Cultura Suoni
Hotel Usona
⬤ ⬤ ⬤ ⬤ ⬤
Protomartyr (Trevor Naud)

I Protomartyr sono sempre stati vicini all’assurdo, al terribile e all’apocalittico, ma Hotel Usona è il loro primo album che davvero incarna questi temi. Gli Stati Uniti sono raffigurati come un vecchio hotel, una topaia dove nessuno fa le riparazioni. Il cantante Joe Casey ci dice che siamo tutti ospiti di questo posto fatiscente, troppo abituati ai comfort di un impero in sfacelo per andarcene. Per raccontare le atmosfere dell’album vengono in mente grida e distorsioni tipiche del noise, anche se non è così: qualcosa di quel genere c’è, ma per lo più Hotel Usona è un lavoro contemplativo e seducente. Collaborando con il leggendario produttore Dave Fridmann, ex bassista dei Mercury Rev, la band di Detroit ha arricchito il suo suono, espandendolo; è più sciolto e fluido e apre la strada a composizioni suggestive. Parte di quest’atmosfera deriva proprio dagli strumenti aggiuntivi, tra cui spicca il sassofono. Non fraintendetemi: se Hotel Usonia è il miglior disco del gruppo degli ultimi dieci anni non è tutto merito della produzione, ma anche di come gli arrangiamenti interagiscono con l’evoluzione della scrittura della band. Sotto le luci soffuse dell’hotel, il lirismo di Casey appare inquietante e alieno come mai prima d’ora. La sua poesia sembra più spettrale che concreta: meno storie, più messaggi, come i segnali di allarme che abbiamo ignorato, mescolati alle paure che ci rifiutiamo di affrontare.
Devin Birse, The Line of Best Fit

Popstar
⬤ ⬤ ⬤ ⬤ ⬤
Tinashe (Paris Helena)

Il titolo contiene già tutta la tesi. Tinashe è diventata il simbolo di chi lascia una major per riprendere il controllo della propria carriera. Dopo 2 on nel 2014, Joyride è stato rinviato per anni ed è uscito nel 2018 ormai svuotato di senso. Nel 2019 la cantante ha lasciato la Rca e ha scelto l’indipendenza: sono arrivati Songs for you e 333. Nel 2024 Nasty, registrata in casa, le ha regalato il primo ingresso solista nella classifica statunitense. La strada indipendente aveva funzionato. Con Popstar, il suo ottavo album, torna a una major, la Atlantic. Il disco non celebra quel ritorno, ma ne esplora le contraddizioni. In Empty stadium Tinashe immagina di salire sul palco senza ricevere applausi; in The show must go on, invece, la parola popstar si deforma sopra applausi artificiali. Prima teme che nessuno la guardi, poi il rumore non smette più. Sedici pezzi, nessun ospite e circa 39 minuti di durata: Popstar è ambizioso, ma molte idee finiscono prima di svilupparsi. Eppure funziona come ritratto di un’artista che ha desiderato l’attenzione, l’ha persa, l’ha riconquistata ed è rientrata nel sistema. Non finge che sia semplice: la sentiamo mentre ci pensa ad alta voce, con le luci accese.
Mary Chiney, Beats per Minute

Brahms, Reger: quintetti per clarinetto
Michael Collins: clarinetto; escher quartet
⬤ ⬤ ⬤ ⬤ ⬤

Questo disco presenta un accoppiamento molto interessante. Nel quintetto op. 115 Brahms sfrutta in maniera geniale il contrasto tra il timbro degli archi e quello del clarinetto. Venticinque anni dopo il quintetto op. 146 di Max Reger si dimostra all’altezza del suo predecessore, che gli era servito da modello sia nelle proporzioni del pezzo sia nel lirismo tranquillo, e trova quella purezza del linguaggio che aveva cercato a lungo. Ma l’evoluzione dell’armonia, nel momento tra fine del romanticismo e l’arrivo della modernità del novecento, non sfugge a Reger, che firma qui il suo capolavoro più perfetto. Il clarinettista britannico Michael Collins propone una lettura delle due opere immersa nella tenerezza e ombreggiata di nostalgia, con una tavolozza molto lontana dalle tenebre degli interpreti di scuola tedesca come Karl Leister, che ce ne ha lasciato due importanti registrazioni. È una bella scelta estetica, perfettamente condivisa dal quartetto Escher.
Jean-Claude Hulot, Diapason

Altro da questo numero
1686 - 9 ottobre 2026
Abbonati a Internazionale per leggere l’articolo.
Gli abbonati hanno accesso a tutti gli articoli, i video e i reportage pubblicati sul sito.