Ha fatto bene Francesco De Gregori a dire che non ha niente da dire su Gaza e che non capisce chi invece vuole dire la sua? I social media hanno l’enorme potere di amplificare ogni presa di posizione, in particolare quelle più estreme. Sono anche gratificanti, con i loro like, e trasformano quello che potrebbe somigliare a un dibattito pubblico in un disordinato incontro di wrestling, con la folla inferocita che tifa per l’uno o per l’altro e che preme per salire a sua volta sul ring. Le discussioni diventano una forma di intrattenimento. Ma non è una novità.

Prima ancora dei social media, dove gli spettatori hanno un ruolo attivo con i like e i commenti, ci sono stati i talk show televisivi con il loro pubblico di tifosi. E si potrebbe risalire indietro nel tempo, passando (solo per citare alcuni precedenti illustri) dai dibattiti tra Abraham Lincoln e Stephen Douglas sulla schiavitù (sette incontri ognuno di tre ore e davanti a grandi folle che interrompevano e urlavano) o le dispute quodlibetali di epoca medievale nelle università di Parigi, Bologna o Oxford.

E prima ancora: nel quinto secolo avanti Cristo i sofisti non insegnavano forse l’arte di argomentare e persuadere? E quando in una seduta del senato romano, siamo nel 63 avanti Cristo, Cicerone si alza e chiede a Catilina fino a quando abuserà della sua pazienza, non sta forse drammatizzando il dibattito e cercando di coinvolgere il pubblico?

Ma tornando a De Gregori, qual è il ruolo degli intellettuali oggi? Quale dovrebbe essere la loro funzione nel dibattito pubblico? Finora le parole più condivisibili sembra averle dette Zerocalcare: “Se c’è una persona che ha una voce pubblica e la usa per dire cose importanti sono contento, ma obbligare a intervenire chi non se la sente o lo fa solo per avere il plauso dei like non è una cosa che fa bene neppure alla causa stessa”. ◆

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1668 di Internazionale, a pagina 5. Compra questo numero | Abbonati