Santa Teresa d’Avila non è stata la sola tra le donne (o, in generale, tra mistici e filosofi) ad aver riflettuto sul legame tra amore sessuale e amore divino. Platone vedeva nell’eros terreno un riflesso del nostro desiderio per il vero e il bene. Ildegarda di Bingen, badessa tedesca del dodicesimo secolo, parla di una “sensazione di calore nel cervello di una donna”. Usando il termine viriditas (“verdezza” in latino, o fertilità), Ildegarda descrive il divino come fonte di fecondità e vita, “la forza verdeggiante di Dio” in contrasto con la sterile aridità (ariditas). Eppure, come ricorda Melissa Febos nel suo filosoficamente ricco e profondamente sensuale Dry season, spesso le nostre vite erotiche rendono il mondo più arido che verde. Il libro esplora l’anno di castità di Febos: un tentativo di rinunciare non solo al sesso ma anche agli appuntamenti e perfino al flirt. E cerca di capire cosa dovrebbe essere il sesso e cosa, troppo spesso, è in realtà. Nella sua forma peggiore, suggerisce l’autrice, diventa un meccanismo di controllo. Febos non appartiene a una confessione religiosa formale. Ma Dry season non è tanto un libro sul sesso o sull’amore quanto sulla fede o, almeno, sulla fame di fede. Questa fame, sottolinea Febos, non deve necessariamente sfociare in una pratica religiosa tradizionale o codificata. Tuttavia il linguaggio del desiderio spirituale può comunque aiutarci a comprendere l’origine del desiderio e, forse, il suo oggetto ultimo.
Tara Isabella Burton, The Wall Street Journal
Clara Usón dedica Le belve “a coloro che dubitano”, ed è già una dichiarazione d’intenti: la finzione come territorio per esplorare l’incertezza, approfondire le contraddizioni e la complessità delle cose, per immergerci nella densità della storia e del comportamento umano. Nonostante il marketing della casa editrice faccia ruotare il libro intorno alla “sanguinaria militante dell’Eta Idoia López Riaño”, la protagonista non è lei, ma Miren, personaggio di finzione attraverso cui si intrecciano tutti i fili narrativi. Le belve ha due trame: da una parte la vita di Miren, narrata da una terza persona onnisciente; dall’altra il monologo di María Ortega, una donna che, per motivi che s’intuiscono via via che il romanzo procede, è ossessionata da Idoia López Riaño e dalle attività dell’Eta e dei Gal (i cosiddetti gruppi antiterroristi di liberazione). Il monologo di María si mescola con la voce della terrorista e con quella di Amadeo, un poliziotto legato ai Gal. Clara Usón intreccia con finezza e maestria le due trame, fino a farle convergere in un finale magnifico in cui dispiega tutta la sua intelligenza narrativa. Il punto debole del romanzo è la voce fittizia di López Riaño, e la costruzione del suo personaggio attraverso María non aggiunge molto a quanto già noto. L’immagine che ne rimane è quella un po’ stereotipata di una narcisista crudele che non si è realmente pentita dei suoi crimini. Le belve è un ottimo romanzo. Non perché tratti della “sanguinaria militante dell’Eta”, detta la tigre, ma nonostante questo. Edurne Portela, El País
La vita, quella vera, comincia il venerdì. Il resto del tempo, per Victoire, protagonista del primo romanzo di Mathilde Henzelin, si riduce a un insopportabile gioco di ruolo. Assistente in un’agenzia di comunicazione, la ragazza detesta la conformità della gente comune che va al lavoro e apre ogni giorno i propri tupper-ware in ufficio sognando viaggi low cost o elettrodomestici all’ultimo grido. Una quotidianità che Victoire e i suoi amici dimenticano ogni fine settimana, in feste interminabili in cui non conta più nulla se non “la droga, la droga e nient’altro che la droga”. Da un club all’altro fino agli after, mettono il loro rapporto con la realtà nelle mani di spacciatori di cocaina, ketamina, mdma, ecstasy, erba o ghb, prima di tornare a fingere una vita normale. È questa esistenza, polarizzata fino alla follia, che descrive Le ore piccole, un romanzo furioso e affascinante. In otto momenti della vita di Victoire, tra i 25 e i 30 anni (un rave gioioso a Berlino, una giornata di lavoro interminabile o un viaggio in metro allucinato dopo una notte in bianco), Mathilde Henzelin, 34 anni, traccia il ritratto intransigente di millennial alla deriva, sullo sfondo di un’angoscia economica, digitale ed ecologica. Mette in scena questo vuoto con una lingua inventiva, che mescola gergo da tossicodipendenti, lessico giovanile e metafore poetiche, indicando con precisione i vicoli ciechi in cui si smarriscono i suoi personaggi.
Virginie François, Le Monde
Sono un duo improbabile: Jada è un piccolo criminale che vive alla giornata in un angusto palazzone e non ricorda nemmeno quanti figli ha. Dan è un produttore televisivo, con una Tesla parcheggiata davanti alla sua villa, che dopo cinque anni di tentativi e sei cicli di fecondazione assistita sta per avere il suo primo figlio. I due s’incontrano fuori dalle porte scorrevoli del Queen Elizabeth university hospital di Glasgow, dove Dan prende boccate d’aria fredda mentre cerca di fare i conti con la meraviglia e il terrore della paternità, e Jada si concede una sigaretta al volo. Dan osserva gli occhi vigili di Jada e il suo abbigliamento sportivo fuori stagione; Jada nota il Rolex di Dan e calcola quanto tempo gli servirebbe per metterlo al tappeto. Si ritrovano qualche giorno dopo in ascensore, gettando i semi di una relazione che rivelerà ciò che li divide e ciò che condividono, fino a un climax fatto di affinità e tradimento.
James Smart, The Guardian
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