“Chișinău è una città di contrasti”, dice Sașa, un ragazzo con un berretto da baseball, mentre chiacchieriamo, tra una sigaretta e l’altra, davanti a un decaffeinato nel centro culturale Casa Zemstvei. La frase suona come un cliché, ma camminando per la capitale della Moldova, che conta 720mila abitanti, mi torna alla mente più volte.
Nel centro di Chișinău ci sono case basse di legno, davanti a cui s’incontrano persone impegnate a lavorare con martello e pennello. Gli ampi viali, percorsi da colonne di automobili e filobus blu e bianchi, sono fiancheggiate da maestosi edifici brutalisti e da palazzi in pietra calcarea con rilievi neoclassici. A pochi isolati di distanza ci si ritrova invece in mezzo a vie dissestate e in pessime condizioni, lungo le quali sono parcheggiate decine di auto.
Quando visito il paese la primavera è alle porte. Nei numerosi parchi cittadini, con gli alberi ancora spogli dopo l’inverno, brillano i fiori gialli dei maggiociondoli. Sul marciapiede ci sono donne anziane con la testa avvolta in scialli a fiori: per qualche leu vendono mazzetti di narcisi, piccoli cactus e rigogliosi mazzi di cipolle fresche. A poca distanza le insegne luminose dei negozi, dei caffè e dei ristoranti “all’europea” attirano i passanti.
“Chișinău ti sembra una città europea o sovietica? Qualche tempo fa sono venuti a trovarmi degli amici e mi hanno detto che era una città europea. La cosa mi ha riempito d’orgoglio”: è una frase che ho sentito più volte e in diverse varianti.
Sfiorati dalla guerra
Dall’invasione russa dell’Ucraina nel 2022 il dibattito pubblico moldavo è dominato dalla geopolitica. Molti temevano che se l’Ucraina fosse caduta sarebbe subito toccato alla Moldova, quasi venti volte più piccola. Le cose non sono andate così, ma gli effetti della guerra si fanno comunque sentire. A marzo il governo ha dichiarato lo stato di emergenza a causa dell’inquinamento del fiume Dnestr causato da un attacco russo a una centrale idroelettrica ucraina. Il paese soffre anche per le interruzioni di corrente causate dai bombardamenti russi alle infrastrutture ucraine. Per non parlare della crisi economica e dell’inflazione: fino a poco fa la Russia era uno sbocco fondamentale per le esportazioni agricole moldave.
L’Unione europea ha deciso di aprire i negoziati di adesione con Chișinău nel dicembre 2023. Mentre per la Macedonia del Nord e la Serbia, ufficialmente candidate da diversi anni, l’ingresso in tempi brevi sembra improbabile, il governo moldavo sta rapidamente adottando tutte le riforme richieste da Bruxelles e spera di siglare il trattato di adesione entro il 2030.
L’impegno per l’integrazione europea è stato confermato da due votazioni che si sono tenute il 20 ottobre 2024: il referendum che ha inserito nella costituzione moldava l’obiettivo dell’ingresso nell’Ue e le elezioni presidenziali, vinte per la seconda volta consecutiva da Maia Sandu di Azione e solidarietà, il partito liberale di centrodestra al governo dal 2020. Entrambe le consultazioni, tuttavia, avrebbero avuto un esito diverso se non fosse stato per i voti della diaspora, che conta all’incirca un milione di persone.
La Moldova è uno dei paesi che si stanno spopolando più rapidamente al mondo. Nel 1991 aveva quasi quattro milioni e mezzo di abitanti, oggi meno di tre milioni: un bambino su cinque cresce con un solo genitore o senza genitori.
Il sociologo e giornalista Vitalie Sprînceană illustra la situazione con un aneddoto amaro: “Quando qualcuno muore, secondo la tradizione la tomba dovrebbero scavarla otto uomini. Ma in molti villaggi è difficile trovare otto maschi adulti”. Mancano i becchini, ma anche i medici. Le persone invecchiano e c’è il rischio che non ci siano più risorse per pagare le già misere pensioni. Anche per i servizi pubblici mancano i soldi.
La Moldova, che ha subìto una grave e lunga crisi economica dopo l’indipendenza dall’Unione Sovietica del 1991, è spesso descritta come il paese più povero d’Europa. Nei primi anni novanta le persone hanno cominciato a emigrare per trovare lavoro. Inizialmente erano soprattutto uomini, diretti per lo più in Russia, paese che non richiedeva il visto e di cui conoscevano la lingua. Dopo la crisi finanziaria russa del 1998 l’emigrazione si è spostata verso occidente, principalmente in Romania e in Italia, paese dove le donne moldave arrivavano per soddisfare la crescente domanda di personale addetto alla cura degli anziani.
All’inizio stabilirsi all’estero era molto complicato. Le cose sono cambiate nel 2007 con l’adesione della Romania all’Unione europea, che ha innescato un’altra ondata di emigrazione di massa. Bucarest, infatti, consente di acquisire la cittadinanza romena ai discendenti dei moldavi che erano cittadini romeni prima del 1940, quando l’Unione Sovietica s’impossessò della Bessarabia, la regione storica di cui fa parte l’attuale Moldova. Oggi circa un terzo dei moldavi ha la doppia cittadinanza.
Un’altra ondata di emigrazione ha colpito il paese nel 2014, quando una grave vicenda di corruzione ha mandato in frantumi i sogni e le speranze di tanti cittadini. Tra gli artefici della frode – il furto di un miliardo di dollari dal sistema bancario moldavo – c’erano gli oligarchi Ilan Șor e Vladimir Plahotniuc, oltre a Vlad Filat, leader del Partito liberaldemocratico della Moldova e primo ministro tra il 2009 e il 2013, arrivato al potere con la promessa di combattere la povertà e far entrare il paese nell’Unione europea.
È stato allora che una nuova generazione ha lasciato il paese. A differenza dei loro genitori, partiti a cavallo del millennio per trovare lavoro, i nuovi emigrati se ne sono andati per la crescente sfiducia nella classe politica e per lo stato disastroso dei servizi pubblici.
“Quando ero studente l’istruzione universitaria era solo un business: le lauree erano in vendita. Avevo compagni di corso che non si sono mai presentati a lezione, eppure avevano i voti migliori”, racconta Vlada Ciobanu nell’ufficio del Centro per la politica e le riforme, un’organizzazione della società civile che promuove la trasparenza e la partecipazione civica.
Ciobanu ha conseguito una laurea triennale in Moldova, poi è andata nel Regno Unito per la magistrale. “La domanda non era se dovessi farlo, ma semplicemente quando. Una laurea rilasciata da un’università moldava andava completata con un titolo estero”, spiega.
Come conferma il sociologo esperto di migrazioni Aleksandr Macuhin, in quegli anni emigrare era del tutto normale: “Se volevi una carriera, avere successo in campo scientifico o lavorare in una multinazionale, non avevi altra scelta”.
Vitalie Sprînceană spiega che i partiti che promettevano la rapida integrazione del paese nell’Unione europea sono arrivati al potere esattamente quando è cresciuto il peso dei social network. È allora che il dibattito pubblico moldavo sull’emigrazione è cambiato radicalmente.
La grande corsa all’oro
La diaspora moldava ha infatti cominciato a partecipare a distanza agli eventi politici del paese. “Seguivano la situazione e la commentavano dall’estero, esprimendo rabbia, frustrazione o gioia per ciò che succedeva. Ma, soprattutto, queste persone hanno cominciato a partecipare alle elezioni. In quegli anni le cosiddette forze filoeuropee si sono rese conto dell’importanza di questo bacino elettorale. E ne hanno fatto il bersaglio delle loro campagne di propaganda”, continua Sprînceană.
Nel 2012, sotto il governo di Vlad Filat, in teoria filoeuropeo, è stato istituito l’ufficio per i rapporti con la diaspora, con l’obiettivo di rafforzare il legame tra gli emigrati e il loro paese d’origine e, soprattutto, di facilitarne il ritorno.
“Tornare in Moldova è come tornare nel far west. Come quando si andava in California ai tempi della corsa all’oro. Non è per niente facile. Ma allo stesso tempo è il momento migliore per farlo. Devi lavorare come un mulo per un paio d’anni, impegnarti al massimo, poi comincerai a guadagnare abbastanza per vivere meglio che negli Stati Uniti o in Europa”, mi dice convinto Vlad Vedrașco, un uomo di 38 anni in camicia bianca.
Ci incontriamo in uno dei ristoranti “all’europea” dove ama fare colazione. E i prezzi sono davvero europei: per una bottiglia d’acqua minerale, un latte macchiato, un’omelette e bruschetta il conto è di circa 20 euro, in un paese dove lo stipendio medio è di 800 euro mensili e solo un terzo dei lavoratori riesce a raggiungerlo.
Figlio di viticoltori e laureato in economia, nel 2013 Vedrașco è emigrato negli Stati Uniti per realizzare il “sogno americano”. Dice di aver ereditato il “gene dell’imprenditoria” dai genitori. Nel giro di due anni ha avuto successo nel settore delle vendite online. “Ma avvertivo un senso di vuoto. Stavo solo aspettando un motivo per tornare”, racconta.
E lo ha trovato nel 2018, quando i suoi genitori hanno smesso di occuparsi della gestione della cantina. Oggi esporta il vino del suo villaggio nell’Unione europea e condivide le sue competenze con i viticoltori locali. “Il mio sogno americano l’ho realizzato in Moldova”, dice. “Sono diventato un imprenditore di successo che influenza positivamente la vita degli altri”. Poi conclude l’intervista invitando gli emigrati moldavi a tornare a casa il prima possibile.
Stipendi e incentivi
Per far rientrare in Moldova i giovani professionisti della diaspora le autorità hanno promosso e diffuso storie simili a quella di Vedrașco, casi di emigrati che sono tornati e hanno “trovato l’America” nel paese d’origine. I programmi di rimpatrio si concentrano sui piccoli imprenditori e sui lavoratori autonomi, a cui sono offerte agevolazioni fiscali e sovvenzioni.
◆ La Moldova ha dichiarato l’indipendenza dall’Unione Sovietica nel 1991. Secondo i dati della Banca mondiale, nel 2025 ha avuto un pil pro capite a parità di potere d’acquisto di 19.995 dollari (Italia=62.800 dollari). Nel 1991 aveva 4,4 milioni di abitanti. Secondo le stime, oggi la popolazione è di 2,4 milioni di persone. Dal 1992 una parte del suo territorio, la Transnistria, è uno stato indipendente de facto, sostenuto dalla Russia ma non riconosciuto dalla comunità internazionale.
Lo stato, inoltre, cerca di attirare i suoi cittadini dall’estero sottolineando la possibilità di influenzare lo sviluppo del paese e di partecipare alla costruzione di una “Moldova moderna ed europea”. Nel paese stanno arrivando le sovvenzioni europee, lo stato ha bisogno di persone e fare carriera nella pubblica amministrazione è relativamente facile e veloce.
Lo stesso vale nella società civile. “Chi vuole fare qualcosa per la propria comunità o impegnarsi in qualche modo, può stare certo che i risultati arriveranno rapidamente. Soprattutto ora che le amministrazioni locali e il governo sono un po’ più aperti di prima. Hai la sensazione di essere importante, che la tua voce conti più qui che all’estero”, conferma Vlada Ciobanu.
Ciobanu è tornata nel 2013, ai tempi del governo Filat, quando la corruzione aveva raggiunto i vertici della politica. “Tutti mi guardavano in modo strano. Rientrare dall’estero era ancora percepito come un fallimento, un segno di mancanza di coraggio. Nei tre anni successivi la maggior parte dei miei amici si è trasferita all’estero. Alcuni dicevano che sarebbero tornati solo quando nel paese ci fosse stata più democrazia. Ma chi dovrebbe costruirla, questa democrazia?”, chiede Ciobanu sorridendo.
Tuttavia, gli stipendi nella pubblica amministrazione e nel terzo settore sono più bassi che nel privato. Indebolita dalle conseguenze della guerra in Ucraina, la Moldova si è indebitata con il Fondo monetario internazionale, che in cambio chiede disciplina fiscale e tagli alla spesa.
In un’altra giornata di sole di primavera vado a visitare con Stela Crudu e suo fratello, lo scrittore Dumitru, il liceo di Chișinău dove studia la sua figlia più piccola. Stela è arrivata in città dal suo villaggio nel nord del paese per un incontro con gli insegnanti. Ha sei figli.
Doveva viaggiare in autobus ed essere in città alle dieci del mattino. Invece ha dovuto prendere un taxi, perché l’autobus non è passato. E ha fatto due ore di ritardo.
“Aveva preso un prestito e non era riuscita a ripagarlo. Così era andata in Italia a lavorare come badante. In due anni ha guadagnato abbastanza per pagare i debiti, e ha cominciato a risparmiare. Nel giro di cinque anni è tornata al villaggio”: così Dumitru sintetizza la storia della sorella, in un francese zoppicante. Stela sorride allegra e dice in italiano: “Milletrecento, millequattrocentro euro”. Era quanto guadagnava in Italia.
Oggi lavora in una fabbrica di ricambi auto. E prende “quattrocento, cinquecento euro”, dice sempre in italiano. “Meglio povera in patria che ricca all’estero. Nel nostro villaggio, inoltre, può vivere nella sua casa e allevare animali”, spiega Dumitru. Stela li elenca: mucche, cavalli. E anche due criceti, di cui uno molto aggressivo. “Morde”, aggiunge in italiano, e scherzosamente dà un morso nell’aria.
Mentre Stela partecipa alla riunione di classe, parlo con Alina, un’insegnante di francese che ha vissuto a Roma con il marito. Ricorda esattamente quanto ci è rimasta: cinque anni, otto mesi e due giorni. “È stata un’occasione per imparare tante cose, mi ha aperto nuovi orizzonti. Ci eravamo integrati bene. Ma nel proprio paese si respira diversamente”, sintetizza. Poi descrive con entusiasmo come l’istruzione moldava stia facendo progressi e quanto sia orgogliosa di poter dare un contributo grazie alla sua esperienza all’estero.
Le chiedo delle condizioni di lavoro nel settore dell’istruzione pubblica. “Sono ottimista di carattere, non mi lamento e cerco sempre di vedere tutto come un’opportunità”, dice in tono volutamente dimesso. “Ma è vero che il trattamento economico per chi lavora nell’istruzione pubblica è insoddisfacente. Nel privato, invece, i salari sono dignitosi. E quindi ci sono persone motivate e creative”.
Alina sottolinea che lo stato dovrebbe comunicare di più con i rimpatriati e facilitare il reinserimento di tutti, non solo degli imprenditori. “Conosco persone che sono tornate, sono rimaste per due o tre anni e poi sono emigrate di nuovo”, conclude. Poco dopo riprendiamo il discorso in un caffè nel parco. C’è anche sua figlia, che mette subito in chiaro il desiderio di andare all’estero dopo la laurea. Ha quindici anni e non sa ancora né dove andare né cosa fare. Ma sa che vuole andarsene.
**Decostruire per inventare **
Come conferma il sociologo Macuhin, in tema di dinamiche migratorie non si può ancora parlare di un’inversione di tendenza. Tra il 2020 e il 2025 più di duecentomila persone hanno lasciato il paese. “I programmi governativi per la diaspora spesso si concentrano sulla cultura e fanno leva sulla nostalgia: ‘Siete moldavi, tornate a casa, saremo felici di darvi il benvenuto!’. Può sembrare cinico, ma il modo più efficace per riconquistare la diaspora è il sostegno economico”, dice Macuhin.
Vlada Ciobanu sottolinea però che alle persone non basta solo la promessa di un buon lavoro. “Abbiamo bisogno di trasporti pubblici, di welfare, di alloggi. Ma di queste cose non si parla”.
Quando le chiedo cosa dovrebbe fare il governo per far tornare gli emigrati, Sprînceană risponde con un’altra domanda: “Ma è proprio necessario? La maggior parte di questa povera gente non tornerà mai. Non ha senso spendere fondi per cercare di convincere i pochi che già sono convinti. È vero che la Moldova ha bisogno di persone. Tuttavia in tante parti del mondo si vive peggio, e per molti la Moldova è una destinazione attraente ”.
Trascorro la penultima sera del mio soggiorno a Chișinău alla festa di chiusura del centro culturale Casa Zemstvei. È l’unico posto del genere in città. Qui c’era un queer café, si proiettavano film indipendenti, si tenevano conferenze e serate di karaoke. Oggi, dopo quindici anni, il centro è costretto a chiudere. Il museo etnografico nazionale, proprietario dell’edificio, vuole ristrutturare gli spazi e non ha rinnovato il contratto al collettivo.
“Dicono che vogliono attirare i turisti, fare cultura, ma già lo facciamo noi! La gente del partito di governo, che dovrebbe essere progressista e che tutti noi abbiamo votato, un tempo veniva qui a fare festa. Oggi hanno il potere. E ci lasciano chiudere”, dice Sașa, che fa parte del collettivo.
“Tanti miei amici sono emigrati. Io ho deciso di rimanere e cercare di fare qualcosa di utile qui. Ma penso sempre più spesso a partire. Non c’è cultura alternativa, la polizia fa irruzione nelle feste techno. In altre città europee si è più liberi, no?”, riflette fumando una sigaretta.
Durante i discorsi di commiato prende la parola anche una donna che ha vissuto l’esperienza dell’emigrazione. “Dopo essere tornata dalla Romania, dove avevo vissuto tanti momenti belli, Casa Zemstvei è stato il posto che mi ha riconnessa con le persone e dove mi sono innamorata”, dice emozionata al microfono.
Alla fine di una splendida serata di canto, danza e condivisione, nel giardino mi imbatto in una donna dai capelli scuri che sta raccontando come, durante i suoi studi in Italia, nessuno volesse seguirla nella stesura della tesi di laurea sull’esercizio del potere in un sistema di anarchia. “Tutti ripetevano che era un’utopia. Non avevano immaginazione. Abbiamo ancora così tanto da disimparare, così tanto da decostruire!”. Le chiedo perché sia tornata. “Cosa avrei potuto fare in Italia?”, risponde. Rigiro la domanda: “E cosa può fare in Moldova?”. Stavolta non esita: “È un paese piccolo e dinamico. Costruiamo, ricostruiamo, distruggiamo e cerchiamo sempre qualcosa. La Moldova è il paese perfetto per disimparare e decostruire. Molto meglio dell’occidente”. ◆ ab
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Questo articolo è uscito sul numero 1685 di Internazionale, a pagina 52. Compra questo numero | Abbonati