Prologo
Da sempre le persone di montagna sanno che le cose possono succedere all’improvviso. Che i pendii franano, le pietre cadono. Che dopo un lungo inverno possono esserci delle valanghe o dopo forti piogge degli smottamenti. Questi eventi sono parte del paesaggio, come i prati e i boschi. A lungo in montagna valeva anche una seconda certezza: che tante cose non cambiano. Che una montagna resta una montagna per molti secoli.
E allora, che succede quando queste certezze si sbriciolano? Quando qualcosa che ha impiegato migliaia di anni a formarsi si disfa in pochi giorni? Quando gli abitanti dei villaggi montani devono scappare per salvarsi la vita, lasciandosi alle spalle il lascito di intere generazioni?
Cosa minaccia il monte
Chi si spinge nel cuore delle Alpi bernesi, dove il canton Vallese diventa più aspro, s’imbatte nel Lötschental, una valle remota e stretta dove scorre il fiume Lonza, costeggiata da prati verdissimi e boschi di larici. Più in alto, a circa 1.500 metri di altitudine, aggrappato al fianco della montagna sorgeva Blatten. Un villaggio di case di legno stagionato al sole, che per secoli avevano resistito alla durezza degli inverni. Blatten, così sembrava, aveva trovato il suo posto, in un paesaggio che nel complesso non cambiava. Eppure tutto era in movimento.
Se dal paesino si alza la testa non si può fare a meno di vedere il Bietschhorn, il re della valle: quasi quattromila metri di altezza, un imponente monolito di granito. Più a nordovest appare il Kleines Nesthorn, 3.342 metri. Un gigante frantumato, più ghiaione che montagna. I suoi fianchi sono solcati da crepe e fenditure aperte nel corso di milioni di anni. Una montagna che non si è mai davvero stabilizzata. Nell’umida penombra del versante nordovest si trova il ghiacciaio Birch. Il luogo è sotto osservazione da anni. Nella primavera del 2025, le frane si sono fatte più frequenti e sono stati installati molti dispositivi di misurazione.
Poi il gigante si è svegliato. Il 14 maggio 2025 dei grossi massi si sono staccati dal Kleines Nesthorn e sono precipitati sul ghiacciaio, provocando una colata di fango e detriti che si è arrestata solo a cinquecento metri dal fondovalle. Il 17 maggio le autorità hanno trasferito 92 persone dalle zone più a rischio portandole in un luogo sicuro.
La mattina del 19 maggio i geologi hanno lanciato l’allarme: ai restanti trecento abitanti rimanevano due ore di tempo per abbandonare Blatten. Gli ospiti dell’hotel Edelweiss erano ancora seduti ai tavoli della colazione quando la proprietaria, Charlotte Kalbematten, è entrata nella sala: “Fate i bagagli, mettetevi in auto e partite”. Claudia Jaggi, che gestisce una fattoria, è corsa verso la sua stalla e ha portato le mucche a piedi nel paese vicino.
Nove giorni dopo, alle 15.24, il monte è franato. Con un boato simile all’esplosione di una bomba, il ghiacciaio ha ceduto al peso dei detriti caduti dal Kleines Nesthorn. Una valanga di circa nove milioni di metri cubi di roccia, ghiaccio e fango è scivolata per 1.200 metri lungo il pendio a una velocità di duecento chilometri orari.
Ci ha messo quaranta secondi. Quaranta secondi per toccare il fondo della valle.
I detriti si sono abbattuti sulla zona con un boato enorme, hanno travolto Blatten creando sul versante opposto un cumulo alto circa duecento metri. Poi si è alzata una gigantesca nuvola di polvere che ha inghiottito tutto quello che le macerie non avevano già seppellito. Quando la polvere si è diradata, Blatten era scomparso. Quasi il 90 per cento del paese, circa centotrenta edifici e l’antica chiesa, giacevano sotto un fitto strato di detriti e ghiaccio alto fino a trenta metri. C’è stata una sola vittima, un pastore di 64 anni. A quel punto il fiume Lonza, sbarrato dal muro di detriti, ha creato un lago che a poco a poco ha sommerso le case risparmiate dalla frana.
Resta una domanda: cosa è successo esattamente lassù, nel segreto imperscrutabile delle vette?
Cosa trattiene il ghiaccio
A circa quattordici chilometri in linea d’aria da Blatten c’è Kandersteg, a 1.200 metri di altitudine, incastonato nel fondovalle. Con le sue case di legno, i fiori sui davanzali, il tintinnio dei campanacci delle mucche e lo scroscio delle cascate, sembra un vero idillio. Ma otto anni fa, molto al di sopra del villaggio, un pilota di parapendio ha scoperto nuove crepe nella roccia. La cresta dello Spitze Stei era in movimento.
L’intero versante della montagna scivola a poco a poco verso valle. In movimento ci sono fino a venti milioni di metri cubi di roccia, decisamente di più che a Blatten. Oggi il monte è sorvegliato ininterrottamente: potrebbe franare nell’area del lago Oeschinen e, carico di pioggia, provocare una slavina fino al paese che si trova a cinque chilometri di distanza.
Kandersteg non è un caso isolato. L’intero arco alpino è a rischio sbriciolamento: solo nei cantoni Berna, Vallese e Grigioni sono interessate più di centocinquanta pareti rocciose. Al loro interno c’è qualcosa che sta diventando instabile.
Quel qualcosa si chiama permafrost. Ma cos’è esattamente?
“È bene chiarirlo subito”: Robert Kenner, ricercatore specializzato in permafrost all’Istituto per lo studio della neve e delle valanghe di Davos, sorride con fare incoraggiante. È una mattina di febbraio, fuori la neve rasenta il metro d’altezza. Kenner apre il suo portatile. “Il permafrost non è una materia, ma una condizione termica”, dice. Si considera permafrost qualsiasi substrato – terra, detriti o roccia – con una temperatura che rimane per almeno due anni consecutivi a zero o sottozero. Nelle Alpi svizzere questa zona ghiacciata comincia intorno ai 2.500 metri di altitudine e si spinge talvolta all’interno della montagna per centinaia di metri. Circa il 4 per cento del territorio svizzero è ricoperto da permafrost, una percentuale molto maggiore rispetto a quella dei ghiacciai.
Cosa succede sottoterra
In estate solo lo strato più superficiale si disgela brevemente. Tutto il resto è congelato da secoli; nelle vette più alte perfino da millenni.
O meglio: era congelato. Perché il permafrost è a rischio, e la causa è il cambiamento climatico provocato dagli esseri umani. Su questo gli scienziati sono d’accordo. Le misurazioni di lungo periodo nei siti di perforazione svizzeri mostrano che, negli ultimi dieci anni, il substrato ghiacciato a una profondità di dieci metri si è riscaldato in media di 0,8 gradi. Nell’inverno 2024, sul monte Schilthorn, a Berna, per la prima volta il cosiddetto strato di disgelo non si è più ghiacciato.
Kenner, quarant’anni compiuti da poco, è originario di Dresda e ha studiato come topografo. Vive a Davos, ha due figli piccoli e, quando il tempo lo permette, ama arrampicarsi. Riassume prosaicamente la sua quotidianità lavorativa: “Il 97 per cento del tempo sto al computer”.
Analizza le grandi narrazioni catastrofiche con rigorosa serietà, le esagerazioni non sono proprio nelle sue corde. Quando gli si parla della “colla delle montagne”, come i mezzi d’informazione e i politici amano definire il permafrost – quasi che il ghiaccio facesse da cemento per la roccia – Kenner scuote la testa. “Dal punto di vista fisico è un’assurdità”. Nel lungo termine il ghiaccio non ha nessuna proprietà adesiva sulla roccia.
Sotto la lenta ma enorme pressione di una montagna, il ghiaccio si comporta piuttosto in modo “duttile”, “come stucco”. “Se metti per tutta la notte un peso sullo stucco, quello cede”, osserva Kenner. E lo stesso fa il ghiaccio sotto il peso di una montagna: cede. Lentamente, ma cede. Una montagna che pesa milioni di tonnellate e che spinge incessantemente verso valle verrà forse rallentata da un po’ di stucco nelle sue fessure, ma non può essere fermata.
La forza principale è la gravità. La gravità vince sempre. Lo scioglimento del permafrost può determinare se accadrà cent’anni prima o dopo.
Il vero ruolo del permafrost è un altro. Per millenni non è stato un collante, ma un sigillante. Ha sigillato l’interno delle montagne rendendole impermeabili. Ora questa barriera si sta sbriciolando. L’acqua di fusione e quella piovana penetrano nei massicci rocciosi portando con sé due elementi fatali: calore e pressione.
Sullo Spitze Stei di Kandersteg sta succedendo proprio questo. La montagna poggia in parte su uno strato di marna – una roccia tenera, argillosa – che appena entra in contatto con l’acqua perde resistenza. L’acqua di fusione penetra all’interno, la roccia non ha più tenuta e scivola verso valle.
Sullo Spitze Stei la correlazione appare chiara: appena la neve comincia a sciogliersi il massiccio scende più velocemente; quando in inverno diminuisce la quantità d’acqua che penetra nella roccia, la discesa rallenta.
E il riscaldamento climatico? Fa sì che sempre più acqua penetri nella montagna – la neve si scioglie prima, le piogge sono più frequenti, il permafrost si scongela. La montagna riceve esattamente la spinta di cui ha bisogno.
L’interno delle pareti rocciose, spiega Kenner, è fatto di gigantesche colonne di roccia alte fino a sessanta metri e separate da profonde fenditure. Sono collegate solo alla base da stretti ponti di roccia che sostengono tutto il peso. Nel corso dei millenni la gravità trascina queste colonne millimetro dopo millimetro verso valle, una lentissima inclinazione. Con lo scioglimento del permafrost, la montagna è permeabile all’acqua di fusione e alla pioggia, che penetrano nelle fenditure. Quando poi l’acqua gela, si espande come un cuneo. La tensione aumenta, fino a spezzare anche l’ultimo ponte di roccia.
È quello che è successo a Blatten nel maggio del 2025?
Molto probabilmente si tratta di processi che erano in atto da millenni: la gravità, l’acqua, la progressiva erosione della roccia. Di fatto non è possibile affermare con certezza che lo scioglimento del permafrost abbia accelerato il crollo di quella montagna. Ma forse il punto non è concentrarsi sul singolo caso. Le montagne crollano da milioni di anni. Quello che è cambiato di recente è la frequenza.
Se a Kandersteg dovessero cedere venti milioni di metri cubi di roccia, per il paese sarebbe una catastrofe epocale. Per la montagna, invece, si tratterebbe solo di una scossa di assestamento minore.
Circa 3.200 anni fa, il vicino monte Fisistock si spaccò in due. Tra i settecentocinquanta e i novecento milioni di metri cubi di roccia precipitarono a valle con un boato – un volume pari a circa quaranta volte quello che oggi minaccia di staccarsi dallo Spitze Stei.
Passeggiare a Kandersteg oggi significa calpestare uno strato alto circa duecento metri di antichissimi detriti da crollo. I milioni di tonnellate di montagna che adesso sono un rompicapo per le autorità, dal punto di vista geologico sono solo il trascurabile residuo di quell’antica superficie di scorrimento.
“Le montagne”, dice Robert Kenner, “sono sempre crollate. È solo che oggi ci siamo noi a osservarle”.
Cosa rilascia lo scongelamento
Visto da lontano, quello che succede sulle Alpi è solo un lieve tremito. Il vero, enorme sconvolgimento è in atto altrove: in una vasta landa desolata, lontana da qualsiasi sguardo. Eppure per vederlo basta uno schermo a Potsdam, vicino a Berlino.
Lì, all’Istituto Alfred Wegener, lavora Ingmar Nitze. Nitze, 41 anni, è un geografo, anche se gli piace definirsi con una punta d’ironia un “geo-geek”. Oggi analizza le immagini satellitari che provengono dall’Artico, ovvero da un’area che va dalla Siberia e l’Alaska fino all’estremo nord del Canada.
Una triste circostanza accomuna le Alpi e l’Artico: entrambe le regioni si stanno riscaldando a un ritmo più veloce rispetto al resto del pianeta. Le temperature nell’Artico stanno aumentando a una velocità da due a quattro volte superiore rispetto alla media globale.
Una spinta fondamentale viene dal cosiddetto effetto albedo. Neve e ghiaccio riflettono i raggi solari rimandandoli nell’atmosfera. Quando si sciolgono affiorano gli strati scuri sottostanti: la nuda roccia nelle Alpi, il mare aperto nell’Artico. Queste superfici scure assorbono il calore, invece di rimandarlo indietro. Più ghiaccio si scioglie, più calore viene assorbito, e più ghiaccio ancora si scioglie.
Nelle immagini satellitari di Nitze l’Artico appare come una distesa infinita di ghiaccio, acqua e vegetazione incontaminata: i crolli che la Svizzera tanto teme, qui capitano non una, non dieci, ma mille volte più spesso.
Dato che l’occhio umano non è in grado di cogliere queste dimensioni, Nitze e la sua squadra hanno allenato un’intelligenza artificiale a individuare le lacerazioni nel paesaggio polare. In questo modo hanno identificato oltre 43mila frane dovute allo scioglimento del permafrost. Enormi crateri che a volte si estendono per chilometri, versanti che crollano e coste soggette a erosione.
Se in un’estate particolarmente calda lo strato di ghiaccio si fonde più in profondità del solito, collassa verso l’interno creando una ripida scarpata. Da quel momento in poi, il processo si autoalimenta: il sole batte sulla parete scura, il ghiaccio si scioglie più rapidamente e, a ogni estate, il cratere si espande.
Ciò che si crea in questo modo è di una bellezza inquietante. Il caso più estremo si trova in Jacuzia, nel nord est della Russia: il cratere di Batagaika, il più grande cedimento da disgelo della Terra. Si è formato negli anni sessanta, dopo che la zona era stata disboscata e il permafrost era stato esposto al sole. Ora è una voragine lunga circa un chilometro, con pareti alte novanta metri, e ogni anno si espande di altri trenta metri circa. Chi si affaccia sul ciglio osserva una superficie stratificata di ghiaccio puro e terra scura vecchia di 650mila anni.
Quasi tutti questi eventi si verificano lontano dagli insediamenti umani. Solo in rare occasioni lo scioglimento del permafrost minaccia direttamente la nostra specie. Nell’ovest dell’Alaska il villaggio di Newtok sta lentamente sprofondando, divorato dal fango. Ma per quanto drammatica sia la perdita di questi villaggi, il vero problema del permafrost artico non è il cedimento del suolo. È qualcosa di invisibile che affiora silenziosamente dalle fessure: il carbonio.
Viene da chiedersi come si possa dormire sonni tranquilli in queste valli
Per comprendere la gravità del fenomeno occorre guardare molto indietro nel tempo, al pleistocene, decine di migliaia di anni fa. All’epoca l’Artico non era una distesa ghiacciata e desolata, ma un mondo paradossale: gli inverni erano più rigidi di quelli attuali, eppure per via dell’estrema secchezza dell’aria i ghiacciai quasi non si formavano. Le estati invece erano in alcune zone più calde di oggi, tanto da permettere la crescita di un mare sconfinato di erba e piante. Le steppe dei mammut. Cavalli selvatici, bisonti e mammut lanosi si aggiravano per le pianure. Quando morivano, questo materiale organico non si decomponeva. Il vento ci depositava sopra polvere e nuovi strati di sedimenti, mentre il freddo congelava all’istante ogni cosa: fili d’erba, ceppi d’albero e carcasse di animali. Il permafrost ha preservato questo archivio organico per millenni. Oggi si stima che nel permafrost artico siano immagazzinati 1.500 miliardi di tonnellate di carbonio, come in un gigantesco congelatore. È circa il doppio della quantità attualmente presente nell’intera atmosfera terrestre.
E ora è come se avessimo aperto lo sportello del congelatore. È stato il cambiamento climatico provocato dall’attività umana a lasciare la porta aperta. Il ghiaccio si scioglie, il suolo diventa friabile e i batteri rimasti dormienti per millenni si risvegliano. Sono affamati. Si avventano sulla materia biologica scongelata e cominciano a decomporla. Così facendo emettono CO2, proprio come facciamo noi quando mangiamo una mela e il nostro organismo brucia il carbonio che c’è all’interno.
Ma c’è un problema ancora più grande. Quando il ghiaccio si scioglie, l’acqua spesso non defluisce e trasforma il paesaggio in paludi e laghi. In profondità nel fango, sotto la superficie dell’acqua, non c’è ossigeno. Lì entrano in gioco gli archei – minuscoli organismi unicellulari – che producono metano anziché anidride carbonica. Le paludi scongelate cominciano a fermentare e il gas risale in superficie sotto forma di bolle.
Ma per il clima il metano è molto più dannoso della CO2. In un arco di cento anni riscalda l’atmosfera circa trentasei volte di più. Se si considerano solo i prossimi vent’anni – ovvero la fase cruciale in cui l’umanità dovrebbe davvero rallentare il cambiamento climatico – questa differenza arriva addirittura a circa ottanta volte.
Lo scioglimento del permafrost artico contribuisce al riscaldamento globale come un motore che nessuno riesce a spegnere. Gli scienziati parlano di meccanismi di retroazione: i batteri emettono gas, i gas riscaldano la Terra, il calore penetra più in profondità nel suolo, scioglie altro ghiaccio e porta allo scoperto altro cibo per i batteri, che così mangiano di più, producono più emissioni, e la Terra continua a riscaldarsi.
Solo le emissioni generate dalla fusione del permafrost potrebbero far salire la temperatura media globale di 0,29 gradi entro la fine del secolo. Può sembrare poco, ma in un sistema climatico in cui ogni decimo di grado è oggetto di un acceso dibattito scientifico, si tratta di un aumento decisivo.
La cosa più inquietante è che non si può tornare indietro. Anche se domani l’umanità smettesse di bruciare i combustibili fossili, lo scioglimento dell’Artico ormai cominciato non si arresterebbe. Le superfici già scongelate emetteranno CO2 e metano ancora per secoli. Non si può semplicemente richiudere la porta del congelatore.
Cosa risveglia il disgelo
Chi si avventura nelle zone più remote dei monti Brooks, in Alaska, si aspetta d’incontrare una natura incontaminata. Jack Reakoff abita lì da oltre sessant’anni. Lui e sua moglie vivono semplicemente della terra: cacciano, pescano e coltivano un orto. Nel 2017, ha raccontato al Financial Times, si è avvicinato a un ruscello che conosceva bene e ha notato che l’acqua sembrava quasi “succo d’arancia”. Da allora, si è imbattuto sempre più spesso in fiumi simili.
Centinaia di corsi d’acqua un tempo cristallini sono diventati color ruggine: un fenomeno visibile perfino dallo spazio. Il paesaggio artico sembra solcato da vene rossastre. Osservando il fenomeno dalla riva, si potrebbe pensare agli scarichi di una miniera. Ma qui, a nord del circolo polare artico, non ci sono fabbriche. La causa è nella natura.
Alla base c’è un meccanismo noto come drenaggio acido della roccia. Con lo scioglimento del permafrost e dei ghiacciai, l’acqua di disgelo e l’ossigeno penetrano in strati rimasti ghiacciati per millenni. Lì incontrano la pirite, un minerale di bisolfuro di ferro noto anche come “oro degli stolti”. A contatto con acqua e aria, la pirite si ossida e rilascia acido solforico. Questo acido scioglie il ferro e i metalli tossici (come nichel, manganese e alluminio) della roccia, trasportandoli poi nei fiumi. Il ferro inizia letteralmente ad arrugginire in superficie – ecco spiegato il singolare colore dell’acqua.
Per l’ambiente è una sentenza di morte. In alcuni affluenti dell’Alaska sono già scomparsi tutti i pesci. Alle comunità indigene, che da generazioni vivono di pesca, l’acqua arancione sta portando via una parte della loro esistenza.
Ma lo scioglimento del permafrost non libera solo materia morta – acidi tossici, metalli pesanti, gas di vecchia data. C’è anche qualcosa di vivo. A Marsiglia il ricercatore francese Jean-Michel Claverie ha isolato da alcuni campioni di permafrost siberiano dei “virus giganti” risalenti fino a 48.500 anni fa e li ha riattivati in laboratorio. La notizia di “virus zombie” potenzialmente in grado di scatenare la prossima pandemia ha fatto il giro del mondo. Claverie si è affrettato a chiarire che i suoi virus infettano solo le amebe, ma ormai la paura si era diffusa.
Eppure si può vedere il disgelo del mondo microscopico anche sotto una luce completamente diversa. Beat Frey – microbiologo all’Istituto federale di ricerca per la foresta, la neve e il paesaggio a Birmensdorf, nei pressi di Zurigo – liquida la domanda sui “virus killer” siberiani: “Finora non hanno mostrato alcun interesse per gli esseri umani”. Quello che il disgelo del permafrost riporta in superficie non infetta le cellule umane.
Per millenni il permafrost è stato un sigillante. Ora si sta sbriciolando
Se si va a trovarlo nel seminterrato dell’istituto, Frey non appare affatto come un profeta dell’apocalisse. È un uomo pragmatico. La sua carriera scientifica è cominciata con la ricerca sul campo: da agronomo ha trascorso anni nelle pianure a studiare la crescita congiunta di trifoglio e mais, e il modo in cui batteri e funghi fertilizzano naturalmente il terreno.
Poi, a cavallo del nuovo millennio, nel settore della ricerca fecero il loro ingresso nuove tecniche di analisi del dna. Per Frey fu una folgorazione: di colpo in un solo grammo di terreno si potevano individuare migliaia di specie sconosciute. Si rese conto che il suolo sotto i nostri piedi non è fatto semplicemente di “terra, chimica e fisica”, ma è un universo biologico ancora da esplorare. Il desiderio di scoperta lo spinse a lasciare le pianure per avventurarsi negli ambienti estremi.
A tremila metri di altitudine, raccogliere campioni richiede un certo sforzo fisico. Frey si è fatto trasportare in elicottero e, munito di pala e piccozza, ha scavato per ore il terreno roccioso nell’aria rarefatta dell’alta quota, facendo attenzione a mantenere tutto pulito e sterile per non contaminare i ghiacci preistorici con i batteri moderni. Ed è così che, in un certo senso, ha trovato dei viaggiatori nel tempo.
Se ci chiedessero quali sono gli organismi più longevi della Terra, forse penseremmo alle tartarughe giganti o agli alberi millenari. Ma i veri matusalemme del nostro pianeta sono invisibili. La biogeochimica statunitense Karen G. Lloyd ha trovato un bel nome per i microrganismi che riposano nelle profondità della crosta terrestre, nei fondali oceanici o nel permafrost: eonofili, ovvero “amanti degli eoni”. Nei campioni di Frey c’erano batteri e funghi rimasti intrappolati nel suolo ghiacciato per dodicimila anni. A temperature appena inferiori allo zero, non gli servono né ossigeno né luce solare. Ricavano energia dall’idrogeno o dal monossido di carbonio, rallentano il metabolismo fino a un minimo appena misurabile e scivolano in un sonno che può durare millenni.
Quando il terreno si scongela, si risvegliano. Molti non sopravvivono all’esposizione alla luce e al calore. Ma quelli che riescono ad adattarsi cominciano una durissima lotta per le poche sostanze nutritive disponibili nel fango. Per eliminare i concorrenti, questi antichissimi microbi hanno sviluppato le loro “armi” chimiche: gli antibiotici.
Per preservare la sua collezione, Frey ha creato una biobanca di microbi praticamente unica al mondo. Circa 1.500 colture isolate dal permafrost sono conservate in congelatori a meno 80 gradi.
Due scoperte sono particolarmente significative. La prima riguarda la plastica. Alcuni dei microbi raccolti da Frey possiedono enzimi capaci di degradare il carbonio rimasto intrappolato per millenni. Test di laboratorio hanno rivelato che quasi trenta di questi ceppi sono in grado di decomporre anche polimeri sintetici. Il vantaggio fondamentale è la loro capacità di agire a basse temperature. Un giorno gli enzimi dei microbi alpini potrebbero degradare la plastica con incredibile efficienza. La seconda scoperta potrebbe rivoluzionare la medicina. Frey ha individuato un “super-ceppo”: coltivando su una piastra di Petri questo batterio del passato, si può osservare a occhio nudo la sua capacità di inibire la crescita di funghi contemporanei. Dato che questi organismi sono vissuti isolati dalla civiltà per millenni, producono composti difensivi contro i quali i patogeni di oggi non hanno ancora sviluppato una resistenza.
Se molti guardano con preoccupazione ai virus zombie, Beat Frey spera che nelle profondità rocciose delle Alpi svizzere si nasconda la prossima penicillina.
A ogni modo è improbabile che sia lui a scoprirla di persona: a fine ottobre andrà in pensione. “È un po’ frustrante”, ammette. Soprattutto è preoccupato per la sorte della sua biobanca. Nella scienza vige una regola non scritta piuttosto crudele: quando un ricercatore se ne va, spesso il suo materiale viene semplicemente buttato via. E così anche le colture di Frey rischiano di morire affamate. Per salvare i suoi 1.500 microbi, sta trattando con il Microbiota Vault, un deposito globale di microrganismi, nella speranza che i campioni siano conservati per le prossime generazioni di ricercatori.
Nel 2013 si occupò di una perforazione nello Schafberg, in Engadina: incontrò il permafrost intatto a una profondità di 1,6 metri. Oggi, nello stesso punto, bisognerebbe scavare fino a tre metri. Il suolo ghiacciato arretra. Il tempo congelato che Frey custodisce con tanta cura rischia letteralmente di scivolargli tra le mani.
Cosa verrà dopo
Cosa ci attende nelle Alpi? Per capirlo, bisogna andare dall’uomo con cui tutto è cominciato: Wilfried Haeberli, oggi quasi ottantenne, professore emerito di geografia a Zurigo. Quando nei primi anni settanta salì in alta quota per la sua tesi di dottorato, lo fece anche per ragioni personali: era alpinista e voleva lavorare al di sopra del limite della vegetazione arborea, non tra gli alberi a bassa quota.
Haeberli ha contribuito a creare la prima rete di monitoraggio del permafrost montano, rendendo la Svizzera il paese più avanzato nel settore. E oggi lancia un monito. I dati che abbiamo, afferma, bastano a farci capire cosa ci aspetta.
Tra il 1900 e il 1980 sulle Alpi si sono verificati cinque crolli di enormi masse rocciose sopra i duemila metri – in media uno ogni quindici anni. Tra il 1980 e il 2000 se ne sono registrati altri quattro, ovvero uno ogni cinque anni. Dall’inizio del nuovo millennio ce ne sono già stati otto: un crollo ogni tre anni. “Se la tendenza dovesse continuare così”, afferma Haeberli, “a breve ci saranno crolli ogni anno”.
La topografia e le formazioni rocciose cambiano nel corso dei millenni, non possono essere la causa di un’intensificazione diventata evidente solo negli ultimi quarant’anni. L’unico fattore ad aver subìto un cambiamento drastico è il clima. E la tendenza non è facilmente reversibile. Anche se oggi l’umanità cominciasse a ridurre le emissioni di gas serra, alle montagne servirebbero decenni per smettere di riscaldarsi – e verosimilmente secoli per tornare alle temperature di prima. La trasformazione delle nostre vette è un destino ormai segnato per le generazioni future.
E la caduta di massi sulle abitazioni non è nemmeno lo scenario peggiore. Un rischio molto più serio è legato a fenomeni ancora più complessi.
La mattina del 3 ottobre 2023, gli abitanti del Sikkim, un piccolo stato indiano sull’Himalaya, si sono svegliati ignari di quanto stava per succedere. Quella giornata avrebbe cambiato per sempre la regione, dimostrando esattamente cosa intende Haeberli con l’espressione “processo a cascata”.
Qualche anno prima un ghiacciaio aveva lentamente perso massa, dando forma a un nuovo lago: il South Lhonak, circondato da gigantesche creste moreniche costituite per due terzi da ghiaccio puro. Ma poi su quel ripido pendio il permafrost è diventato instabile e circa quindici milioni di metri cubi di detriti e ghiaccio – più che a Blatten – sono caduti nell’acqua.
Quando una massa simile precipita in un lago, non si limita a spostare l’acqua: spinge in avanti l’intera massa lacustre con forza inaudita, generando uno tsunami in alta montagna. L’onda di piena ha travolto la valle, trascinando con sé enormi quantità di detriti e raggiungendo un volume di oltre 300 milioni di metri cubi. Circa sessanta chilometri più a valle, si è abbattuta sulla diga Teesta III, una centrale idroelettrica da 1.200 megawatt. L’onda ha distrutto la diga e l’intero contenuto del bacino si è riversato nell’onda di piena. Villaggi spazzati via, strade distrutte: più di cento persone hanno perso la vita.
La cosa più triste è che tutto ciò poteva essere previsto ed evitato. Anni prima alcuni ricercatori svizzeri avevano messo in guardia sulla possibilità di una simile catastrofe proprio in quella località.
Eppure è difficile accettare queste realtà. Nel Vallese, dopo il disastro, era quasi impossibile parlare di “cambiamento climatico”. Un documento cantonale individua ottantanove siti minacciati dallo scioglimento del permafrost, tra cui insediamenti, strade e bacini idrici. Se si prende sul serio la faccenda, viene da chiedersi come si possa dormire sonni tranquilli in queste valli.
Per Haeberli il disastro del Sikkim è un modello di riferimento per l’enorme pericolo che incombe sulle Alpi. Anche qui la fusione dei ghiacciai sta facendo nascere molti nuovi laghi ai piedi delle montagne. E, contemporaneamente, più in alto lo scioglimento del permafrost compromette la stabilità dei pendii. È probabile che in un prossimo futuro s’inneschino simili “trappole da tsunami”.
Epilogo
Le montagne sono le stesse di sempre. E anche le valli. Le case di legno sono ancora lì, i campanacci delle mucche continuano a risuonare, le cascate compiono i loro balzi dalle pareti rocciose.
Ma qualcosa è cambiato, per sempre. Le vette alpine si disgelano, il suolo artico emette il carbonio conservato da millenni, i torrenti si tingono di ruggine, dai ghiacciai nascono laghi e i villaggi sprofondano nel fango. Abbiamo tutti gli strumenti per misurare ciò che succede. Possiamo lanciare allarmi, evacuare, contenere e mettere in sicurezza. Siamo più preparati che mai.
Quando a Blatten è stato emanato l’ordine di evacuazione, un’albergatrice ha dovuto lasciare in fretta il suo hotel, come tutti. Eppure ha trovato il tempo di chiudere con cura tutte le persiane. Semplicemente non riusciva a capacitarsi della portata della distruzione. Nella sua testa, un giorno sarebbe tornata a casa.
Le Alpi hanno perso il loro equilibrio. Ma ai nostri occhi continuano ad apparire come il paesaggio intatto di sempre. ◆ nv
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Questo articolo è uscito sul numero 1671 di Internazionale, a pagina 52. Compra questo numero | Abbonati