Angel down, il fragoroso romanzo di guerra di Daniel Kraus e premio Pulitzer per la narrativa 2026, comincia a metà di una frase e nel bel mezzo di una battaglia, mentre il protagonista si rialza inspiegabilmente da una situazione in cui avrebbe dovuto trovare morte certa. Tutto il libro è un’unica, lunghissima frase che divaga, scarta e cambia direzione per trecento pagine vertiginose, insanguinate e stupefacenti. Abbiamo definito Angel down un romanzo di guerra, ma in realtà è un romanzo di guerra quanto Moby Dick è un manuale di pesca. È ambientato durante l’offensiva della Mosa-Argonne, durante la prima guerra mondiale, ma è anche un ottimo esempio di narrativa fantastica. Un angelo è stato scaraventato giù dal cielo dal tumulto della guerra ed è rimasto impigliato nel filo spinato. A salvarlo è un reparto di soldati americani guidato da Cyril Bagger, cinico truffatore del midwest che ha tentato senza successo di sottrarsi alla leva. Bagger cercherà di portare l’angelo al sicuro attraversando la terra di nessuno. Tra la putrefazione e l’orrore corre una feroce satira della guerra che ricorda Comma 22 e Il dottor Stranamore. Ma il vero centro umano della storia è l’affetto di Bagger per Arno, un soldato adolescente che cerca disperatamente di proteggere. Il finale è folgorante, anche se non è chiaro se si possa davvero dire concluso un libro che termina con una virgola anziché con un punto. La guerra continua e purtroppo ne seguiranno altre.
Ben H. Winters, The New York Times
Con Encabanée, Sauvagines e Bivouac, una trilogia ambientata nei boschi del Kamouraska, il pubblico ha scoperto la scrittura di Gabrielle Filteau-Chiba, attraversata da un sommesso senso di rivolta ambientalista. Nelle Riforestatrici la scrittrice esplora nuovi territori, ma il messaggio non cambia: per salvare il pianeta (e noi stessi) non possiamo più ignorare che l’essere umano fa parte di qualcosa di più grande, di un ecosistema di cui potrebbe essere il custode benevolo. È bello, ma anche terribile, perché nel futuro fin troppo prossimo del romanzo gli esseri umani hanno chiaramente fallito. A Sainte-Foy, Thalie, quindici anni, vive circondata dalle mura della città da cui nessuno può uscire senza autorizzazione; gli alberi sono stati sostituiti da sensori di CO2 e i droni sorvegliano ogni movimento. Al di là del muro ci sono devastazione, anarchia e pericolo. Almeno, così si dice. Ogni primavera sua madre Sandrine parte in missione per riforestare il nord. Questa volta Thalie può accompagnarla e scopre una comunità di infaticabili piantatrici di alberi che, lontano dalla civiltà, ha creato una vera sorellanza e un legame intimo con la natura che cerca di riportare in vita. La femminilità diventa la depositaria di saperi ancestrali, custode di Gaia. Con abilità, nel finale Filteau-Chiba cambia narratrice, abbandonando il racconto di formazione per aprire una nuova prospettiva, mentre cresce la suspense ed emergono le radici profonde che legano tutti i personaggi.
Iris Gagnon-Paradis, La Presse
Tomoko ha perso il padre quando aveva sei anni. Ora che ne ha dodici, trascorrerà un anno ad Ashiya, nella bella casa della sorella di sua madre, mentre quest’ultima torna a studiare sartoria. La marcia di Mina è ambientato nel 1972, quando la stessa Yoko Ogawa aveva dieci anni, e tutto il romanzo è pervaso da un’atmosfera di nostalgia particolarmente intima e struggente. Ad Ashiya, Tomoko incontra una famiglia che non conosce: lo zio, affascinante, per metà tedesco, la zia, l’ottantatreenne nonna Rosa e soprattutto la cugina Mina, di un anno più giovane. Fragile, asmatica e isolata, Mina diventerà la sua migliore amica. E c’è Pochiko, l’animale domestico di famiglia: un ippopotamo pigmeo che ogni giorno porta Mina a scuola sulla schiena. Ma La marcia di Mina è molto meno stravagante di quanto si possa pensare. È un bellissimo romanzo di formazione raccontato dalla prospettiva di un’adulta. Mina, lettrice vorace e precoce, inventa anche storie che scrive di nascosto dentro scatole di fiammiferi conservate sotto il letto. In qualche modo è anche un romanzo di formazione del Giappone, ambientato nel periodo in cui il miracolo economico sta per finire.
Alison Fincher, Asian Review of Books
Franz Bartelt si è imposto nel panorama letterario per il gusto dell’eccesso. E con Il femore di Rimbaud non si smentisce. Fedele alle sue Ardenne, ambienta la storia a Larcheville, anagramma di Charleville, e rende omaggio a Rimbaud fin dall’epigrafe. Majésu Monroe è un rigattiere convinto di possedere “la meraviglia assoluta”. Noème Parker è una cliente di cui s’innamora. Grazie al suo talento di oratore Majésu si trasforma in un camaleonte, adattandosi alle fantasie dell’amata. Ma Noème è in rivolta contro i genitori borghesi e trama un complotto, contando sul futuro marito per metterlo in atto. Majésu arriverà davvero a esaudire il desiderio della moglie di liquidare i suoi genitori? Tutta l’arte di Bartelt consiste nell’accompagnare questo racconto rocambolesco con uno sguardo affilato sui vizi della società, prendendo di mira università, banche, corruzione e giustizia. Come il suo protagonista, possiede un’erudizione insospettabile e dissemina il romanzo di riferimenti a Hugo, La Fontaine, Balzac e Verlaine. La sua scrittura procede per esagerazioni, ossimori e immagini, senza mai rinunciare all’ironia.
Nadine Doyen, Traversées
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