A maggio del 2016 ogni domenica mattina nel centro di Ho Chi Minh c’era un’atmosfera da legge marziale. I messaggi con le parole “Formosa”, “pesci morti” e “protesta” erano bloccati dalle compagnie di telecomunicazioni; la polizia sembrava ovunque, e i pochi che volevano manifestare a ogni costo venivano raggruppati e portati via prima ancora che potessero far partire il loro corteo. Un’ondata di cento tonnellate di pesci morti si era infranta sulle spiagge della costa centrale del Vietnam, una zona molto povera, scatenando il panico. Gli indici erano puntati contro un’enorme acciaieria finanziata dal Formosa Plastics Group, una piovra petrolchimica con sede a Taipei, la capitale di Taiwan. Nessuno in Vietnam sapeva granché sulla storia dell’azienda, però tutti la temevano e la odiavano. Il suo legame con Taiwan faceva ripensare a uno scandalo ambientale avvenuto nel 2010. Allora, l’azienda taiwanese Vedan era stata accusata di aver cancellato ogni traccia di vita dal Fiume Thi Vai scaricando senza interruzione rifiuti tossici per 14 anni attraverso una condotta subacquea. La situazione era precipitata quando il fiume aveva cominciato a erodere gli scafi d’acciaio delle navi giapponesi ancorate a valle. I supermercati e i mezzi d’informazione di stato avevano quindi dichiarato guerra al glutammato di sodio prodotto dalla Vedan. Ma, a parte quel breve e riuscito boicottaggio, Ho Chi Minh aveva ignorato la catena di scioperi nelle fabbriche, battaglie per la terra e saccheggio del territorio che caratterizza la vita del Vietnam rurale.

Poi la moria di pesci ha cambiato tutto. Al mormorio sui social network sono seguite le proteste di strada. La classe urbana improvvisamente si è interessata allo sterminio dei pesci, e questo cambiamento ha colto di sorpresa le autorità. Alla prima manifestazione, il primo maggio, scandendo lo slogan “proteggete l’ambiente!” la folla aveva marciato fino al palazzo da cui il Partito comunista amministra la città di Ho Chi Minh dal 1975. Poi si era dispersa pacificamente così come si era radunata.

La domenica successiva mi sono alzato presto e passeggiando ho superato una fila di vigili urbani accanto a fragili barricate di metallo che bloccavano la via principale verso il cuore coloniale della città che era stata la capitale del Vietnam del sud. I caffè e i ristoranti dove di regola i ricchi e gli stranieri si ritrovano per il brunch e quattro chiacchiere erano sbarrati. In genere Ho Chi Minh City nelle ultime aride settimane della stagione secca somiglia a una linea elettrica guasta, ma la moria dei pesci aveva fatto risalire il voltaggio. A Paris square la paura era palpabile e diverse file di agenti tenevano a freno la massa di manifestanti spinti contro l’inferriata della scuola elementare Hoah Binh. Più di mille persone sventolavano fogli con su disegnato lo scheletro nero di un pesce, un simbolo che nei giorni successivi sarebbe stato vietato. Un uomo aveva scritto a grandi lettere “silenzio oggi, morte domani”.

Thanh, un ingegnere di 27 anni, scattava foto all’autobus requisito dalla polizia che si stava allontanando con a bordo i fermati. Uno di loro ha salutato con un gesto i compagni fermi sotto il sole, suscitando un boato di solidarietà. “Puoi leggere questa storia sul sito della Bbc, sul Guardian, ma non troverai niente sui giornali vietnamiti”, mi ha detto allora Thanh. “Metterò online queste foto perché la gente del mio paese sappia cos’è successo”.

Tra le persone fermate quel giorno c’era una redattrice in pensione di un giornale femminile del Partito comunista. Un furibondo post su Facebook raccontava del suo arresto e denunciava i poliziotti che l’avevano costretta, insieme ad altri, a stare in ginocchio sotto il sole senz’acqua e senza poter andare in bagno. “Le vostre famiglie si azzardano a mangiare pesce? Il mare è morto, i pescatori hanno fame, l’ambiente è minacciato. Le isole Paracelso sono perse, le Spratly ci sono state parzialmente sottratte. Non siete arrabbiati? Non volete vendicarvi?”. Il suo sdegno partiva dai pesci morti e finiva con gli arcipelaghi rivendicati dalla Cina e condannati a essere perduti.

Gli scienziati diedero la colpa a una marea rossa offrendo come prova delle fotografie

A febbraio, due mesi prima che cominciassero i problemi con il gruppo, un numero dieci volte superiore di pesci era stato trovato morto in due province del delta del fiume Cai Vung. Gli allevatori di pesce gatto colpiti dal disastro avevano dichiarato ai mezzi d’informazione che la responsabilità era di un impianto statale per la lavorazione del riso a monte degli allevamenti. Il governo aveva offerto pochi spiccioli per risarcirli, prima che gli scienziati della provincia, com’era prevedibile, dessero la colpa agli stessi allevatori. Mesi dopo l’incidente, un rapporto ufficiale concludeva che la siccità e metodi di allevamento sbagliati avevano tolto l’ossigeno agli animali. La ricetta “soldi in cambio di quiete” a febbraio aveva funzionato, ma era fallita a maggio perché l’intero paese conosceva e odiava l’acciaieria Formosa a Ha Tinh.

Una guerra imminente

Quando gli avevano concesso la licenza d’investire nel 2008, le autorità vietnamite senza dubbio credevano che l’impianto sarebbe stato per loro un fiore all’occhiello. Dopotutto avevano portato l’acciaieria più grande della regione vicino al più grande giacimento di ferro del paese. E avevano fatto arrivare grandi investimenti stranieri in una zona arretrata, nota per le caramelle di arachidi e le disperate rivolte contadine. Le acciaierie locali si lamentavano perché la produzione della Formosa avrebbe invaso il mercato interno spazzando via le loro aziende. Chi non era interessato alle questioni economiche sapeva solo una cosa: l’azienda aveva commesso l’errore di alloggiare migliaia di operai cinesi a poca distanza dalla casa dov’era cresciuto il padre della nazione, Ho Chi Minh. La convinzione paranoica che l’acciaieria in realtà non fosse altro che un gigantesco cavallo di Troia cinese esplose nel 2014, quando Pechino inviò una petroliera nelle acque rivendicate dal Vietnam nel mar Cinese meridionale.

Per anni ai giornalisti era stato proibito di criticare la Cina. Quando le vicende locali avevano qualche rapporto con il vicino del nord, i reporter tendevano a dire “altri paesi”. Improvvisamente cadde un tabù. Uno dei dirigenti più importanti del partito sentenziò sul diritto del Vietnam di esistere e di non farsi rubare le sue isole come se fossero cioccolatini. Rivolgendosi al paese con un sorriso e un ciuffo alla Elvis Presley, il primo ministro di allora, Nguyen Tan Dung, colse l’occasione per pronunciare un discorso sulla natura della sovranità.

I vecchi annuirono davanti al notiziario della sera. Il mio capo (l’editore di una rivista femminile) m’inviò un’email in cui sollecitava i dipendenti a contribuire all’acquisto di una nuova nave per la marina vietnamita. Un’anziana a Ho Chi Minh e un uomo in Florida si diedero fuoco. Gli adulti parlavano con fatalismo, davanti a una birra, della guerra imminente. I cinesi, dicevano, avevano governato il Vietnam per un millennio e lo consideravano ancora una provincia secessionista, la Taiwan dei poveri.Per le strade gruppi di ragazzi marciavano verso il consolato cinese consultando le loro mappe. Le manifestazioni disciplinate in pieno centro furono presto seguite da rivolte alla periferia di Ho Chi Minh.

Nel giro di due giorni, gli operai bloccarono il motore dell’export meridionale del paese e, prima che qualcuno potesse capire cos’era successo, i dipendenti vietnamiti della Formosa insorsero a Ha Tinh, uccidendo un numero imprecisato di colleghi cinesi impiegati dall’azienda taiwanese. Le prime notizie parlarono di venti morti, poi la cifra scese a quattro. Per la Cina le rivolte erano la prova della paranoia vietnamita contro Pechino e furono mandate delle navi per portare in salvo i superstiti. Hanoi represse duramente tutte le forme di protesta, implorò le aziende straniere di non andarsene e offrì un risarcimento ad alcune delle vittime della violenza.

La Formosa, che non era assicurata contro un evento simile, era ancora in una posizione di vantaggio. Oltre agli omicidi, i ribelli di Ha Tinh avevano saccheggiato ogni ben di dio dal cantiere da 11 miliardi di dollari del gruppo. Hanoi offrì centinaia di milioni di dollari all’azienda per farla rimanere in Vietnam, mentre i giornali statali scrivevano articoli appassionati sull’entusiastica caccia ai teppisti avviata dalla polizia dopo la rivolta. In realtà il presidente della Formosa Plastics, Lee Chih-Tsuen, dichiarò al quotidiano taiwanese China Daily che non avevano un altro posto dove andare. “Secondo Lee l’impianto non può essere costruito nei paesi industrializzati a causa delle loro restrizioni sulle emissioni di anidride carbonica”, riferì il giornale. “Il Vietnam ha pochi impianti industriali, un’acciaieria non creerebbe particolari problemi”. Due anni dopo la moria di pesci gli avrebbe fatto rimangiare quelle parole.

Prima che l’azienda e il partito riuscissero a fermarla, la stampa vietnamita – teoricamente controllata dallo stato – ha messo insieme tutta la corda che serviva per impiccare la Formosa, colpevole di aver scaricato rifiuti tossici nell’oceano nell’aprile del 2016. Un pescatore subacqueo ha scoperto una condotta sepolta sotto sacchi di sabbia e pietre; e ha raccontato ai giornalisti che una piccola quantità di scarichi gialli e tossici gli aveva procurato malori e giramenti di testa. La stampa ha pubblicato anche i nomi di alcuni sommozzatori malati o in fin di vita, i subappaltatori della Formosa che avevano lavorato nella zona prima della moria di pesci. Le prove hanno continuato ad accumularsi, e il direttore taiwanese dell’acciaieria, Chou Chun Fan, ha rilasciato un’intervista: “Ammetto che lo scarico delle acque di scolo avrà qualche impatto sull’ambiente”, aveva detto, “ma prima di costruire l’impianto avevamo ricevuto il permesso dal governo. Bisogna rinunciare a qualcosa per ottenere qualcos’altro. Volete il pesce o l’acciaieria? Dovete scegliere”. La Formosa ha costretto Fan a scusarsi con i giornalisti di tutto il paese prima di licenziarlo. Ma ormai era troppo tardi: il miope dirigente aveva già dato ai vietnamiti il grido di battaglia. “Scegliamo il pesce!”.

Vietnamiti residenti a Taiwan protestano contro l’azienda Formosa. Taipei, 18 giugno 2017 (Sam Yeh, Afp/Getty Images)

In realtà il governo ha scelto tutto tranne il pesce. Le pescivendole hanno ammucchiato i resti marci del disastro lungo l’autostrada nazionale, scatenando il panico. Anche se continuavano a fingere di non sapere cosa aveva ucciso il pesce, le autorità hanno garantito che non avrebbero consentito né a persone né ad animali di mangiare un solo lattarino. Il governo si è ostinato a negare la responsabilità della Formosa, perfino quando Fan ha ammesso che l’azienda se ne infischiava del pesce. A un certo punto gli scienziati del governo hanno dato la colpa a una marea tossica rossa, offrendo come prova delle fotografie ridicolmente truccate di una baia scarlatta. Nei giorni frenetici dopo la perdita tossica, il partito e la Formosa si limitarono a offrire a un’opinione pubblica indignata goffe smentite e richieste di avere pazienza. Nel bel mezzo di tutto questo, mi sono ritrovato ad aprire una raccolta di racconti di Edgar Allan Poe in un ristorante vegano sotto a un centro yoga, dove le donne vietnamite più ricche vanno a mangiare per evitare la carne e le verdure a buon mercato consumate dalla gente comune. Il volume si è aperto su La maschera della morte rossa, in cui un’aristocrazia decadente si riunisce per una festa in costume mentre un’orribile pestilenza devasta i contadini al di là delle mura. Il racconto finisce quando un ospite misterioso cammina tra gli aristocratici e li condanna tutti al contagio. Poe chiude la storia con un finale memorabile: “E le tenebre, la rovina, la Morte rossa stabilirono su ogni cosa il loro dominio senza fine”.

Colonialismo economico

La protesta si era spenta da qualche settimana quando sono atterrato a Taipei, appena pochi giorni prima che il Partito democratico progressista (Pdp) prendesse il potere sull’isola. Aveva battuto il potente Kuomintang con un programma che prevedeva anche la riforma ambientale. Ho capito presto che a Taiwan gli eccessi della Formosa avevano avuto un ruolo cruciale nel galvanizzare un elettorato allo sbando, spingendolo a mandare a casa il governo in carica. “Non dobbiamo consumare le risorse naturali e la salute dei nostri cittadini come abbiamo fatto in passato”, ha detto Tsai Ing-Wen, la prima donna presidente dell’isola, nel suo discorso d’insediamento. “Perciò vigileremo e controlleremo tutte le fonti d’inquinamento”.

Nel corso della settimana seguente, sono andato a trovare diversi avvocati che spiegavano che alcuni industriali incapaci avevano troppo potere. “La Formosa è il più grande inquinatore di Taiwan”, mi ha detto Echo Lin, segretario generale dell’Associazione giuristi ambientali. “È malvista, ma contribuisce per circa il due per cento, se non di più, al pil del paese. È per questo che il governo taiwanese non la chiamerà mai a rispondere delle sue azioni”. Robin Winkler, un avvocato ambientalista di 62 anni, mi ha accolto in calzoncini, sandali e una maglietta con l’immagine di un uccello di mare. Siamo andati in un sushi bar male illuminato dove Winkler è di casa. “Prima di passare dall’altra parte della barricata, per vent’anni ho aiutato le aziende a strutturare i loro investimenti in modo da limitarne l’esposizione e la responsabilità”, mi ha detto prima di ordinare in perfetto mandarino tofu stufato e sashimi. Nel 2001 Winkler ha fondato la Wild at heart legal defense association, che continua a ingaggiare azioni legali e organizzare iniziative in difesa dell’ambiente. Alla fine ha rinunciato alla cittadinanza statunitense ed è diventato taiwanese. Il governo, ha detto, tende ad allontanare gli stranieri “importuni”.

Nel 2005 Winkler aveva ricevuto dall’Agenzia per la protezione dell’ambiente un incarico di due anni nel Comitato per la valutazione dell’impatto. Quando il Formosa Plastics Group ha chiesto l’autorizzazione per costruire un’acciaieria da 4,1 miliardi di dollari accanto al suo impianto petrolchimico offshore nella contea di Yunlin, Winkler e gli altri commissari hanno sollevato alcune questioni. “Volevamo degli impegni sulle emissioni e la notifica di tutto ciò che entrava e usciva; un livello di trasparenza che non erano disposti ad accettare”, mi ha detto. Sono riusciti a ottenere altre audizioni, per poi scoprire che il loro incarico non sarebbe stato rinnovato.

In una piovosa giornata di novembre del 2007, ricorda, i rappresentanti della Formosa si aprirono un varco tra le centinaia di residenti arrivati dalla contea di Yunlin per un’audizione all’Agenzia per la protezione dell’ambiente. “C’erano i sostenitori da una parte, i detrattori dall’altra e la polizia in mezzo”, ricorda Winkler. “La tensione era altissima”. Durante una conferenza il fratello di un consigliere locale saltò su un tavolo per minacciare il biologo che stava parlando. Winkler si gettò nella mischia e quando la polizia mise fine allo scambio di urla, l’onorevole consigliere seguì Winkler e lo colpì ripetutamente al volto. Le foto di Winkler coperto di lividi uscirono sui giornali. Qualche mese dopo la Formosa annunciò che avrebbe costruito l’impianto in Vietnam.

Da sapere
La condanna

◆ Nell’aprile 2016 le sostanze tossiche scaricate in mare dall’acciaieria Formosa nel Vietnam centrale hanno causato un disastro ambientale. A farne le spese per primi sono stati i pescatori e il settore del turismo: 40mila persone sono rimaste senza lavoro. L’azienda taiwanese si è impegnata a pagare 500 milioni per la bonifica ambientale e per aiutare i pescatori delle province colpite, ma il danno ha interessato anche altre zone. A febbraio del 2018 Hoang Duc Binh, un attivista che aveva criticato su internet la brutalità della polizia contro chi protestava per avere giustizia, è stato condannato a 14 anni di prigione. Amnesty international ha chiesto la sua liberazione.


“È un caso esemplare di colonialismo economico”, mi ha detto Winkler quando abbiamo finito di mangiare. “La Formosa è andata in un paese dove la popolazione è più debole e il governo più corrotto”. L’azienda si dipinge come un pellegrino economico piuttosto che un colonialista, un credente perseguitato e costretto a vagare sul pianeta alla ricerca di profitto e di norme permissive. Nel 2017 il libro degli azionisti dell’azienda lamentava: “A Taiwan gli investimenti sono limitati a causa della sempre più forte convinzione ideologica che la protezione dell’ambiente debba prevalere sullo sviluppo industriale”. Il libro cita il Texas come un esempio di efficienza.

La Formosa è il maggiore investitore taiwanese negli Stati Uniti e dopo l’elezione di Donald Trump ha annunciato progetti per rilanciare le sue attività. L’azienda ha lasciato enormi problemi in Delaware, Illinois, Louisiana e (naturalmente) sulla costa meridionale del Texas, dove una pescatrice di gamberi da tre generazioni, Diane Wilson, combatte da trent’anni contro l’azienda. “Ci stiamo preparando a farle causa”, mi ha detto Wilson ridendo al telefono. “L’inquinamento della baia di Lavaca e dei corsi d’acqua della zona mette in pericolo la fauna terrestre, i pesci e la bellezza dell’ambiente, la base della nostra comunità”, dichiarava Wilson nel comunicato congiunto con la Texas Rio Grande legal aid, uno studio legale della zona. “La Formosa scarica i suoi rifiuti dal 2004, in assoluta violazione delle leggi statali e federali”.

Non c’è bisogno di arrivare fino in Texas per conoscere i rischi di un’alleanza con il gigante della plastica. Alla fine del novecento, la Cambogia ha costretto l’azienda a rimuovere una montagna di rifiuti di mercurio da una discarica vicino a Sihanoukville. Un uomo era morto scaricando i rifiuti che la ditta aveva importato in mattoni con la scritta “cemento”. Nella cittadina costiera si era diffusa la voce che i rifiuti erano radioattivi, provocando una fuga disordinata verso Phnom Penh in cui erano morte quattro persone. Dopo mesi di braccio di ferro, la Formosa ha pagato un battaglione di soldati cambogiani e una squadra di ingegneri per rimuovere settemila tonnellate di rifiuti e di terreno contaminato.

Quando Washington ha bloccato i tentativi d’importare e trattare questi materiali negli Stati Uniti, un’azienda per lo smaltimento dei rifiuti ha dovuto ammettere che le scorie erano “più complesse di quanto si fosse creduto”. Il “cemento” è rimasto per più di un anno nel porto di Kaoshing prima che le autorità taiwanesi permettessero alla Formosa di trasportarlo fino alla sua fabbrica di Jenwu. Dieci anni dopo, Wrinkler e la Wild at heart legal defense association hanno tappezzato gli autobus di volantini per denunciare che le falde acquifere sotto l’impianto di Jenwu contenevano un livello di sostanze inquinanti 300mila volte superiore alla norma. I cartelli, dice Wrinkler, sono rimasti sugli autobus un giorno solo.

Quest’anno in Vietnam, per l’anniversario della fuga tossica, i cattolici si sono ammassati sulle spiagge di Ha Tinh per protestare. La Formosa, da parte sua, ha comunicato di aver stanziato altri 350 milioni di dollari per l’impianto, che ormai ha accumulato un ritardo di anni. Il nuovo primo ministro, Nguyen Xuan Phue, ha licenziato alcuni ministri e il presidente del comitato popolare di Ha Tinh. Il suo sostituto recentemente ha espresso preoccupazione per la grande miniera di ferro Thach Khe vicina all’impianto della Formosa. Da un lato creerà posti di lavoro, ma dall’altro, ha dichiarato alla stampa, provocherà “gravi problemi d’inquinamento, desertificazione, tempeste di sabbia e impoverimento delle falde acquifere”. Le sue parole riflettono i nuovi timori di Hanoi, che si è impegnata a garantire alla popolazione una forte crescita economica senza avvelenarla, e senza uccidere i pesci. Per la comunità economica è improponibile l’idea di abbandonare Thach Khe. “È un progetto difficile”, ha detto all’inizio dell’anno un consulente tedesco, “ma questo dovrebbe semplicemente spingerci a fare attenzione quando sarà attuato”. Chiunque conosca un po’ il sistema chiuso e corrotto del Vietnam sa che “l’attenzione” non è il suo forte. ◆ gc

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Questo articolo è uscito sul numero 1247 di Internazionale, a pagina 52. Compra questo numero | Abbonati