversa, proprio come Nano e Berisha avevano bisogno l’uno dell’altro.
Il bipolarismo Pd-Ps ha impedito per anni la nascita di una vera alternativa. Ma le due stampelle sui cui si è retta la democrazia albanese sono arrugginite. Diversi analisti e politici hanno provato a usare i vecchi slogan anticomunisti per demonizzare le proteste studentesche. Ma senza successo, perché la generazione che scende in piazza oggi non ha conosciuto il regime. Il Pd e il Ps hanno cercato di strumentalizzare e instradare la rabbia studentesca, ma hanno fallito perché il vecchio meccanismo non funziona più. Il clientelismo che per molto tempo ha tenuto in vita il bipolarismo albanese non risponde più alle esigenze dei giovani. Il risultato è una rabbia diffusa che non può essere placata con slogan anticomunisti né canalizzata nella falsa contrapposizione Pd-Ps.
Le speranze nate con le ultime manifestazioni studentesche vanno oltre i confini del modello politico attuale. Per questo motivo molti analisti, intellettuali e politici prevedono un cambiamento del sistema nel suo complesso simile a quello ottenuto dal movimento del dicembre 1990. Quella mobilitazione, tuttavia, si inseriva nel contesto del crollo dei regimi comunisti: nonostante il mito romantico che si è consolidato negli anni, non furono solo gli studenti a rovesciare il comunismo albanese.
All’epoca, inoltre, un progetto capace di sostituire l’ideologia comunista esisteva: era il neoliberismo di Ludwig von Mises, Friedrich Hayek e Milton Friedman, alternativo al comunismo ma anche alla socialdemocrazia di stampo keynesiano. A differenza di quanto successe nel 1990 con il comunismo, oggi stiamo vedendo le prime crepe nell’ordine neoliberista, non il suo crollo. Il sistema è in crisi a livello globale, ma un’alternativa chiara ancora non c’è.
Anche se dopo le manifestazioni Rama è stato costretto a un rimpasto di governo che ha coinvolto la metà dei suoi ministri, oggi è difficile parlare di un cambiamento di sistema. Le manifestazioni studentesche che nel 2013-2014 hanno fatto cadere il governo in Bulgaria non hanno certo fatto crollare il sistema politico. E ancora oggi i bulgari, come i romeni, manifestano contro la corruzione della loro classe politica.
Questo non significa che il movimento studentesco in Albania sia inutile. Al contrario, potrebbe avere successo proprio là dove fallì il movimento del 1990: cioè nella difesa dell’università pubblica. I manifestanti del dicembre 1990 rovesciarono il comunismo ed entrarono in politica, ma dimenticarono l’università pubblica, che da allora ha continuato a declinare. Gli studenti che manifestano oggi riusciranno a salvare la società albanese solo se salveranno l’università pubblica. Perché questa istituzione può diventare non solo la fonte dello sviluppo intellettuale, tecnologico e sociale del paese, ma anche il vivaio dove coltivare una coscienza sociale capace di battersi contro le ingiustizie. ◆ adr
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Questo articolo è uscito sul numero 1289 di Internazionale, a pagina 14. Compra questo numero | Abbonati