Taro non vede suo figlio da più di 1.400 giorni, cioè da quando la madre del bambino è andata a prenderlo all’asilo e non è più tornata a casa. Gianluca non vede il suo da più di quattro anni. Fino allo scorso maggio ha preso l’aereo ogni seconda domenica del mese per andare nell’isola di Hokkaidō a incontrare il bambino, come stabilito da una sentenza della corte suprema. Ma agli appuntamenti non si è mai presentato nessuno. Pierluigi, invece, è considerato fortunato perché, dopo diciassette mesi di separazione dai due figli, che la madre ha portato da Tokyo a Nagasaki, ora li può incontrare una o due volte al mese. Perché, a detta del giudice, “è un bravo papà”.
Tutto questo succede in un paese, il Giappone, considerato il “buco nero” della sottrazione di minori. Qui, infatti, sono molti i casi in cui un genitore, anche prima del divorzio, va via di casa portando con sé il figlio e impedendo all’altro di vederlo.
È un “grande problema di diritti umani”, dice John Gomez, presidente della Kizuna child-parent reunion, che difende il diritto dei bambini in Giappone a mantenere un rapporto con entrambi i genitori e fornisce sostegno ai genitori a cui sono stati sottratti i figli. “Si stima che ogni anno nel paese asiatico 150mila bambini perdano la possibilità di vedere uno dei due genitori dopo che questi hanno divorziato”, continua Gomez. “Su un periodo di vent’anni, significa che a tre milioni di bambini è stato impedito di vedere uno dei genitori; e ognuno di questi casi è una violazione dei diritti umani”. Il diritto di mantenere una relazione con entrambi i genitori dopo la loro separazione è infatti tutelato anche dall’articolo 9 della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia.
In nome della stabilità
Questo modo di agire, che nel resto del mondo sarebbe considerato rapimento, in Giappone è ampiamente tollerato. Nel paese le dispute sulla potestà genitoriale, l’affidamento e il mantenimento dei figli in seguito a una separazione o a un divorzio sono considerate “questioni private”. Le forze dell’ordine tendono a non farsi coinvolgere nei contenziosi civili. La legislazione civile giapponese, inoltre, non ha strumenti per far rispettare le sentenze, e questo è evidente in particolare nelle controversie sui figli.
Nei casi di sottrazione di minore da parte di un genitore o di mancato rispetto del diritto di visita, una vittoria in tribunale può non avere effetti concreti. Questo perché non esiste nemmeno un meccanismo per cui i tribunali possano chiedere alla polizia di intervenire.
Inoltre l’affido condiviso in Giappone non esiste: è il tribunale a decidere a quale genitore spetta la potestà di un figlio, lasciando all’altro la possibilità di visite saltuarie. Molto spesso le sentenze affidano la potestà a chi si è portato via i figli, nella maggior parte dei casi la madre. “Tutto questo”, spiega Colin Jones dell’università Doshisa di Kyoto, “è possibile perché la legislazione e la prassi giudiziaria giapponesi non si basano sul presupposto che la miglior opzione nell’interesse del minore in caso di separazione dei genitori sia mantenere rapporti con entrambi. Inoltre la costituzione non tutela la relazione tra genitore e figlio. Secondo la legge, dopo il divorzio solo un genitore può avere la potestà genitoriale sui figli, quindi il punto di partenza è l’esclusione dell’altro genitore”.
Perciò, al mantenimento del rapporto con entrambi i genitori, che nella maggior parte delle giurisdizioni più avanzate è lo standard, in Giappone si preferisce la stabilità della vita del bambino. “La legge giapponese privilegia il principio di continuità: il fatto che il bambino rimanga con il genitore che l’ha portato via è più importante della continuità della famiglia”, spiega Gomez. Anche se il bambino è stato sottratto arbitrariamente da uno dei genitori, se nel nuovo ambiente in cui vive non ci sono problemi, la priorità è lasciare la situazione com’è in nome della stabilità. L’affidamento condiviso o gli incontri frequenti con l’altro genitore sono considerati un possibile fattore di disturbo e di minaccia per la stabilità del bambino e, per questo, non raccomandabili. Questa situazione non riguarda solo le coppie giapponesi e quelle miste che vivono in Giappone, ma anche le coppie giapponesi e miste che vivono all’estero. A livello internazionale la sottrazione dei minori è regolamentata dalla Convenzione dell’Aja del 1980. È un trattato multilaterale che stabilisce regole condivise per far tornare nel paese di residenza abituale un bambino sottratto e portato all’estero da un genitore. Anche se il Giappone ha sottoscritto la convenzione nel 2014, la situazione non è molto cambiata. In molti casi, infatti, il Giappone non la rispetta e impedisce che il minore sottratto e portato in Giappone torni nel paese di residenza abituale.
Dichiarare il falso
Come mai le cose non cambiano? Per Gomez “un intero sistema è nato e si è sviluppato intorno a queste prassi. Gli avvocati sanno che i giudici danno sempre la custodia al genitore che ha portato via con sé i figli. Se un genitore contatta un avvocato per avviare la pratica di divorzio, il legale gli consiglierà di portare via il figlio, impedire ogni contatto con l’altro genitore, dichiarare, anche affermando il falso, di essere stato vittima di violenza domestica e ottenere così la custodia, escludendo per sempre l’altro genitore dalla vita del figlio”.
Un’assistente sociale gli porta i bambini e resta con loro nelle ore a disposizione, impedendo che si comportino in modo libero e spontaneo
Così è successo a Taro: una sera stava preparando la cena in attesa della moglie e del figlio, ma loro non sono mai tornati a casa. All’inizio ha pensato che fosse successo qualcosa di grave, è uscito a cercarli e ha chiesto aiuto alla polizia. Il giorno dopo ha ricevuto una lettera dall’avvocato della moglie e ha capito che era scappata con il bambino. Circa quattro anni dopo, Taro non sa dove si trova suo figlio né come sta. Gli rimane solo una foto di loro due insieme.
Come molti padri giapponesi, Taro non conosceva questo fenomeno anche se a volte aveva sentito parlare di storie simili. Ma aveva sempre pensato che il problema riguardasse poche famiglie. Anche i genitori stranieri che vivono in Giappone conoscono poco il fenomeno. “Ne avevo una vaga idea, pensavo che fosse colpa dei padri che si comportavano male”, racconta Gianluca, un italiano che vive a Tokyo.
“Prima che succedesse anche a me non sapevo che la situazione fosse questa”, dice Klaus, un tedesco che oggi vive a Francoforte. “Ho origini giapponesi e ho vissuto in Giappone vari anni. Parlo giapponese e pensavo di conoscere il paese piuttosto bene, ma questo aspetto lo ignoravo. Pensavo che con un piano di visite approvato dal tribunale potessi stare tranquillo e vedere mia figlia, invece non è così. Per me è stato uno shock enorme”.
In Giappone il potere dei tribunali per le controversie familiari è limitato e, se il genitore che ha sottratto il figlio decide di non rispettare una sentenza o i permessi di visita, non possono punirlo.
“Il paese dalle mille regole dove però ci si può permettere di non rispettare la legge: una vera anomalia”, commenta Tommaso, un italiano che vive a Tokyo e che non vede i due figli da più di due anni. Questa anomalia la conosce bene anche Gianluca. La corte suprema aveva stabilito il suo diritto di vedere il figlio ogni seconda domenica del mese per un’ora, dalle 15 alle 16, presso il centro di volontariato per bambini di Kushiro, sull’isola di Hokkaidō, dove si presumeva vivessero la moglie e il figlio. Fino a maggio del 2019 Gianluca, che vive a Tokyo, ha preso l’aereo ogni mese per andare a Kushiro. Portava sempre con sé un aereo giocattolo, delle macchinine e un costume da orso da indossare per far divertire il figlio e rendere più “naturale” l’incontro con lui dopo tanti anni. Per 14 volte Gianluca è andato a Kushiro e ha aspettato invano.
Una delle principali preoccupazioni dei padri in questa situazione è proprio che, nonostante ci sia una sentenza chiara, questa non venga rispettata, rendendo vani gli sforzi, anche economici. Questo senso d’incertezza non è facile da gestire; molti uomini soffrono di depressione e alcuni sono arrivati al suicidio. “La cosa più importante da riconoscere”, dice Gomez, “è che vedersi sottrarre un figlio dal partner è un’esperienza estremamente traumatica”.
Klaus e la famiglia vivevano in Germania quando la moglie andò qualche mese in Giappone con la figlia per far visita ai parenti. Al rientro in Germania però era sola: era tornata solo per prendere le sue cose e trasferirsi nel suo paese. “Casi simili sono considerati affari di famiglia, per questo motivo le istituzioni non vogliono essere coinvolte”, dice Klaus davanti al tribunale dove ha firmato l’accordo sul calendario degli incontri con la figlia che oggi l’ex moglie ignora completamente.
Il caso di Klaus rientrava tra quelli previsti dalla Convenzione dell’Aia, trattandosi di sottrazione internazionale di minore, ma Klaus ha rinunciato a far tornare la figlia in Germania dopo aver raggiunto un accordo sulle visite. Oggi si è pentito di non aver completato la procedura per il rientro della figlia e di essersi fidato del sistema giapponese.
Anche per i più fortunati come Pierluigi, che riesce a vedere i figli una o due volte al mese, gli incontri non avvengono in condizioni serene e rilassate. Un’assistente sociale gli porta i bambini e resta con loro durante le quattro ore a disposizione, impedendo che si comportino in modo libero e spontaneo. Anche Tommaso, un italiano che quando aveva cominciato la mediazione per il divorzio era riuscito a incontrare i suoi figli qualche volta, definisce la modalità delle visite “disumana”. A volte gli incontri avvenivano nella sala riunioni di uno studio legale e non gli era permesso portare regali ai figli e nemmeno fotografarli, anche se è ancora sposato e ha ancora la potestà genitoriale sui bambini.
Cambiamento necessario
Negli anni sono nati diversi gruppi e associazioni di genitori separati che vogliono denunciare la situazione e provare a cambiare le cose. Molti padri giapponesi si rivolgono a K-Net. Tramite quest’associazione gli uomini s’incontrano, si confrontano e organizzano manifestazioni per far conoscere il problema nel paese. Il fondatore è Mitsuru Munakata, che ha creato K-Net dopo che la compagna gli ha sottratto le due figlie. Anche i padri stranieri si sono organizzati in associazioni e si sono dati da fare. Nell’aprile del 2018 dodici uomini provenienti da Italia, Francia, Stati Uniti, Canada, Regno Unito e Germania hanno scritto alle autorità dei paesi del G7 per chiedere che il tema fosse discusso durante il vertice che si sarebbe svolto in Canada il giugno successivo. A marzo dello stesso anno l’ambasciata italiana a Tokyo ha promosso un’iniziativa coinvolgendo gli ambasciatori degli stati dell’Unione europea per sensibilizzare le autorità giapponesi competenti e ottenere l’esecuzione delle sentenze nei casi di minori contesi. “Gli stranieri hanno avuto un ruolo importante”, dice Mitsuru, “sono stati loro a definire ‘rapimento’ la sottrazione dei figli”.
“Nel 2014, dopo anni di pressioni diplomatiche e innumerevoli storie dell’orrore di genitori che perdono contatti con i figli portati o trattenuti in Giappone, Tokyo finalmente ha ratificato la Convenzione dell’Aia sugli aspetti civili della sottrazione internazionale di minori”, scrive Colin P.A. Jones, docente alla scuola di legge Doshinsha di Kyoto, sul Japan Times. “La ratifica avrebbe dovuto permettere al Giappone di lasciarsi alle spalle la reputazione di ‘buco nero’ dei rapimenti di figli commessi da un genitore, in genere quello di nazionalità giapponese, dopo la fine di una relazione o di un matrimonio. Ma meno di quattro anni più tardi, nel 2017, la corte suprema giapponese ha decretato che le sottrazioni di minori possono continuare. I tribunali aderiranno formalmente a parole agli ideali della convenzione, ma le visite programmate ai figli sottratti rimarranno difficili o impossibili, gli ordini di restituzione non si potranno far rispettare e i giudici stabiliranno che è meglio per i minori restare in Giappone. I bambini saranno le principali vittime di questi rapimenti”. Nel 2018 il dipartimento di stato statunitense aveva inserito il Giappone tra dodici paesi che “mostravano esempi di inadempienza” ai princìpi della Convenzione dell’Aia. Nel 2019 il parlamento giapponese ha approvato una legge che consente di consegnare un minore al genitore che ne ha ottenuto la custodia anche se l’altro genitore rifiuta di ubbidire all’ordine del tribunale. Riconoscendo gli sforzi del Giappone per migliorare la situazione, Washington ha tolto il paese dalla lista degli inadempienti, esprimendo però preoccupazione per la mancanza di meccanismi in grado di far rispettare la convenzione. “L’inadeguatezza della legge giapponese nel far rispettare i trattati internazionali è parte del problema”, scrive la Nikkei Asian Review.
Recentemente è aumentata la pressione internazionale sulle istituzioni giapponesi perché affrontino la situazione e se, come dice Klaus, “alla pressione esterna se ne aggiunge una interna, le cose potrebbero cambiare”. La società giapponese sta cambiando. Oggi i padri più giovani vogliono passare più tempo con i figli e sono coinvolti in prima persona nella loro crescita ed educazione, mentre in passato la cura dei figli era interamente delegata alle donne.
“Il Giappone deve cambiare!”, dice Ueno, un avvocato che assiste genitori a cui sono stati portati via i figli. Difenderli è diventata la sua missione dato che anche lui ha vissuto la stessa esperienza. Si cominciano a vedere alcuni segni di cambiamento: a giugno del 2018 un gruppo di esperti si è incontrato per discutere di come far rispettare le sentenze dei tribunali. E nel paese si è aperto il dibattito sulla possibilità d’introdurre l’affidamento condiviso. ◆
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Questo articolo è uscito sul numero 1344 di Internazionale, a pagina 46. Compra questo numero | Abbonati