La voce narrante qui è principalmente quella di Ella Camposanto, una scrittrice divorziata che va in Sicilia insieme alla figlia dodicenne Manuela mentre lavora a un nuovo libro. La bambina chiede alla madre se il prossimo romanzo potrà avere una struttura semplice, con un principio, una metà e una fine. Considerando che i libri della scrittrice – molto “alla Luiselli”, fatti di collage di poesia, fotografia e materiali eterogenei – tendono a sfuggire alle forme tradizionali, sembra una richiesta difficile da soddisfare. Eppure questo romanzo in gran parte ci riuscirà. Madre e figlia devono restituire un piccolo mosaico raffigurante il dio Proteo alla villa antica da cui la nonna di Ella potrebbe averlo sottratto. Intanto l’Etna è in eruzione e minaccia di provocare incendi. Ma l’esistenza di una missione e di un pericolo concreto non costringe Luiselli in una struttura narrativa convenzionale. La narrazione intreccia infatti testi dell’antichità greca e romana per interrogarsi sulla natura instabile dell’essere umano. Proteo, divinità del mare in perpetua trasformazione, è una figura centrale; altrettanto importanti sono le Metamorfosi di Ovidio e gli scritti di Plinio il Giovane dedicati all’eruzione del Vesuvio. Luiselli, scrittrice messicano-statunitense, ha fatto dello sradicamento il suo grande tema. Il cambiamento di scenario non modifica la sua riflessione; al contrario, rafforza la sua idea che le migrazioni siano un’occasione per ripensare le nostre identità e le nostre relazioni.
Kirkus Reviews
La vecchia nuvola fluttuante ha un argomento più convenzionale rispetto ai racconti più sperimentali della scrittrice cinese Can Xue (nata nel 1953): una relazione amorosa tra vicini di casa e il conseguente peggioramento della posizione lavorativa dell’uomo. I personaggi possiedono una psicologia riconoscibile e legami familiari ben definiti. Ma Can Xue spinge questi elementi verso il bestiale e il favoloso. L’autrice possiede una straordinaria abilità nel costruire metafore iterative, che si sviluppano e si trasformano nel corso del racconto: spioncini nei muri, mosche morte nella ciotola del riso… A volte ricorda una pittrice visionaria, intenta a tracciare figure deformate su un paesaggio inquietante; altre volte si confronta con i grandi maestri novecenteschi che hanno saputo dare significato alla decomposizione e al decadimento, soprattutto Kafka, perché anche lei crea un linguaggio di immagini nuovo a partire da un mondo che sembra irrimediabilmente malato. Il suo sarcasmo può essere feroce e irresistibile, ma è sempre inserita in situazioni ancora più divertenti per la loro stranezza. Le sue descrizioni hanno una fisicità al limite del disgustoso, tuttavia riguardano personaggi che sembrano quasi privi di corpo. L’arte che nasce da condizioni difficili viene talvolta definita “un miracolo”. Nel caso di Can Xue il termine si adatta tanto all’opera quanto al fatto che sia riuscita ad arrivare alla pubblicazione in Cina.
John Domini, The New York Times (1991)
Questo romanzo si apre con una scena domestica perfetta, immersa nell’atmosfera dorata di un’estate della metà degli anni settanta. Ellis Samuelson, il figlio più dolce e intelligente che dei genitori possano desiderare, si è appena diplomato e parte per un viaggio in auto di una settimana con alcuni amici. I primi segnali di qualcosa che non va arrivano quando gli amici tornano a casa e dicono che Ellis ha deciso di restare via ancora qualche giorno. A quanto pare ha conosciuto una ragazza su una spiaggia vicino a Santa Cruz. Passa altro tempo. Ellis non si presenta al lavoro come animatore in un campeggio, ma alcune cartoline suggeriscono che si stia divertendo lavorando in una gelateria. “Sono felicissimo qui”, scrive. “Quindi non preoccupatevi”. Sib, la madre, non è convinta. Quando scopre che Ellis si è stabilito in un posto chiamato Bug Hollow, fa salire tutti sul furgoncino Volkswagen di famiglia, cane compreso, e parte per riportare a casa il figlio ribelle. Nelle pagine successive Huneven riesce a farci sentire a nostro agio per poi scuoterci violentemente, anni dopo o a migliaia di chilometri di distanza. La famiglia che all’inizio sembrava così compatta e autosufficiente lascia spazio a vicende individuali che si sfiorano e si scontrano secondo traiettorie oblique. Non è disorientante, è illuminante.
Ron Charles, The Washington Post
Nel 2017 Adèle Yon, sorprendente autrice nata nel 1994 (allieva dell’École normale supérieure, insegnante, scrittrice e cuoca), intraprende una ricerca universitaria sul tema del doppio femminile fantasma nel cinema. Da quel lavoro nasce il suo primo libro, Il mio vero nome è Elisabeth. Nello stesso periodo, in un inquietante gioco di specchi tra finzione cinematografica e memoria personale, Yon viene risucchiata da un dramma familiare: la storia a lungo taciuta di un’antenata considerata pazza, la cui sola evocazione basta a inquietare tutte le giovani donne della famiglia. Questa donna è la sua bisnonna Elisabeth, detta Betsy (1916-1990). Il mio vero nome è Elisabeth è un libro ibrido che mescola inchiesta, documenti d’archivio, racconto autobiografico, saggio e road movie. Più di trent’anni dopo la morte di Betsy, per restituirle un corpo e una storia, la voce vibrante e indignata di Adèle Yon fa a pezzi il romanzo familiare e infrange i silenzi.
Amaury da Cunha, Le Monde
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