Sulla lunga scala mobile con il vento contrario – please stand on the right, mantenete la destra per favore – supero un mendicante – any spare change?, hai qualche spicciolo? – e mi ritrovo fuori al freddo, tra le raffiche di vento. Quando sono a Londra fa sempre freddo, dentro e fuori. Quando ci ho vissuto da studente, tra il 1988 e il 1991 – before climate change, prima del cambiamento climatico – faceva più freddo che mai. Anche oggi ho i brividi, mentre i londinesi si aggirano per le strade nei loro cappottini leggeri, indossando scarpe dalla suola sottile: british bulldog spirit, l’indole irriducibile dei britannici. Alcuni aspettano un autobus che non arriva, e quando arriva ne ha un altro al seguito e poi un altro e un altro ancora. Arrivano in branco insomma, in a branch. Come prego? Tanti tutti assieme, come i lupi. Uno scoppio di risate. Non si dice così in inglese, stupido, si dice pack.

Mi piacevano tanto anche per questo i miei compagni di studi inglesi, per quel sarcasmo spietato che non risparmiava niente e nessuno – neanche loro – e che da un momento all’altro poteva colpire i colleghi stranieri che si lasciavano scappare uno strafalcione in inglese. Poco importava che nessuno di loro sapesse mezza parola di tedesco, francese, italiano o spagnolo. Per non parlare del fatto che non sarebbero mai stati in grado di studiare in una lingua straniera. It’s only a joke, mate, tranquillo amico, è solo una battuta. Le prese in giro, taking the piss, sono un segno d’affetto: sei uno di noi.

It’s only a joke. Forse l’umorismo che rende tanto simpatici gli inglesi (evitiamo di dire britannici, presto si capirà perché) è anche la loro rovina, perché è espressione di un’arroganza che è affascinante e arguta, ma non si lascia scalfire né curare. Nel suo bellissimo libro Heroic failure. Brexit and the politics of pain, lo scrittore Fintan O’Toole – che, non essendo né britannico né tanto meno inglese ma irlandese, vede le cose con molta chiarezza – la chiama indifferenza intellettuale e la mette in relazione allo spleen delle élite inglesi, per cui tutto è un gioco, nulla va preso sul serio, non bisogna mai perdere le staffe, always look on the bright side, guarda sempre il lato positivo. E così qualche twat, qualche cretino dell’élite inglese (non di quella scozzese, gallese o nordirlandese), si è convinto che fare un referendum sulla Brexit non fosse altro che uno scherzo.

A trent’anni di distanza dai tempi dell’università e a dieci dalla mia ultima visita, ho rimesso piede a Londra, una città che ho perso di vista e che in un certo senso ho voluto perdere di vista, perché non mi ci sono mai sentito davvero a casa, perché qui sono sempre stato più straniero che a Parigi o a Barcellona, anche se non le conosco altrettanto bene e anche se non parlo il francese e lo spagnolo come l’inglese. Sono curioso di sapere come stanno i miei vecchi amici e cosa pensano i miei ex professori del pasticcio in cui si è cacciato il loro paese.

Quando si è altrove, si sentono dire molte cose brutte su Londra: oligarchi, sceicchi del petrolio, gentrificazione, disneyficazione, insomma un’orgia capitalista per il diletto di pochi e a danno di molti. Nel volto freddo, rifatto dal chirurgo estetico di questa città che sta perdendo l’anima e che sta abbandonando la sua unicità, si riescono a leggere tutti i motivi della Brexit. Aspettare alla fermata dell’autobus continua a far parte della conditio urbana anche nella nuova Londra, e lo stesso vale per l’effetto ketchup: se arrivano, arrivano sempre tutti insieme, in a branch. La regola d’oro è prendere il secondo: il primo è sempre sovraffollato ed è subito superato da quelli che lo seguono.

Guardando Londra sembra di guardare un fotomontaggio dell’artista Chris Dorley-Brown: non ci si libera dalla sensazione che qualcosa non sia andato per il verso giusto.

Bethnal Green

Prendo il 106, one-0-six, su per Mare
street fino alla Lower Clapton road, ad Hackney. Secondo piano, sedili vicini alle scale: sono strategici per salire e scendere in fretta, e poi si vede tutto. È il posto migliore, tranne poco dopo le tre e mezza del pomeriggio, quando si scatenano i bambini, impertinenti nonostante le loro uniformi ordinate.

Londra, Regno Unito, 16 luglio 2014, l’incrocio tra Palatine road e Stoke Newington road (Chris Dorley)

Superiamo la casa dello studente, l’ex ospedale che è stato la mia prima casa in questa metropoli. Già nel 1840 Londra aveva due milioni di abitanti ed era la città più grande del mondo, più grande di Pechino. L’ex ospedale di mattoni scuri ha le finestre strette, corridoi in cui si sente l’eco, camere numerate e un bagno comune con la rubinetteria che risale a prima dei bombardamenti tedeschi. Come spiega magistralmente O’Toole nel suo libro, gli inglesi sono ossessionati dalla seconda guerra mondiale, anzi sono offesi perché, nonostante una vittoria trionfale, non sono stati ricompensati con altri secoli di dominio globale.

La rubinetteria è una delle molte questioni irrisolte della quotidianità inglese, o meglio britannica, questa volta. Ci sono sempre due rubinetti, uno per ustionarti le mani e l’altro per farti venire i geloni. L’acqua tiepida non è prevista. Good heavens!, santo cielo!, a cosa potrà mai ser­vire?

Si procede a passo d’uomo, proprio come allora, la stessa andatura. Prossima fermata.

Cambridge Heath station

Non era qui quel famoso pub, punto di ritrovo di fascisti e skinhead, che mi avevano caldamente sconsigliato di visitare e che una volta il London Drinker Magazine definì “locale insolitamente patriottico”?, great british humour, il tipico humour britannico? Si chiamava The Blade Bone, un nome inquietante. Che sia in una parallela un po’ più a sud?

The Blade Bone: esisteranno ancora gli skinhead? Probabilmente no. Il loro ruolo, nel Regno Unito come altrove, ormai è stato assunto da partiti veri e propri. Ma perché l’autobus non si muove più? Oh no, avevo dimenticato e rimosso il changeover point.

Negli anni novanta in un borough povero come Hackney si potevano fare esperienze che ricordavano da vicino l’Unione Sovietica

Victoria park road

Se sei sfortunato, l’autista finisce il turno con questa fermata. Può volerci un po’ prima che arrivi un collega a sostituirlo. Succede che l’autista se la svigni lasciando il motore acceso, senza aspettare il cambio. Always look on the bright side, guarda sempre il lato positivo.

Hackney town hall

Mi sorprende l’imponenza di questo edificio. Specialmente considerando che siamo ad Hackney. Londra ha 32 distretti, i borough. Quello con meno abitanti è Kensington e Chelsea (155mila), il quartiere dell’élite dei proprietari di yacht e pellicce, mentre quello più popolato è Croydon (più di 380mila abitanti). È ovvio che essendo così grandi debbano avere un proprio municipio, un proprio consiglio e una propria amministrazione, però tutto questo va di pari passo con l’inefficienza e la perversione della burocrazia. Negli anni novanta in un borough povero come Hackney si potevano fare esperienze che ricordavano da vicino l’Unione Sovietica. Non erano solo esperienze negative: per ben tre anni alcuni miei conoscenti che abitavano in una casa occupata non ricevettero le bollette del gas e dell’elettricità e d’inverno riscaldavano la cucina con forno e fornelli. Quando a un certo punto si trasferirono altrove, la casa fu abbattuta.

Hackney! All’epoca era una sorta di Bronx londinese, duro e desolato, al terzo o quarto posto nella classifica dei quartieri più poveri del paese, con un numero di rapine nove volte superiore alla media nazionale, pieno di zone off limits, disoccupati, malati mentali, alcolisti, spacciatori, occupanti di case, gente rovinata dalle droghe e gente sbandata di fresco, un terrorista della Raf (Rote Armee Fraktion, organizzazione terroristica tedesca) in clandestinità e una popolazione non bianca al 40 per cento. Era l’unico quartiere della inner London, l’area più centrale, a cui mancava la metropolitana: un’ora e mezza per arrivare a Oxford circus nei giorni peggiori, due e mezza per arrivare a Heathrow nei giorni migliori. Lì condividevo un appartamento con altri studenti, vicino alla strada principale, Lower Clapton road, che i rotocalchi avevano reso famosa in tutto il paese come murder mile, la strada degli omicidi. In poche settimane ci furono diversi raccapriccianti ritrovamenti di cadaveri e dopo qualche anno la situazione peggiorò ulteriormente: guerre tra bande, sparatorie per strada, esecuzioni in pieno giorno.

Non sono nostalgico né idealizzo la situazione di allora, però mi stupisco del fatto che io, bravo studente svizzero – e la Svizzera è il paese con le mucche viola, i lingotti d’oro nascosti dai nazisti e la popolazione più conservatrice della via Lattea; gli inglesi amano i luoghi comuni mi ha spiegato entusiasta Piers Morgan, noto giornalista di tabloid – io, un giovane che proveniva da un paese dove tutto funziona senza intoppi, sia riuscito a trovarmi bene in questo caos anarchico. E oggi?

Amhurst road

Sulla sinistra c’era la bancarella di un fruttivendolo (con un assortimento desolante) e un ex deposito ferroviario, dove si svolgevano selvaggi concerti punk (come quelli di Vi Subversa). Aspetta un attimo! Il capannone punk ora si chiama Oslo, è stato ristrutturato ed è diventato un bar alla moda. La desolante bancarella del fruttivendolo è stata sostituita da un posto che si chiama Black Sheep Coffee e vende latte macchiato e flat white, l’espresso con latte secondo l’uso australiano. A Londra il caffè è un capitolo a sé. Incoraggiato da un compagno di studi greco che soffriva anche lui di nostalgia per il lifestyle di casa sua (“Ma come, queste sarebbero arance?”), importai una moka Bialetti al ritorno dalle vacanze. A Heathrow un funzionario della dogana ispezionò l’oggetto sconosciuto con sguardo allarmato, lo svitò e poi mi chiese: “Ha droghe o materiale pornografico in valigia?”. Per far funzionare quella macchinetta capricciosa dovevo comprare la roba (caffè Lavazza) dallo spacciatore più vicino, un negozio di specialità italiane a Soho: nei giorni buoni ci volevano cinquanta minuti all’andata e cinquanta al ritorno. E oggi? Oggi si beve latte macchiato, preparato da un barista highly trained, altamente qualificato, in una startup dedita al fair trade!

Nel suo nuovo libro The last London, il giornalista Iain Sinclair parla – con scarsa simpatia – della _ new Hackney_. Quando gli racconto che per l’articolo ho incontrato il grande Iain Sinclair, letterato, poeta, regista di documentari, esploratore metropolitano e cronista critico, cantore di Londra, residente ad Hackney da cinquant’anni, un mio amico dell’Economist si fa sfuggire: please don’t make it too whingey, ti prego, non scrivere un pezzo troppo lagnoso. È vero, Londra è un posto molto precario, ma “Brexit o non Brexit è ancora una città in fermento”.

Il giorno dopo, appoggiati a un parapetto da qualche parte a Canning Town, io e Sinclair guardiamo un enorme ed elegante complesso immobiliare appena ultimato. Sinclair mi ha portato con sé nell’ultima tappa della sua passeggiata lungo il fiume Lea, che scorre attraverso East London e sfocia nel Tamigi. In passato ha percorso anche l’anello autostradale M25 che circonda Londra – 188 chilometri – per poi scriverci un libro (London orbital) e ha affittato un pedalò a forma di cigno con cui girare un documentario sul Tamigi (Swandown).

“Lagnoso?”. Sinclair scoppia in una risata infelice. Com’è normale per uno scrittore, ha preso l’osservazione sul personale, anche se probabilmente non era affatto riferita a lui. “I miei testi li definirei piuttosto pungenti e anche divertenti, almeno spero. Animati dalla preoccupazione e dall’amore per Londra”.

Dal suo ultimo lavoro però traspare un certo pessimismo, obietto io, con tutte quelle descrizioni caustiche di persone di successo, che si aggirano frettolose per le strade di Londra, con gli smartphone (“amuleti digitali”) sempre in mano, dedite a chissà quali occupazioni, senza badare più di tanto a dove si trovano a passare.

“Sì”, si limita a dire, “tutto questo non mi piace”.

La lingua corrotta che i manager appioppano a qualsiasi cosa, la “narrazione” che imbianca tutto quanto: Sinclair mi indica la palizzata intorno al complesso immobiliare e poi le sponde fangose del fiume Lea di fronte. “È l’ultimo grido. Hanno decorato la palizzata con una siepe realizzata al computer. L’unica cosa reale in questa zona è il fango che vedi là dietro”.

Proseguiamo in direzione della siepe digitale, ma dopo appena dieci passi Sinclair si ferma davanti a un cartello con una scritta.

London city island

“Tre parole!”, esclama sarcastico. “London city island. È Londra questa? No. Siamo nella City? No. E non siamo neanche su un’isola!”. In realtà il fiume Lea segna un confine, separa Londra dall’Essex. Qui una volta si fronteggiavano vichinghi e anglosassoni. Il fatto che Londra si stia trasformando in una superficie su cui fare big business, magnificata dal marketing, lo manda in bestia, come anche l’ignoranza della gente e la sua incapacità di orientarsi. Di recente, durante una delle sue scorribande si è perso in un’altra di queste nuove zone residenziali di lusso. A East London sono tantissime, forse gli unici posti in cui si è costruito di più negli ultimi vent’anni sono le boomtown cinesi. Quindi ha chiesto indicazioni per il Tamigi a un operaio che passava di là in camion. E lui: “Ma cos’è il Tamigi?”. E Sinclair: “Un fiume grande”.

“Non ci credo. Se l’è inventato!”, sbotto incredulo. No, no, è andata proprio così, mi assicura Sinclair, mentre continuiamo a camminare. Con le sue vecchie scarpe da trekking, la coppola e la giacca a vento stona un po’ con il paesaggio tardo-capitalista popolato di investimenti immobiliari. Non sembra neppure quell’intellettuale metropolitano che è in realtà, piuttosto uno di quegli anziani svizzeri ben conservati e armati di abbonamento ferroviario. Sinclair ha circa 75 anni ma ne dimostra sessanta.

“Guardi un po’ qui!”, mi dice passando davanti a una bacheca che rappresenta la vita a London city island come se la immaginano i costruttori. Giovani sani e ordinati con la pelle di diversi colori (“la diversità editata”, sfotte Sinclair) siedono, camminano o – peggio ancora, secondo il pedone incallito – vanno in bicicletta in questo panorama urbano asettico in cui svolgono la funzione di accessori.

Londra, Regno Unito, 27 aprile 2010, l’incrocio tra Cazenove road e Stamford hill (Chris Dorley)

Più avanti capiamo che qui si dovrebbe trasferire a breve la London film
school. Per Sinclair è la goccia che ha fatto traboccare il vaso: quando la frequentava lui da giovane, la scuola si trovava nella difficile, selvaggia Brixton. E invece questo luogo secondo lui non ha più nulla a che vedere con la “città”, sembra “uscito da un film di Netflix”. Per lui è un’enclave del mercato, in cui la cultura, invece di esporsi al contesto urbano, entra in simbiosi con il mondo del denaro a cui in cambio fornisce immagini, melodie e slogan mercificabili, le cosiddette storie.

Sinclair viene da un paese di minatori del Galles e si è trasferito a Hackney, East London, alla fine degli anni sessanta, tentando di finanziare la sua carriera di scrittore con ogni lavoretto possibile e immaginabile, dal giardiniere al custode del parco al postino. In pochi conoscono la città come la conosce lui, che però oggi dice così: “La geografia di Londra è in continuo cambiamento, tutto si fa provvisorio, costringendoti a diventare un turista nella tua città”. Evidentemente teme di perderla, di non riuscire più a entrarci in comunicazione, come uno psicoanalista che siede disarmato di fronte a un paziente che tace.

Con l’eroica coerenza di cui è facile ritenerlo capace, Sinclair ha deciso di porre fine all’impresa della sua vita: smetterà di scrivere di Londra. Perché alla nuova Londra serve un nuovo tipo di scrittura, e il suo ormai è datato; molto di quanto viene pubblicato oggi è “semplice e molto consumer friendly”, orientato al consumatore. Cercherà di dedicarsi ad altre città, ad altri luoghi: su invito della facoltà di architettura locale è già stato a Santiago del Cile. In queste occasioni, però, nascono testi che sono “più che altro una forma di sightseeing”, di giro turistico. Per avere profondità bisogna conoscere bene la lingua del posto. Per un attimo penso di invitare Sinclair a Zurigo, ma poi cambio idea. Cosa ci sarebbe da vedere lì, per uno come lui?

Dalston lane

Il one-0-six fa la solita deviazione e ricomincia ad avanzare in direzione opposta. Avrei fatto prima a scendere a Oslo-Black-Sheep-The-New-Hackney tagliando per la zona pedonale. Ma voglio controllare se è aperto il Pembury tavern, il mio locale preferito dei tempi dell’università.

Effettivamente è uno dei pochi sopravvissuti della zona. A Londra i pub tradizionali chiudono uno dopo l’altro, proprio come le librerie a Manhattan, e al loro posto sorgono i cosiddetti gastro-pub. Sono molti quelli che quando dicono gastro hanno l’aria di chi ha appena addentato una salsiccia rancida. Anche se si sono abituati alla novità, di fondo disprezzano l’idea di annacquare una bevuta assumendo del cibo.

Delusion – illusione, autoinganno – è una parola che in Inghilterra si sente spesso, soprattutto se si parla con chi vive qui da tempo

Che siano di destra o di sinistra, gli inglesi spesso sono incredibilmente conservatori. Forse è per questo che ogni due o tre secoli compiono un gesto radicalmente rivoluzionario o radicalmente irragionevole come la Brexit.

A ogni metro percorso dall’autobus mi sento sempre più strano. Succede spesso quando dopo molto tempo si torna in un posto o s’incontra una persona che una volta era importante: restare delusi è facile. L’incontro è meno emozionante e soddisfacente di come lo s’immaginava, mentre allo stesso tempo riemergono alla memoria immagini e sentimenti, insieme allo stupore per il tempo trascorso e per la propria vecchiaia.

Clapton square

Voglio percorrere a piedi l’ultimo tratto, forse per rimandare un altro po’ l’arrivo al traguardo del mio sentimental journey, il mio viaggio sentimentale. Il corner shop pachistano, il negozietto all’angolo dove comprare le sigarette anche alle dieci di una domenica sera (cosa oggi scontata in una qualsiasi città europea di media grandezza), non c’è più. Dove prima c’era la filiale di una catena di supermercati discount ora è arrivato Sainsbury’s, segno che la clientela locale è diventata più esigente. Non dimenticherò mai l’assortimento di vini del discount. Sulle bottiglie c’era scritto solo: bordeaux, red wine, France.

I luoghi comuni non sono necessariamente falsi o banali. Ce n’è uno che colpisce nel segno: la Gran Bretagna è un’isola, un’isola che molto, molto tempo fa era anche il centro del mondo. L’ignoranza sorprendente di molti suoi abitanti rispetto a ciò che circonda l’isola – ignoranza indipendente dal livello d’istruzione e dalle opinioni politiche – ha a che fare con la loro condizione di isolani. Uno studente d’ingegneria di una stimata università (della rete Russell Group) pensava che la Grecia fosse una regione spagnola. Una commessa al banco dei formaggi di fronte ai miei tentativi di pronunciare all’inglese camembert (kem’n’boert) esclama estasiata: “Ma lei è francese?”. Il quotidiano The Guardian ha paragonato la svolta a destra nelle elezioni politiche svizzere del 1999 alla presa del potere di Hitler. E poi ci sono quei leavers di cui tanto si è parlato dopo il referendum sulla Brexit, quelli che motivavano il loro impellente desiderio di uscire dall’Unione europea con la presenza di “tutti questi pachistani” nel loro paese.

È vero che negli ultimi anni Londra e alcune altre località inglesi sono diventate più europee, rendendo un po’ meno esotica la quotidianità degli immigrati provenienti dalla terraferma e un po’ meno unica quella dei locali. Ma la gente fatica ancora a capire il resto del mondo e a prenderlo davvero sul serio. E fatica anche a relativizzare il proprio paese andando oltre la solita autoironia. Le persone tendono a guardare tutto quello che viene da fuori – mentalità, stili di vita, sistemi politici, preferenze culturali – con una certa sufficienza: funny old world, il mondo è strano. In fin dei conti lo considerano una deviazione dal proprio universo, dalla norma.

Già due anni fa in un articolo per lo Spiegel Online, Simon Tilford, vicedirettore del rinomato centro studi Chatham house, sottolineava come né le élite francesi né quelle tedesche avrebbero mai avuto l’ardire di pensare che il loro paese se la sarebbe passata meglio uscendo dall’Unione europea. A rendere ancora “più sorprendente” il senso di superiorità inglese c’è il fatto che la Gran Bretagna è nettamente più povera e meno competitiva a livello internazionale della Germania, e che per alcuni aspetti, per esempio la produttività, è molto indietro anche rispetto alla Francia.

Superando Sainsbury’s mi dico che la questione somiglia a quella della nazionale di calcio inglese, i three lions, una Waterloo perenne a ventidue gambe. Nelle settimane e nei mesi che precedono i Mondiali o i campionati europei, il paese pensa sul serio di poter vincere – outsider favorito, uno dei favoriti, primo favorito – solo per poi assistere, ogni volta, alla vittoria di altre squadre molto più forti. E dopo il bagno di realtà ricomincia tutto da capo.

Un aspetto interessante citato da Tilford è il fatto che in un certo senso Londra è un’isola su un’isola. Gran parte dell’élite inglese abita qui, in quella che è “l’unica città davvero globale d’Europa”: è per questo che sopravvaluta la dinamicità, la produttività e il potere del paese. Allo stesso tempo dimentica che il successo di Londra si deve soprattutto all’importanza del suo settore finanziario “nell’ambito della divisione del lavoro in Europa”.

Portobello road

Insomma, gli inglesi si sopravvalutano, sono incorreggibili e la miopia isolana li porta a fare valutazioni sbagliate. Questi sono stati gli argomenti ricorrenti nelle conversazioni con i miei vecchi conoscenti. Per esempio con il mio compagno di studi greco, che è rimasto qui nonostante la nostalgia delle arance. Si è specializzato in mercati finanziari e insegna in una scuola per dirigenti aziendali. Ci siamo incontrati in un ottimo tapas bar basco nei dintorni di Portobello road, che una volta era il simbolo della Londra rilassata e oggi è il simbolo della Londra con i soldi: qui una casa costa minimo tre milioni di sterline. Il mio vecchio compagno di studi mi cita come esempio la cittadina a nord di Londra dove lavora lui, Leicester. Una volta era un centro tessile e calzaturiero, da cui provenivano le eleganti maglie di marca Admiral dei calciatori. Poi è andato tutto in malora, come in tante altre città industriali inglesi. L’abisso tra la global city Londra e le rovine urbane nel nord del paese è diventato così profondo da spingere perfino un economista stimatissimo e politicamente di centro come Paul Collier a parlare di un “capitalismo grottescamente distorto”: in un suo articolo Collier ha chiesto l’intervento dello stato e un cambiamento nella politica tributaria per “salvare il Regno Unito da Londra”.

A Leicester, prosegue il mio compagno di studi, si sta relativamente bene, soprattutto perché i gujarati – indù e musulmani – immigrati negli anni settanta hanno infuso nuova vita all’economia locale. Senza immigrati la città oggi “non sarebbe neanche al livello di Beirut”. Questo non impedisce agli inglesi bianchi di lamentarsi dell’immigrazione e di fantasticare sul potere salvifico della Brexit.

Perfino nel quartiere più duro di questa metropoli c’era chi sognava una vita come quella della noiosa cittadina da cui ero scappato

Delusion – illusione, autoinganno – è una parola che oggi in Inghilterra si sente spesso, soprattutto se si parla con chi vive qui da tempo ma non è inglese al 100 per cento. Come la mia professoressa preferita, che fa partecipare anche il marito alla nostra chiacchierata. Ci vediamo a casa sua, in una delle zone bene di Londra. Marito e moglie sono professori universitari di origine polacca, prima generazione lei e seconda generazione lui; lei storica, lui economista.

Seduto in mezzo a loro, li osservo passarsi la palla come in una partita di tennis. Nonostante qualche pallonetto dialettico e qualche passaggio incrociato da parte di lei, sulle questioni di fondo sono completamente d’accordo. Con quei suoi modi poco sentimentali che incutevano rispetto già ai tempi dell’università, la mia professoressa mi dice: “Se fossi venuta in Inghilterra oggi e non quarant’anni fa al massimo avrei fatto la bracciante agri­cola”.

Secondo lei sia l’istruzione universitaria sia quella professionale sono messe male, e la cosa peggiore è la mercificazione del settore, che ha reso l’ascesa sociale ancor più difficile di quanto non fosse già. Ormai l’istruzione è in vendita. Nel 2010, con l’appoggio dei liberaldemocratici, che pure in campagna elettorale avevano promesso tutt’altro, il governo conservatore di David Cameron ha triplicato le tasse universitarie, arrivate a novemila sterline all’anno (più di diecimila euro).

Ormai anche chi vuole formarsi nelle professioni sociosanitarie deve sborsare la stessa somma, e di conseguenza i nuovi iscritti diminuiscono sempre di più anche in questo settore. “Proprio ora che il paese sta perdendo il personale socio-sanitario straniero per colpa della Brexit”, esclama la professoressa. “Per non parlare del fatto che spesso gli inglesi sono poco preparati”, brontola il marito.

L’immigrazione, prosegue, è dovuta al mercato del lavoro e non all’appartenenza all’Unione europea. Alla Gran Bretagna servono infermieri, elettricisti e idraulici, cioè lavoratori specializzati che abbiano alle spalle un percorso di formazione pluriennale come quello che c’è in Svizzera, non gente che improvvisa dopo aver fatto un crash-course, un corso intensivo di due settimane, come si usa in Inghilterra.

Austerità, tasse universitarie altissime, scarse prospettive di lavoro, concorrenza dei lavoratori specializzati stranieri, multinazionali come Amazon, che ha aperto giganteschi poli logistici nella provincia dove si lavora in condizioni di dumping salariale senza benefici di rilievo per le comunità locali: i motivi d’insoddisfazione sono più che sufficienti. Ma il problema, e qui riappare il ritornello dell’autoinganno, è che si cercano i colpevoli nel posto sbagliato.

Lui: mentre in Galles e in Scozia la gente tende a dare la colpa di tutti i mali al governo centrale di Londra, gli inglesi, soprattutto i più anziani, scelgono in genere il capro espiatorio sbagliato: Bruxelles e i burocrati europei.

Lei: “Quando la gente chiede: ‘Cosa ha fatto per me l’Unione europea?’, bisognerebbe rispondere: ‘Ha finanziato questa palestra nuovissima, le infrastrutture, i ponti’”. La tragedia è questa: la Brexit colpirà più duramente chi l’ha votata, non i privilegiati come loro due che hanno la certezza della pensione.

L’enormità di Londra probabilmente è il motivo per cui neanche un avvenimento come la Brexit potrà renderla provinciale. Rispetto alla questione demografica c’è un altro elemento da considerare, suggerisce lui: a gennaio del 2019 la situazione è tale che “un buon numero di elettori” favorevoli alla Brexit è morto ed è stato sostituito da persone che votano per la prima volta, favorevoli all’Europa. Se si rifacesse ora, il referendum darebbe “certamente un altro risultato”.

Of course. Very much so, sicuramente. Quando gli chiedo se le élite inglesi hanno la tendenza a sopravvalutarsi, rispondono entrambi di sì. Secondo lei, “le conversazioni con gli stranieri spesso hanno come punto di partenza l’inferiorità dell’istruzione, dei prodotti o della cultura del loro paese. Nella provincia polacca dove sono cresciuta io si leggevano Zola, Čechov e Remarque e si vedevano i film italiani. Negli anni ottanta, quando sono venuta in Inghilterra, in una città come Oxford c’era un unico cinema dove vedere film stranieri. Si chiamava Moulin Rouge e proiettava porno francesi”.

In questo senso l’Inghilterra non è un’isola, i suoi progressisti fanno le stesse discussioni che si fanno altrove

Lei: “Eppure non si sono mai chiesti come funzionino esattamente le cose in Spagna o in Francia”.

A questo punto un silenzio divertito e in un certo senso molto british ci dà modo di bere un sorso di tè e addentare un biscotto. Poi lui annuncia in un perfetto inglese da Bbc: “Ma ovviamente in questo paese ci sono persone notevolmente istruite e aperte. Non dovremmo denigrare gli inglesi più del necessario”.

Murder mile

Supero l’Elephant’s head, che una volta era un pub irlandese in cui a un uomo non era permesso ordinare una birra piccola, una lady’s pint. L’atmosfera tranquilla – luci basse, carta da parati e caminetto – contrastava con i duri che frequentavano il locale. Per esempio il magrissimo ed educatissimo anarchico a cui si attribuiva qualcosa di più di una semplice simpatia per l’Ira, l’organizzazione armata clandestina irlandese. Una volta, vedendolo entrare con un suo compagno, un vecchio ubriacone esclamò spaventato: “Oh no, i politici!”.

Vedo passare uno di quei nuovi autobus a due piani (sono nuovi solo per chi manca da Londra da tanto tempo che gli sono rimaste delle sterline ormai fuori corso). Secondo l’app del meteo ora fuori fanno sei gradi, una temperatura sopportabilissima se non ci fosse questo vento terribile. Una donna obesa e con qualche problema mentale mi viene incontro trotterellando in un vestito senza maniche. Dietro di me sento un uomo che si arrabbia parlando al telefono: “Ma allora devo rapinare una banca? Dimmelo tu, devo rapinare una banca?”.

Mi viene in mente un’altra telefonata che ho origliato sull’autobus. E mi chiedo se sugli autobus londinesi – dove non regna il galateo della metropolitana, il tube – la gente abbia sempre chiacchierato tanto o se non si tratti di un effetto collaterale dell’epoca degli smartphone. Nella conversazione che ho origliato sembrava proprio che a parlare fosse un’assistente sociale e l’argomento un bambino di nove anni. Sì, spiegava lei, le cose più importanti sono risolte, ora “ha un tetto sopra la testa”, però continua ad avere comportamenti inquietanti. Il problema principale è la madre, che si taglia sotto i suoi occhi e gli ha detto che vuole uccidersi.

La vecchia Hackney era così, deprimente e piena di storie tristi. Diversa dalla “hipster-Hackney” che secondo Sinclair è parte di una città che si omologa sempre più, una “periferia che potrebbe essere ovunque”. Forse Sinclair esagera?

Ora però giro l’angolo e mi immergo nel murder mile. Il negozio di kebab che all’epoca era la nostra principale fonte di viveri è sparito, e con lui l’indiano da quattro soldi. Non c’è più neanche il Lord Cecil, un pub con un nome troppo ridicolo perfino per un pub. Ma la chiesa è ancora in piedi. Giro a destra, in una stradina con le case basse. Era la numero 13 o la numero 15? Non importa, tanto si somigliano tutte, l’importante è non fissarle mai troppo a lungo, altrimenti finisce che qualcuno chiama la polizia. Sarà stato il numero 15.

Non è che mi faccia chissà quale impressione, è solo una casa. Una casa a schiera inglese. Però ovviamente è stata ristrutturata e ora vale più di un milione di sterline. Allora era una catapecchia abbandonata. La cooperativa che possedeva l’immobile era in bancarotta e non aveva niente in contrario a farci vivere qualche studente (con accesso alle scale a proprio rischio e pericolo). Due teenager delle case popolari di fronte vennero a chiederci il pizzo. Il padre di uno di loro aveva fatto dei lavori nella casa, che non era sua, per poterla poi affittare. Era troppo perfino per l’anarchica Hackney.

A fianco a noi viveva una coppia di anziani, due normalissimi pensionati bianchi. E quando noi maledetti studenti facemmo il nostro trasloco nella catapecchia a un orario improbabile, vidi lei che ci osservava dalla finestra della veranda. La sua espressione preoccupata mi insegnò una cosa sul mondo, e allora forse non era che un’intuizione: perfino nel quartiere più duro di questa metropoli c’era chi sognava una vita come quella degli abitanti della noiosissima cittadina da cui ero scappato io. Quiete, ordine, sicurezza, prevedibilità e chiarezza. E zero avventura, rischio, arte di arrangiarsi, fuochi d’artificio culturali. La Brexit è espressione di questo desiderio e chi non lo condivide ha sottovalutato il numero di quelli che invece lo coltivano.

Les Nénettes

E ora? Vado verso nord fino alla Clapton roundabout o verso est in direzione di Hackney Marshes e oltre fino all’ex parco olimpico? Gli edifici costruiti nella terra di nessuno tra Hackney e Stratford in occasione delle Olimpiadi estive del 2012 sono un concentrato di tutto: occasione, conseguenza, epicentro e simbolo della gentrificazione di East London.

Londra, Regno Unito, 20 giugno 2014, l’incrocio tra Castlewood road e Rook­wood road (Chris Dorley)

Dopo venti minuti mi arrendo. Ho in testa le proporzioni della mia piccola città e ho sottovalutato quanto è lontana Olympicopolis (“la parola più brutta della lingua inglese”, dice Sinclair). E poi oggi per vedere le cose c’è Google Maps: non vale la pena di affrontare un lungo viaggio per vedere altri edifici moderni trapiantati in un punto a caso di questa città infinita.

Sulla via del ritorno, però, passo davanti a un asilo nel bosco. Nessuno dei dipendenti è bianco, mentre sono bianchi quasi tutti i bambini. Una combinazione che di solito si vede solo nei quartieri dei milionari, come l’Upper East Side a New York.

Cambio lato della strada per percorrere a ritroso il murder mile verso la fermata dell’autobus. Devo dire che mi sorprende il gran numero di bei caffè e localini arredati con cura, urban chic. Vado a Les Nénettes che, come mi spiega il mio caro amico Leo, significa “le donnine”. Ordino un cappuccino a due francesi doc con la puzza sotto il naso, che probabilmente danno il nome al locale.

Ci sono aspetti della nuova Hackney che sembrano più carini, piacevoli e innocui. Il me stesso giovane si sarebbe trovato sicuramente meglio in questa versione più colorata e sfaccettata rispetto a quello a cui era abituato. Invece si è trovato in uno strano assortimento di ambienti ignoti che lo intimidiva. Oggi però quello che mi impauriva allora –le guerre tra bande per esempio – si è semplicemente spostato un po’ più in là. Qualche settimana fa a Waltham forest una Mercedes ha investito di proposito un quattordicenne in motorino. Poi tre uomini sono saltati giù dalla macchina e hanno accoltellato il ragazzo. A Londra è il diciottesimo omicidio in tre mesi.

Nel caffè delle donnine giovani padri nutrono i loro neonati, studenti fissano gli schermi dei loro Mac, e da uno dei tavoli più grandi arriva un chiacchiericcio da startup. I clienti parlano svedese, tedesco e francese, lingue che prima qui non si sarebbero mai sentite. Si direbbe che la zona sia diventata ancora più internazionale, ma paradossalmente qui “internazionale” non sta per maggiore diversità, ma per maggiore uniformità. È pieno di ragazzi e ragazze con le stesse borse a tracolla, gli stessi apparecchi elettronici, la stessa musica nelle orecchie e la stessa cultura generale in testa, che vanno negli stessi caffè per dedicarsi a occupazioni apparentemente individuali eppure molto simili tra loro.

In questo senso l’Inghilterra non è un’isola, i suoi progressisti fanno le stesse discussioni che si fanno altrove

King’s cross, Brick lane, Wembley

Il giorno dopo mi dedico a qualcosa di diverso da Hackney e faccio un po’ di sightseeing a King’s cross, uno dei progetti di sviluppo urbano più grandi d’Europa. In diciott’anni 270mila metri quadri di terra di nessuno nel bel mezzo di Londra (avevo dei conoscenti che nel campo incolto dietro casa tenevano un cavallo) sono stati riqualificati investendo tre miliardi di sterline: trenta strade, piazze e parchi, romanticismo industriale restaurato in formato monumentale e combinato con un’architettura più moderna. A breve qui sbarcherà anche Google con un edificio lungo 330 metri di undici piani per i suoi 4.500 collaboratori: imponente ed emozionante, da autentica metropoli.

Poi torno in albergo vicino a Brick lane, solo trenta minuti sui mezzi pubblici per subire un piccolo shock culturale. Fino a dieci, quindici anni fa questa era una zona piena di immigrati bengalesi, qualcuno evidentemente religioso e qualcuno no. Oggi qui ci sono più donne con il velo integrale che nel quartiere musulmano di Chennai.

I giudizi rispetto a una città piccola possono variare: Zurigo è bella o troppo bella, pulita o troppo pulita, ricca o troppo ricca, e sicuramente ha un lago. Insomma le cose sono sempre quelle, semplicemente la si può pensare in modo diverso su qualche aspetto.

Ma quando si parla di Londra, di cosa si parla? La City, murder mile, Hampstead heath? Camden town, Banglatown, China town, Little Italy, Little Cyprus? La città dei miliardari? La città dei poveri? La Londra dei banchieri, dei creativi, dei cittadini dell’Unione europea, che sono un milione?

Una donna delle pulizie filippina lavora di notte allo Shard, il grattacielo di lusso di proprietà della famiglia regnante del Qatar. Poi di prima mattina parte alla volta di una cupa periferia, mentre alla stessa ora una milionaria cinese osserva gli elicotteri di passaggio da una piscina in cima a un grattacielo.

A volte gli spazi di vita e i mondi in cui si muovono gli abitanti di Londra sono così distanti tra loro che Sinclair parla di “diversi universi e diverse specie”. L’enormità di Londra probabilmente è il motivo per cui neanche un avvenimento come la Brexit potrà renderla provinciale, come temono alcuni.

Vado in visita al campus della mia vecchia università. Oltrepassando l’edificio della mensa mi sembra di riconoscere quel forte odore di cavolini di Bruxelles che allora era l’orgoglio dell’english cuisine. Ma almeno già trent’anni fa venivano serviti veggie burger, molto gettonati vista l’epidemia della cosiddetta malattia della mucca pazza (Fintan O’Toole descrive in che modo i giornali patriottici abbiano reinterpretato l’epidemia come un complotto franco-tedesco contro la formidabile agricoltura inglese, una specie di prototipo della campagna antieuropea).

Incontro la migliore studente del nostro corso di laurea, all’epoca attivista appassionata, oggi docente di scienze politiche, per parlare di Brexit e Trump, i due epocali trionfi della destra nazionalista. Voglio che mi dica dove ha sbagliato la sinistra nel Regno Unito e altrove, perché si è persa per strada le grandi questioni del nostro presente. Secondo lei, però, il fatto che la sinistra sia sulla difensiva non significa che le sue posizioni siano sbagliate. Magari significa che non riesce a spiegare il suo punto di vista.

In serata andrò a vedere il calcio a Wembley e quindi provo con una metafora buona per ogni occasione: “Se una squadra perde una partita dopo l’altra, sarà il caso che cambi tattica e allenamento”. Impassibile come sempre, lei ribatte: “Se l’altra squadra ha molti più soldi e si compra i giocatori migliori, allora altro che allenamento!”.

In questo senso l’Inghilterra non è un’isola, i progressisti di qui fanno le stesse discussioni che si fanno altrove. Bisogna avventurarsi sul terreno del nemico: immigrazione, scontro tra culture, perdita della patria, le paure dell’uomo comune eccetera? O è meglio evitare questo tipo di dibattiti perché, primo, sono impossibili da vincere e, secondo, si è convinti che i problemi siano altri?

Per la mia amica dell’università la risposta è chiara: non si buttano a mare i princìpi solo perché è cambiato il vento. Sono gli immigrati a tenere in vita il national health service, il sistema sanitario, l’agricoltura e perfino le università. Non è colpa dell’immigrazione se sono in tanti a star male, specialmente fuori da Londra. È colpa di anni di austerità neoliberista. “Eccolo il claim seducente della destra, la sua tesi: se la politica neoliberista fallisce la colpa è sempre dello stato. Riescono sempre a sottrarsi alle responsabilità. E poi è sempre lo stato a doversi accollare i costi del fallimento. È di questo che bisognerebbe parlare, non di aneddoti che sarebbero presunte prove dell’alienazione culturale”.

Al contrario di molti appartenenti alla sinistra salottiera, lei mette alla prova le sue convinzioni nella vita quotidiana: vive con la famiglia a Tower Hamlets, un quartiere che confina con Hackney. Nella classe del figlio più piccolo l’80 per cento dei bambini è musulmano. Nella scuola dove insegna il marito ci sono classi senza neanche un bambino bianco. Secondo lei possono esserci conflitti, ma non c’è nessun problema di fondo. E in ogni caso non c‘è motivo di trasferirsi.

Prima di incamminarmi verso lo stadio di Wembley parliamo ancora un po’ della partita che si giocherà in serata. Da bravo fast-tourist ho bisogno di farmi spiegare come arrivare alla prossima fermata. “Stai attento a non sbagliare autobus”, sorride. “Quei cosi arrivano sempre in branch”. ◆ sk

Londra è anche questo. In altre città c’è il centro, lo skyline, ci sono punti di riferimento, un sistema di coordinate, una logica. In alcuni quartieri gli edifici sono nuovi, in altri sono in stile liberty e poi ci sono i quartieri delle case popolari; a nord della stazione centrale c’è questo e a ovest del fiume c’è quest’altro, lì c’è tanto spazio e qui si sta stretti e se ti dovessi perdere basta che alzi lo sguardo per orientarti, il simbolo della città è sempre lì sulla collina. Londra invece è un’accozzaglia amorfa, illeggibile e senza fine di edifici grandi e piccoli, vecchi e nuovi, belli, brutti, sfarzosi, opprimenti, cool. Londra accosta i mattoni al cemento e al vetro, il rosso al bianco, al marrone, al grigio e ancora al grigio e ancora al marrone; non c’è un centro, ce ne sono cinque, quattordici quartieri di altrettante stazioni centrali, otto quartieri alti, nove quartieri della movida, e poi case a schiera dall’aspetto identico lungo strade dall’aspetto identico in quartieri residenziali dall’aspetto identico, ciascuno grande quanto una cittadina svizzera, intervallati da viali dall’aspetto identico in cui una volta si trovavano fish & chips, kebab, alimentari, cartolerie, Tesco, lavanderie e negozi di articoli casalinghi, e dove oggi si trova tutto quello che ancora si continua a vendere nei negozi. The Blade Bone: esisteranno ancora gli skinhead? Probabilmente no. Il loro ruolo, nel Regno Unito come altrove, ormai è stato assunto da partiti veri e propri. Ma perché l’autobus non si muove più? Oh no, avevo dimenticato e rimosso il changeover point. Victoria park road Se sei sfortunato, l’autista finisce il turno con questa fermata. Può volerci un po’ prima che arrivi un collega a sostituirlo. Succede che l’autista se la svigni lasciando il motore acceso, senza aspettare il cambio. Always look on the bright side, guarda sempre il lato positivo. Gli edifici si fanno più familiari, i negozi non proprio. Hackney Mobile & Computers: l’ultima volta che ho percorso questa strada i telefonini non esistevano ancora. Il Community college, però, è sempre al suo posto. Non ci sono mai entrato e non conoscevo nessuno che studiasse lì. Sicuramente è terra sconosciuta ancora oggi per gli studenti veri che frequentano le vere università, soprattutto per quelli che frequentano la crème de la crème delle università (quelle del Russell Group). È come se non esistesse: quello dell’istruzione in Inghilterra è un settore molto gerarchizzato. Tutti interiorizzano le classifiche delle scuole, dei collegi e delle università, ognuno sa fin troppo bene dove si colloca nella scala gerarchica. Hackney town hall Mi sorprende l’imponenza di questo edificio. Specialmente considerando che siamo ad Hackney. Londra ha 32 distretti, i borough. Quello con meno abitanti è Kensington e Chelsea (155mila), il quartiere dell’élite dei proprietari di yacht e pellicce, mentre quello più popolato è Croydon (più di 380mila abitanti). È ovvio che essendo così grandi debbano avere un proprio municipio, un proprio consiglio e una propria amministrazione, però tutto questo va di pari passo con l’inefficienza e la perversione della burocrazia. Negli anni novanta in un borough povero come Hackney si potevano fare esperienze che ricordavano da vicino l’Unione Sovietica. Non erano solo esperienze negative: per ben tre anni alcuni miei conoscenti che abitavano in una casa occupata non ricevettero le bollette del gas e dell’elettricità e d’inverno riscaldavano la cucina con forno e fornelli. Quando a un certo punto si trasferirono altrove, la casa fu abbattuta. Hackney! All’epoca era una sorta di Bronx londinese, duro e desolato, al terzo o quarto posto nella classifica dei quartieri più poveri del paese, con un numero di rapine nove volte superiore alla media nazionale, pieno di zone off limits, disoccupati, malati mentali, alcolisti, spacciatori, occupanti di case, gente rovinata dalle droghe e gente sbandata di fresco, un terrorista della Raf (Rote Armee Fraktion, organizzazione terroristica tedesca) in clandestinità e una popolazione non bianca al 40 per cento. Era l’unico quartiere della inner London, l’area più centrale, a cui mancava la metropolitana: un’ora e mezza per arrivare a Oxford circus nei giorni peggiori, due e mezza per arrivare a Heathrow nei giorni migliori. Lì condividevo un appartamento con altri studenti, vicino alla strada principale, Lower Clapton road, che i rotocalchi avevano reso famosa in tutto il paese come murder mile, la strada degli omicidi. In poche settimane ci furono diversi raccapriccianti ritrovamenti di cadaveri e dopo qualche anno la situazione peggiorò ulteriormente: guerre tra bande, sparatorie per strada, esecuzioni in pieno giorno. Non sono nostalgico né idealizzo la situazione di allora, però mi stupisco del fatto che io, bravo studente svizzero – e la Svizzera è il paese con le mucche viola, i lingotti d’oro nascosti dai nazisti e la popolazione più conservatrice della via Lattea; gli inglesi amano i luoghi comuni mi ha spiegato entusiasta Piers Morgan, noto giornalista di tabloid – io, un giovane che proveniva da un paese dove tutto funziona senza intoppi, sia riuscito a trovarmi bene in questo caos anarchico. E oggi? Amhurst road Sulla sinistra c’era la bancarella di un fruttivendolo (con un assortimento desolante) e un ex deposito ferroviario, dove si svolgevano selvaggi concerti punk (come quelli di Vi Subversa). Aspetta un attimo! Il capannone punk ora si chiama Oslo, è stato ristrutturato ed è diventato un bar alla moda. La desolante bancarella del fruttivendolo è stata sostituita da un posto che si chiama Black Sheep Coffee e vende latte macchiato e flat white, l’espresso con latte secondo l’uso australiano. A Londra il caffè è un capitolo a sé. Incoraggiato da un compagno di studi greco che soffriva anche lui di nostalgia per il lifestyle di casa sua (“Ma come, queste sarebbero arance?”), importai una moka Bialetti al ritorno dalle vacanze. A Heathrow un funzionario della dogana ispezionò l’oggetto sconosciuto con sguardo allarmato, lo svitò e poi mi chiese: “Ha droghe o materiale pornografico in valigia?”. Per far funzionare quella macchinetta capricciosa dovevo comprare la roba (caffè Lavazza) dallo spacciatore più vicino, un negozio di specialità italiane a Soho: nei giorni buoni ci volevano cinquanta minuti all’andata e cinquanta al ritorno. E oggi? Oggi si beve latte macchiato, preparato da un barista highly trained, altamente qualificato, in una startup dedita al fair trade! Nel suo nuovo libro The last London, il giornalista Iain Sinclair parla – con scarsa simpatia – della new Hackney. Quando gli racconto che per l’articolo ho incontrato il grande Iain Sinclair, letterato, poeta, regista di documentari, esploratore metropolitano e cronista critico, cantore di Londra, residente ad Hackney da cinquant’anni, un mio amico dell’Economist si fa sfuggire: please don’t make it too whingey, ti prego, non scrivere un pezzo troppo lagnoso. È vero, Londra è un posto molto precario, ma “Brexit o non Brexit è ancora una città in fermento”. Il giorno dopo, appoggiati a un parapetto da qualche parte a Canning Town, io e Sinclair guardiamo un enorme ed elegante complesso immobiliare appena ultimato. Sinclair mi ha portato con sé nell’ultima tappa della sua passeggiata lungo il fiume Lea, che scorre attraverso East London e sfocia nel Tamigi. In passato ha percorso anche l’anello autostradale M25 che circonda Londra – 188 chilometri – per poi scriverci un libro (London orbital) e ha affittato un pedalò a forma di cigno con cui girare un documentario sul Tamigi (Swandown). “Lagnoso?”. Sinclair scoppia in una risata infelice. Com’è normale per uno scrittore, ha preso l’osservazione sul personale, anche se probabilmente non era affatto riferita a lui. “I miei testi li definirei piuttosto pungenti e anche divertenti, almeno spero. Animati dalla preoccupazione e dall’amore per Londra”. Dal suo ultimo lavoro però traspare un certo pessimismo, obietto io, con tutte quelle descrizioni caustiche di persone di successo, che si aggirano frettolose per le strade di Londra, con gli smartphone (“amuleti digitali”) sempre in mano, dedite a chissà quali occupazioni, senza badare più di tanto a dove si trovano a passare. “Sì”, si limita a dire, “tutto questo non mi piace”. La lingua corrotta che i manager appioppano a qualsiasi cosa, la “narrazione” che imbianca tutto quanto: Sinclair mi indica la palizzata intorno al complesso immobiliare e poi le sponde fangose del fiume Lea di fronte. “È l’ultimo grido. Hanno decorato la palizzata con una siepe realizzata al computer. L’unica cosa reale in questa zona è il fango che vedi là dietro”. Proseguiamo in direzione della siepe digitale, ma dopo appena dieci passi Sinclair si ferma davanti a un cartello con una scritta. London city island “Tre parole!”, esclama sarcastico. “London city island. È Londra questa? No. Siamo nella City? No. E non siamo neanche su un’isola!”. In realtà il fiume Lea segna un confine, separa Londra dall’Essex. Qui una volta si fronteggiavano vichinghi e anglosassoni. Il fatto che Londra si stia trasformando in una superficie su cui fare big business, magnificata dal marketing, lo manda in bestia, come anche l’ignoranza della gente e la sua incapacità di orientarsi. Di recente, durante una delle sue scorribande si è perso in un’altra di queste nuove zone residenziali di lusso. A East London sono tantissime, forse gli unici posti in cui si è costruito di più negli ultimi vent’anni sono le boomtown cinesi. Quindi ha chiesto indicazioni per il Tamigi a un operaio che passava di là in camion. E lui: “Ma cos’è il Tamigi?”. E Sinclair: “Un fiume grande”. “Non ci credo. Se l’è inventato!”, sbotto incredulo. No, no, è andata proprio così, mi assicura Sinclair, mentre continuiamo a camminare. Con le sue vecchie scarpe da trekking, la coppola e la giacca a vento stona un po’ con il paesaggio tardo-capitalista popolato di investimenti immobiliari. Non sembra neppure quell’intellettuale metropolitano che è in realtà, piuttosto uno di quegli anziani svizzeri ben conservati e armati di abbonamento ferroviario. Sinclair ha circa 75 anni ma ne dimostra sessanta. “Guardi un po’ qui!”, mi dice passando davanti a una bacheca che rappresenta la vita a London city island come se la immaginano i costruttori. Giovani sani e ordinati con la pelle di diversi colori (“la diversità editata”, sfotte Sinclair) siedono, camminano o – peggio ancora, secondo il pedone incallito – vanno in bicicletta in questo panorama urbano asettico in cui svolgono la funzione di accessori. Più avanti capiamo che qui si dovrebbe trasferire a breve la London film school. Per Sinclair è la goccia che ha fatto traboccare il vaso: quando la frequentava lui da giovane, la scuola si trovava nella difficile, selvaggia Brixton. E invece questo luogo secondo lui non ha più nulla a che vedere con la “città”, sembra “uscito da un film di Netflix”. Per lui è un’enclave del mercato, in cui la cultura, invece di esporsi al contesto urbano, entra in simbiosi con il mondo del denaro a cui in cambio fornisce immagini, melodie e slogan mercificabili, le cosiddette storie. Sinclair viene da un paese di minatori del Galles e si è trasferito a Hackney, East London, alla fine degli anni sessanta, tentando di finanziare la sua carriera di scrittore con ogni lavoretto possibile e immaginabile, dal giardiniere al custode del parco al postino. In pochi conoscono la città come la conosce lui, che però oggi dice così: “La geografia di Londra è in continuo cambiamento, tutto si fa provvisorio, costringendoti a diventare un turista nella tua città”. Evidentemente teme di perderla, di non riuscire più a entrarci in comunicazione, come uno psicoanalista che siede disarmato di fronte a un paziente che tace. Con l’eroica coerenza di cui è facile ritenerlo capace, Sinclair ha deciso di porre fine all’impresa della sua vita: smetterà di scrivere di Londra. Perché alla nuova Londra serve un nuovo tipo di scrittura, e il suo ormai è datato; molto di quanto viene pubblicato oggi è “semplice e molto consumer friendly”, orientato al consumatore. Cercherà di dedicarsi ad altre città, ad altri luoghi: su invito della facoltà di architettura locale è già stato a Santiago del Cile. In queste occasioni, però, nascono testi che sono “più che altro una forma di sightseeing”, di giro turistico. Per avere profondità bisogna conoscere bene la lingua del posto. Per un attimo penso di invitare Sinclair a Zurigo, ma poi cambio idea. Cosa ci sarebbe da vedere lì, per uno come lui? Dalston lane Il one-0-six fa la solita deviazione e ricomincia ad avanzare in direzione opposta. Avrei fatto prima a scendere a Oslo-Black-Sheep-The-New-Hackney tagliando per la zona pedonale. Ma voglio controllare se è aperto il Pembury tavern, il mio locale preferito dei tempi dell’università. Effettivamente è uno dei pochi sopravvissuti della zona. A Londra i pub tradizionali chiudono uno dopo l’altro, proprio come le librerie a Manhattan, e al loro posto sorgono i cosiddetti gastro-pub. Sono molti quelli che quando dicono gastro hanno l’aria di chi ha appena addentato una salsiccia rancida. Anche se si sono abituati alla novità, di fondo disprezzano l’idea di annacquare una bevuta assumendo del cibo. Che siano di destra o di sinistra, gli inglesi spesso sono incredibilmente conservatori. Forse è per questo che ogni due o tre secoli compiono un gesto radicalmente rivoluzionario o radicalmente irragionevole come la Brexit. A ogni metro percorso dall’autobus mi sento sempre più strano. Succede spesso quando dopo molto tempo si torna in un posto o s’incontra una persona che una volta era importante: restare delusi è facile. L’incontro è meno emozionante e soddisfacente di come lo s’immaginava, mentre allo stesso tempo riemergono alla memoria immagini e sentimenti, insieme allo stupore per il tempo trascorso e per la propria vecchiaia. Clapton square Voglio percorrere a piedi l’ultimo tratto, forse per rimandare un altro po’ l’arrivo al traguardo del mio sentimental journey, il mio viaggio sentimentale. Il corner shop pachistano, il negozietto all’angolo dove comprare le sigarette anche alle dieci di una domenica sera (cosa oggi scontata in una qualsiasi città europea di media grandezza), non c’è più. Dove prima c’era la filiale di una catena di supermercati discount ora è arrivato Sainsbury’s, segno che la clientela locale è diventata più esigente. Non dimenticherò mai l’assortimento di vini del discount. Sulle bottiglie c’era scritto solo: bordeaux, red wine, France. I luoghi comuni non sono necessariamente falsi o banali. Ce n’è uno che colpisce nel segno: la Gran Bretagna è un’isola, un’isola che molto, molto tempo fa era anche il centro del mondo. L’ignoranza sorprendente di molti suoi abitanti rispetto a ciò che circonda l’isola – ignoranza indipendente dal livello d’istruzione e dalle opinioni politiche – ha a che fare con la loro condizione di isolani. Uno studente d’ingegneria di una stimata università (della rete Russell Group) pensava che la Grecia fosse una regione spagnola. Una commessa al banco dei formaggi di fronte ai miei tentativi di pronunciare all’inglese camembert (kem’n’boert) esclama estasiata: “Ma lei è francese?”. Il quotidiano The Guardian ha paragonato la svolta a destra nelle elezioni politiche svizzere del 1999 alla presa del potere di Hitler. E poi ci sono quei leavers di cui tanto si è parlato dopo il referendum sulla Brexit, quelli che motivavano il loro impellente desiderio di uscire dall’Unione europea con la presenza di “tutti questi pachistani” nel loro paese. È vero che negli ultimi anni Londra e alcune altre località inglesi sono diventate più europee, rendendo un po’ meno esotica la quotidianità degli immigrati provenienti dalla terraferma e un po’ meno unica quella dei locali. Ma la gente fatica ancora a capire il resto del mondo e a prenderlo davvero sul serio. E fatica anche a relativizzare il proprio paese andando oltre la solita autoironia. Le persone tendono a guardare tutto quello che viene da fuori – mentalità, stili di vita, sistemi politici, preferenze culturali – con una certa sufficienza: funny old world, il mondo è strano. In fin dei conti lo considerano una deviazione dal proprio universo, dalla norma. Già due anni fa in un articolo per lo Spiegel Online, Simon Tilford, vicedirettore del rinomato centro studi Chatham house, sottolineava come né le élite francesi né quelle tedesche avrebbero mai avuto l’ardire di pensare che il loro paese se la sarebbe passata meglio uscendo dall’Unione europea. A rendere ancora “più sorprendente” il senso di superiorità inglese c’è il fatto che la Gran Bretagna è nettamente più povera e meno competitiva a livello internazionale della Germania, e che per alcuni aspetti, per esempio la produttività, è molto indietro anche rispetto alla Francia. Superando Sainsbury’s mi dico che la questione somiglia a quella della nazionale di calcio inglese, i three lions, una Waterloo perenne a ventidue gambe. Nelle settimane e nei mesi che precedono i Mondiali o i campionati europei, il paese pensa sul serio di poter vincere – outsider favorito, uno dei favoriti, primo favorito – solo per poi assistere, ogni volta, alla vittoria di altre squadre molto più forti. E dopo il bagno di realtà ricomincia tutto da capo. Un aspetto interessante citato da Tilford è il fatto che in un certo senso Londra è un’isola su un’isola. Gran parte dell’élite inglese abita qui, in quella che è “l’unica città davvero globale d’Europa”: è per questo che sopravvaluta la dinamicità, la produttività e il potere del paese. Allo stesso tempo dimentica che il successo di Londra si deve soprattutto all’importanza del suo settore finanziario “nell’ambito della divisione del lavoro in Europa”. Portobello road Insomma, gli inglesi si sopravvalutano, sono incorreggibili e la miopia isolana li porta a fare valutazioni sbagliate. Questi sono stati gli argomenti ricorrenti nelle conversazioni con i miei vecchi conoscenti. Per esempio con il mio compagno di studi greco, che è rimasto qui nonostante la nostalgia delle arance. Si è specializzato in mercati finanziari e insegna in una scuola per dirigenti aziendali. Ci siamo incontrati in un ottimo tapas bar basco nei dintorni di Portobello road, che una volta era il simbolo della Londra rilassata e oggi è il simbolo della Londra con i soldi: qui una casa costa minimo tre milioni di sterline. Il mio vecchio compagno di studi mi cita come esempio la cittadina a nord di Londra dove lavora lui, Leicester. Una volta era un centro tessile e calzaturiero, da cui provenivano le eleganti maglie di marca Admiral dei calciatori. Poi è andato tutto in malora, come in tante altre città industriali inglesi. L’abisso tra la global city Londra e le rovine urbane nel nord del paese è diventato così profondo da spingere perfino un economista stimatissimo e politicamente di centro come Paul Collier a parlare di un “capitalismo grottescamente distorto”: in un suo articolo Collier ha chiesto l’intervento dello stato e un cambiamento nella politica tributaria per “salvare il Regno Unito da Londra”. A Leicester, prosegue il mio compagno di studi, si sta relativamente bene, soprattutto perché i gujarati – indù e musulmani – immigrati negli anni settanta hanno infuso nuova vita all’economia locale. Senza immigrati la città oggi “non sarebbe neanche al livello di Beirut”. Questo non impedisce agli inglesi bianchi di lamentarsi dell’immigrazione e di fantasticare sul potere salvifico della Brexit. Delusion – illusione, autoinganno – è una parola che oggi in Inghilterra si sente spesso, soprattutto se si parla con chi vive qui da tempo ma non è inglese al 100 per cento. Come la mia professoressa preferita, che fa partecipare anche il marito alla nostra chiacchierata. Ci vediamo a casa sua, in una delle zone bene di Londra. Marito e moglie sono professori universitari di origine polacca, prima generazione lei e seconda generazione lui; lei storica, lui economista. Seduto in mezzo a loro, li osservo passarsi la palla come in una partita di tennis. Nonostante qualche pallonetto dialettico e qualche passaggio incrociato da parte di lei, sulle questioni di fondo sono completamente d’accordo. Con quei suoi modi poco sentimentali che incutevano rispetto già ai tempi dell’università, la mia professoressa mi dice: “Se fossi venuta in Inghilterra oggi e non quarant’anni fa al massimo avrei fatto la bracciante agricola”. Secondo lei sia l’istruzione universitaria sia quella professionale sono messe male, e la cosa peggiore è la mercificazione del settore, che ha reso l’ascesa sociale ancor più difficile di quanto non fosse già. Ormai l’istruzione è in vendita. Nel 2010, con l’appoggio dei liberaldemocratici, che pure in campagna elettorale avevano promesso tutt’altro, il governo conservatore di David Cameron ha triplicato le tasse universitarie, arrivate a novemila sterline all’anno (più di diecimila euro). Ormai anche chi vuole formarsi nelle professioni sociosanitarie deve sborsare la stessa somma, e di conseguenza i nuovi iscritti diminuiscono sempre di più anche in questo settore. “Proprio ora che il paese sta perdendo il personale socio-sanitario straniero per colpa della Brexit”, esclama la professoressa. “Per non parlare del fatto che spesso gli inglesi sono poco preparati”, brontola il marito. L’immigrazione, prosegue, è dovuta al mercato del lavoro e non all’appartenenza all’Unione europea. Alla Gran Bretagna servono infermieri, elettricisti e idraulici, cioè lavoratori specializzati che abbiano alle spalle un percorso di formazione pluriennale come quello che c’è in Svizzera, non gente che improvvisa dopo aver fatto un crash-course, un corso intensivo di due settimane, come si usa in Inghilterra. Austerità, tasse universitarie altissime, scarse prospettive di lavoro, concorrenza dei lavoratori specializzati stranieri, multinazionali come Amazon, che ha aperto giganteschi poli logistici nella provincia dove si lavora in condizioni di dumping salariale senza benefici di rilievo per le comunità locali: i motivi d’insoddisfazione sono più che sufficienti. Ma il problema, e qui riappare il ritornello dell’autoinganno, è che si cercano i colpevoli nel posto sbagliato. Lui: mentre in Galles e in Scozia la gente tende a dare la colpa di tutti i mali al governo centrale di Londra, gli inglesi, soprattutto i più anziani, scelgono in genere il capro espiatorio sbagliato: Bruxelles e i burocrati europei. Lei: “Quando la gente chiede: ‘Cosa ha fatto per me l’Unione europea?’, bisognerebbe rispondere: ‘Ha finanziato questa palestra nuovissima, le infrastrutture, i ponti’”. La tragedia è questa: la Brexit colpirà più duramente chi l’ha votata, non i privilegiati come loro due che hanno la certezza della pensione. L’enormità di Londra probabilmente è il motivo per cui neanche un avvenimento come la Brexit potrà renderla provinciale. Rispetto alla questione demografica c’è un altro elemento da considerare, suggerisce lui: a gennaio del 2019 la situazione è tale che “un buon numero di elettori” favorevoli alla Brexit è morto ed è stato sostituito da persone che votano per la prima volta, favorevoli all’Europa. Se si rifacesse ora, il referendum darebbe “certamente un altro risultato”. Of course. Very much so, sicuramente. Quando gli chiedo se le élite inglesi hanno la tendenza a sopravvalutarsi, rispondono entrambi di sì. Secondo lei, “le conversazioni con gli stranieri spesso hanno come punto di partenza l’inferiorità dell’istruzione, dei prodotti o della cultura del loro paese. Nella provincia polacca dove sono cresciuta io si leggevano Zola, Čechov e Remarque e si vedevano i film italiani. Negli anni ottanta, quando sono venuta in Inghilterra, in una città come Oxford c’era un unico cinema dove vedere film stranieri. Si chiamava Moulin Rouge e proiettava porno francesi”. Secondo lui, invece, “qui in ogni contesto possibile e immaginabile riescono a infilare la formula the best in the world ”, il migliore del mondo. Lei: “Eppure non si sono mai chiesti come funzionino esattamente le cose in Spagna o in Francia”. A questo punto un silenzio divertito e in un certo senso molto british ci dà modo di bere un sorso di tè e addentare un biscotto. Poi lui annuncia in un perfetto inglese da Bbc: “Ma ovviamente in questo paese ci sono persone notevolmente istruite e aperte. Non dovremmo denigrare gli inglesi più del necessario”. Murder mile Supero l’Elephant’s head, che una volta era un pub irlandese in cui a un uomo non era permesso ordinare una birra piccola, una lady’s pint. L’atmosfera tranquilla – luci basse, carta da parati e caminetto – contrastava con i duri che frequentavano il locale. Per esempio il magrissimo ed educatissimo anarchico a cui si attribuiva qualcosa di più di una semplice simpatia per l’Ira, l’organizzazione armata clandestina irlandese. Una volta, vedendolo entrare con un suo compagno, un vecchio ubriacone esclamò spaventato: “Oh no, i politici!”. Vedo passare uno di quei nuovi autobus a due piani (sono nuovi solo per chi manca da Londra da tanto tempo che gli sono rimaste delle sterline ormai fuori corso). Secondo l’app del meteo ora fuori fanno sei gradi, una temperatura sopportabilissima se non ci fosse questo vento terribile. Una donna obesa e con qualche problema mentale mi viene incontro trotterellando in un vestito senza maniche. Dietro di me sento un uomo che si arrabbia parlando al telefono: “Ma allora devo rapinare una banca? Dimmelo tu, devo rapinare una banca?”. Mi viene in mente un’altra telefonata che ho origliato sull’autobus. E mi chiedo se sugli autobus londinesi – dove non regna il galateo della metropolitana, il tube – la gente abbia sempre chiacchierato tanto o se non si tratti di un effetto collaterale dell’epoca degli smartphone. Nella conversazione che ho origliato sembrava proprio che a parlare fosse un’assistente sociale e l’argomento un bambino di nove anni. Sì, spiegava lei, le cose più importanti sono risolte, ora “ha un tetto sopra la testa”, però continua ad avere comportamenti inquietanti. Il problema principale è la madre, che si taglia sotto i suoi occhi e gli ha detto che vuole uccidersi. La vecchia Hackney era così, deprimente e piena di storie tristi. Diversa dalla “hipster-Hackney” che secondo Sinclair è parte di una città che si omologa sempre più, una “periferia che potrebbe essere ovunque”. Forse Sinclair esagera? Ora però giro l’angolo e mi immergo nel murder mile. Il negozio di kebab che all’epoca era la nostra principale fonte di viveri è sparito, e con lui l’indiano da quattro soldi. Non c’è più neanche il Lord Cecil, un pub con un nome troppo ridicolo perfino per un pub. Ma la chiesa è ancora in piedi. Giro a destra, in una stradina con le case basse. Era la numero 13 o la numero 15? Non importa, tanto si somigliano tutte, l’importante è non fissarle mai troppo a lungo, altrimenti finisce che qualcuno chiama la polizia. Sarà stato il numero 15. Non è che mi faccia chissà quale impressione, è solo una casa. Una casa a schiera inglese. Però ovviamente è stata ristrutturata e ora vale più di un milione di sterline. Allora era una catapecchia abbandonata. La cooperativa che possedeva l’immobile era in bancarotta e non aveva niente in contrario a farci vivere qualche studente (con accesso alle scale a proprio rischio e pericolo). Due teenager delle case popolari di fronte vennero a chiederci il pizzo. Il padre di uno di loro aveva fatto dei lavori nella casa, che non era sua, per poterla poi affittare. Era troppo perfino per l’anarchica Hackney. A fianco a noi viveva una coppia di anziani, due normalissimi pensionati bianchi. E quando noi maledetti studenti facemmo il nostro trasloco nella catapecchia a un orario improbabile, vidi lei che ci osservava dalla finestra della veranda. La sua espressione preoccupata mi insegnò una cosa sul mondo, e allora forse non era che un’intuizione: perfino nel quartiere più duro di questa metropoli c’era chi sognava una vita come quella degli abitanti della noiosissima cittadina da cui ero scappato io. Quiete, ordine, sicurezza, prevedibilità e chiarezza. E zero avventura, rischio, arte di arrangiarsi, fuochi d’artificio culturali. La Brexit è espressione di questo desiderio e chi non lo condivide ha sottovalutato il numero di quelli che invece lo coltivano. Les Nénettes E ora? Vado verso nord fino alla Clapton roundabout o verso est in direzione di Hackney Marshes e oltre fino all’ex parco olimpico? Gli edifici costruiti nella terra di nessuno tra Hackney e Stratford in occasione delle Olimpiadi estive del 2012 sono un concentrato di tutto: occasione, conseguenza, epicentro e simbolo della gentrificazione di East London. Dopo venti minuti mi arrendo. Ho in testa le proporzioni della mia piccola città e ho sottovalutato quanto è lontana Olympicopolis (“la parola più brutta della lingua inglese”, dice Sinclair). E poi oggi per vedere le cose c’è Google Maps: non vale la pena di affrontare un lungo viaggio per vedere altri edifici moderni trapiantati in un punto a caso di questa città infinita. Sulla via del ritorno, però, passo davanti a un asilo nel bosco. Nessuno dei dipendenti è bianco, mentre sono bianchi quasi tutti i bambini. Una combinazione che di solito si vede solo nei quartieri dei milionari, come l’Upper East Side a New York. Cambio lato della strada per percorrere a ritroso il murder mile verso la fermata dell’autobus. Devo dire che mi sorprende il gran numero di bei caffè e localini arredati con cura, urban chic. Vado a Les Nénettes che, come mi spiega il mio caro amico Leo, significa “le donnine”. Ordino un cappuccino a due francesi doc con la puzza sotto il naso, che probabilmente danno il nome al locale. Ci sono aspetti della nuova Hackney che sembrano più carini, piacevoli e innocui. Il me stesso giovane si sarebbe trovato sicuramente meglio in questa versione più colorata e sfaccettata rispetto a quello a cui era abituato. Invece si è trovato in uno strano assortimento di ambienti ignoti che lo intimidiva. Oggi però quello che mi impauriva allora –le guerre tra bande per esempio – si è semplicemente spostato un po’ più in là. Qualche settimana fa a Waltham forest una Mercedes ha investito di proposito un quattordicenne in motorino. Poi tre uomini sono saltati giù dalla macchina e hanno accoltellato il ragazzo. A Londra è il diciottesimo omicidio in tre mesi. La sera al Pembury tavern, ai vecchi tempi il mio bar preferito, un amico scherzando mi dice: “Le sale scommesse chiudono e lasciano il posto ai locali di fish & chips vegani. Qualche tempo fa è stato avvistato un fagiano a Town hall. Probabilmente ha sentito dire che nel nostro quartiere non c’è rischio d’incontrare cacciatori”. E negli annunci immobiliari non si trova più l’eufemismo che si usava prima per Hackney: “Nelle immediate vicinanze di Islington”. Ora c’è scritto: “Nel bel mezzo della vivace Hackney”. Nel caffè delle donnine giovani padri nutrono i loro neonati, studenti fissano gli schermi dei loro Mac, e da uno dei tavoli più grandi arriva un chiacchiericcio da startup. I clienti parlano svedese, tedesco e francese, lingue che prima qui non si sarebbero mai sentite. Si direbbe che la zona sia diventata ancora più internazionale, ma paradossalmente qui “internazionale” non sta per maggiore diversità, ma per maggiore uniformità. È pieno di ragazzi e ragazze con le stesse borse a tracolla, gli stessi apparecchi elettronici, la stessa musica nelle orecchie e la stessa cultura generale in testa, che vanno negli stessi caffè per dedicarsi a occupazioni apparentemente individuali eppure molto simili tra loro. King’s cross, Brick lane, Wembley Il giorno dopo mi dedico a qualcosa di diverso da Hackney e faccio un po’ di sightseeing a King’s cross, uno dei progetti di sviluppo urbano più grandi d’Europa. In diciott’anni 270mila metri quadri di terra di nessuno nel bel mezzo di Londra (avevo dei conoscenti che nel campo incolto dietro casa tenevano un cavallo) sono stati riqualificati investendo tre miliardi di sterline: trenta strade, piazze e parchi, romanticismo industriale restaurato in formato monumentale e combinato con un’architettura più moderna. A breve qui sbarcherà anche Google con un edificio lungo 330 metri di undici piani per i suoi 4.500 collaboratori: imponente ed emozionante, da autentica metropoli. Poi torno in albergo vicino a Brick lane, solo trenta minuti sui mezzi pubblici per subire un piccolo shock culturale. Fino a dieci, quindici anni fa questa era una zona piena di immigrati bengalesi, qualcuno evidentemente religioso e qualcuno no. Oggi qui ci sono più donne con il velo integrale che nel quartiere musulmano di Chennai. I giudizi rispetto a una città piccola possono variare: Zurigo è bella o troppo bella, pulita o troppo pulita, ricca o troppo ricca, e sicuramente ha un lago. Insomma le cose sono sempre quelle, semplicemente la si può pensare in modo diverso su qualche aspetto. Ma quando si parla di Londra, di cosa si parla? La City, murder mile, Hampstead heath? Camden town, Banglatown, China town, Little Italy, Little Cyprus? La città dei miliardari? La città dei poveri? La Londra dei banchieri, dei creativi, dei cittadini dell’Unione europea, che sono un milione? Una donna delle pulizie filippina lavora di notte allo Shard, il grattacielo di lusso di proprietà della famiglia regnante del Qatar. Poi di prima mattina parte alla volta di una cupa periferia, mentre alla stessa ora una milionaria cinese osserva gli elicotteri di passaggio da una piscina in cima a un grattacielo. A volte gli spazi di vita e i mondi in cui si muovono gli abitanti di Londra sono così distanti tra loro che Sinclair parla di “diversi universi e diverse specie”. L’enormità di Londra probabilmente è il motivo per cui neanche un avvenimento come la Brexit potrà renderla provinciale, come temono alcuni. Vado in visita al campus della mia vecchia università. Oltrepassando l’edificio della mensa mi sembra di riconoscere quel forte odore di cavolini di Bruxelles che allora era l’orgoglio dell’english cuisine. Ma almeno già trent’anni fa venivano serviti veggie burger, molto gettonati vista l’epidemia della cosiddetta malattia della mucca pazza (Fintan O’Toole descrive in che modo i giornali patriottici abbiano reinterpretato l’epidemia come un complotto franco-tedesco contro la formidabile agricoltura inglese, una specie di prototipo della campagna antieuropea). Incontro la migliore studente del nostro corso di laurea, all’epoca attivista appassionata, oggi docente di scienze politiche, per parlare di Brexit e Trump, i due epocali trionfi della destra nazionalista. Voglio che mi dica dove ha sbagliato la sinistra nel Regno Unito e altrove, perché si è persa per strada le grandi questioni del nostro presente. Secondo lei, però, il fatto che la sinistra sia sulla difensiva non significa che le sue posizioni siano sbagliate. Magari significa che non riesce a spiegare il suo punto di vista. In serata andrò a vedere il calcio a Wembley e quindi provo con una metafora buona per ogni occasione: “Se una squadra perde una partita dopo l’altra, sarà il caso che cambi tattica e allenamento”. Impassibile come sempre, lei ribatte: “Se l’altra squadra ha molti più soldi e si compra i giocatori migliori, allora altro che allenamento!”. In questo senso l’Inghilterra non è un’isola, i progressisti di qui fanno le stesse discussioni che si fanno altrove. Bisogna avventurarsi sul terreno del nemico: immigrazione, scontro tra culture, perdita della patria, le paure dell’uomo comune eccetera? O è meglio evitare questo tipo di dibattiti perché, primo, sono impossibili da vincere e, secondo, si è convinti che i problemi siano altri? Per la mia amica dell’università la risposta è chiara: non si buttano a mare i princìpi solo perché è cambiato il vento. Sono gli immigrati a tenere in vita il national health service, il sistema sanitario, l’agricoltura e perfino le università. Non è colpa dell’immigrazione se sono in tanti a star male, specialmente fuori da Londra. È colpa di anni di austerità neoliberista. “Eccolo il claim seducente della destra, la sua tesi: se la politica neoliberista fallisce la colpa è sempre dello stato. Riescono sempre a sottrarsi alle responsabilità. E poi è sempre lo stato a doversi accollare i costi del fallimento. È di questo che bisognerebbe parlare, non di aneddoti che sarebbero presunte prove dell’alienazione culturale”. Al contrario di molti appartenenti alla sinistra salottiera, lei mette alla prova le sue convinzioni nella vita quotidiana: vive con la famiglia a Tower Hamlets, un quartiere che confina con Hackney. Nella classe del figlio più piccolo l’80 per cento dei bambini è musulmano. Nella scuola dove insegna il marito ci sono classi senza neanche un bambino bianco. Secondo lei possono esserci conflitti, ma non c’è nessun problema di fondo. E in ogni caso non c‘è motivo di trasferirsi. Prima di incamminarmi verso lo stadio di Wembley parliamo ancora un po’ della partita che si giocherà in serata. Da bravo fast-tourist ho bisogno di farmi spiegare come arrivare alla prossima fermata. “Stai attento a non sbagliare autobus”, sorride. “Quei cosi arrivano sempre in branch”. ◆ sk

Le foto di queste pagine sono tratte da The corners, un’opera in cui il fotografo britannico Chris Dorley ha ritratto alcuni incroci di Londra.

Bruno Ziauddin è il vicedirettore di Das Magazin.

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Questo articolo è uscito sul numero 1318 di Internazionale, a pagina 122. Compra questo numero | Abbonati