In Memory almost full (2007), Paul McCartney appariva divertito, disorientato e perfino irritato nel ripercorrere la propria vita sotto i riflettori. Il nuovo album, The boys of Dungeon lane, promette di raccontare “la storia prima della storia”, ma finisce spesso per riproporre ricordi già noti e formule collaudate. In Come inside canta che tutta la sua vita è “un libro aperto”, ma i racconti che emergono – il viaggio in autostop con George Harrison o le session di scrittura con John Lennon – risultano ormai consumati dal tempo. Non mancano riferimenti a Liverpool, agli autobus cittadini e al jazz della big band del padre, ma raramente raggiungono la forza evocativa di classici come Penny Lane. Il momento migliore arriva nei primi trenta secondi: un’introduzione parlata, accompagnata da accordi di chitarra essenziali, sorprendentemente fresca. Nei passaggi meno riusciti, invece, il disco sembra un McCartney ottimizzato per l’algoritmo, tra canzoni d’amore generiche e richiami ai Beatles pensati per alimentare nostalgia e contenuti social. Musicalmente ricorda McCartney III, ma con meno personalità. La produzione di Andrew Watt leviga troppo il materiale, oscurando la capacità di McCartney di costruire melodie memorabili con una chitarra acustica. Qua e là emergono lampi del suo talento, ma i testi si risolvono spesso in rassicuranti banalità. Per un artista dalla storia così straordinaria, un album dedicato al passato avrebbe potuto essere più incisivo. Purtroppo, il risultato non è indimenticabile.
Tom Rainbow, The Line of Best Fit
Kurt Vile ha concepito questo album come se fosse l’ultimo. Vista la rilassata dedizione che ha dimostrato finora, l’annuncio di pensionamento non convince. Tuttavia, se si trattasse dell’ultimo lavoro, completerebbe perfettamente la sua discografia. Philadelphia’s been good to me è una lettera d’amore alla sua città natale. In 99 bpm troviamo ironia e premura; per la maggior parte del tempo il ritmo è rilassato, se non per qualche episodio rock. Vile trova spazio anche per atmosfere più sperimentali (Red room dub) e morbidi momenti strumentali (Piano for Sarah). La chiave non è solo la complessità ingannevole del suo stile chitarristico, ormai un marchio, ma anche la sicurezza della voce, carica di una verve insolita. Potremmo dire che ci sia un pizzico di autoindulgenza nei dieci minuti di 99th song, un ritratto onirico legato alla sua quotidianità nella città; per fortuna è anche il brano migliore del disco.
Joe Goggins, Diy
Das Mirakel (Il miracolo) nacque dalla collaborazione di tre importanti creatori: il librettista Karl Vollmöller, oggi ricordato come cosceneggiatore dell’Angelo azzurro, il produttore e regista teatrale e cinematografico Max Reinhardt, la più grande star dell’epoca nel suo campo, ed Engelbert Humperdinck, famoso soprattutto come autore dell’opera Hänsel e Gretel. Pantomima in due atti e un intermezzo per coro e orchestra, fu un progetto follemente ambizioso: più di duemila interpreti tra cantanti, ballerini e comparse, un coro di 150 voci e un’orchestra di duecento musicisti. Riscosse un successo formidabile. Narra le tribolazioni di Megildis, una monaca che tentata da un cavaliere abbandona il convento per condurre una vita mondana. Una statua della Vergine prenderà vita per occupare il suo posto fino a quando lei, pentita e perdonata, tornerà alla sua vocazione. Questo album non ha i dialoghi, ma quel che è importante è che ci offre 89 minuti del miglior Humperdinck, serviti benissimo da Steffen Tast e i suoi coro e orchestra berlinesi. L’abilità di Humperdinck nel passare da una sobria atmosfera religiosa alla sensualità di brani come La danza della torcia è ammirevole. E la sua straordinaria inventiva melodica non delude mai.
Juan Manuel Viana, Scherzo
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