Chiunque si sia avvicinato alla Puerta del Sol a Madrid in questi giorni e abbia prestato attenzione a quello che dicono le persone accampate in piazza si è reso conto che, se la crisi abitativa è al centro della protesta in Spagna, dietro si nasconde un malessere di fondo legato al costo della vita in generale, alle disuguaglianze, alla precarietà, all’incertezza delle prospettive, ai servizi pubblici insufficienti, alla corruzione e a molto altro ancora.

Chiunque abbia passato un po’ di tempo alla Puerta del Sol in questi giorni nutre il ragionevole sospetto che la crisi abitativa sia solo un sintomo: la vera malattia è l’inefficacia della democrazia nel soddisfare i bisogni e i diritti di ampi strati della società, il suo fallimento nell’adattarsi e nel rispondere alle sfide di questo tempo.

La Spagna si avvia verso la fine di una legislatura caratterizzata da una sostanziale paralisi, con poche eccezioni

La protesta è emblematica delle disfunzioni democratiche che, per una combinazione di ragioni, stanno aprendo crepe abissali. Ci sprofondano molti cittadini, e ne escono mostri. In questo caso ci sono una polarizzazione e una partigianeria portate all’estremo, una complicata divisione delle competenze tra le amministrazioni, una difficoltà a mantenere una visione politica a lungo termine per l’eccessiva attenzione all’immediato e al superficiale. Si tratta di un fallimento del sistema.

Le forze politiche che difendono a oltranza il capitale, cioè le destre, hanno la responsabilità più grande nella bocciatura in parlamento dei due decreti con cui il governo del primo ministro socialista Pedro Sánchez voleva tutelare chi vive in affitto e limitare la speculazione immobiliare, ma hanno anche la colpa di aver seminato indifferenza lungo la via. Tuttavia anche le forze progressiste – al potere da otto anni – hanno fatto gravi errori (il governo è considerato il principale colpevole del problema abitativo secondo un sondaggio dell’istituto 40dB per il quotidiano El País, ben al di sopra delle comunità autonome e dei comuni).

Per continuare questo ragionamento può essere interessante allargare lo sguardo. La Spagna si avvia verso la fine di una legislatura caratterizzata da una sostanziale paralisi – non ha nemmeno approvato la nuova legge di bilancio –, con poche eccezioni degne di nota. L’assenza di una maggioranza parlamentare di governo ha lasciato il paese senza motore, in un mare internazionale in burrasca, con qualche vela e qualche abile colpo di remi e nulla più.

Se allarghiamo il discorso all’Europa, osserviamo che proprio in questi giorni in Francia centinaia di licei sono rimasti chiusi per le proteste degli studenti, segnate anche dalla violenza. La Francia soffre una paralisi politica e una difficoltà economica molto gravi. In Italia dilaga il malcontento. In modo quasi incomprensibile il governo di Giorgia Meloni, dotato di una solida maggioranza, ha sprecato la sua occasione in una legislatura in cui è difficile trovare riforme non tanto valide, ma semplicemente di qualche rilevanza.

La Germania sta scivolando da anni in una profonda crisi politica: attua progetti di grande portata in materia d’infrastrutture e riarmo in un clima d’insofferenza galoppante. Il Regno Unito ha avuto sette primi ministri in dieci (disastrosi) anni.

L’avvento della società digitale ha posto sfide che le democrazie hanno capito solo quando si sono ritrovate con il coltello alla gola è successo il 6 gennaio a Washington bisogna ricordare un’altra terribile giornata: l’11 settembre

Se allarghiamo ulteriormente lo sguardo, in America Latina assistiamo a un drammatico deterioramento della democrazia, con la perdita di fiducia nel modello e l’ascesa di leader di estrema destra caratterizzati, spesso, da istinti autoritari. Gli Stati Uniti, dal canto loro, hanno un presidente che è la personificazione della degenerazione democratica.

L’inefficacia delle democrazie, unita alla potenza delle nuove tecnologie, spiana la strada a populisti, estremisti, politici autoritari e venditori di lozioni magiche per far ricrescere i capelli.

Se l’immigrazione illegale non si ferma, voto per Donald Trump, che disprezza le regole e sistema il problema seminando il terrore nelle strade statunitensi. Se la violenza criminale continua a imperversare, voto per Nayib Bukele, che la risolve rinchiudendo in carcere chiunque abbia un tatuaggio. Il malcontento democratico genera mostri. Questo modello negli ultimi anni si sta facendo strada anche in Europa: andate a chiedere nella sede di Alternative für Deutschland (Afd) e ad altre organizzazioni simili.

Passato il periodo trionfalistico e di espansione nato in seguito al 1989, nei paesi democratici i problemi si sono accumulati. La caduta del muro di Berlino, simbolo di un’oppressione abietta per tante persone nell’est, nell’ovest ha eliminato un fattore che limitava il capitalismo favorendo lo sviluppo dello stato sociale. Le democrazie hanno perso il controllo prima del capitalismo finanziario e poi del suo ramo tecnologico. L’avvento della società digitale ha posto sfide che le democrazie hanno capito solo quando si sono ritrovate con il coltello alla gola. Oggi i danni sono devastanti.

L’accelerazione del mondo sta mettendo in difficoltà le democrazie. L’astio polarizzante, esasperato dalle piattaforme digitali, riduce il margine per trovare consensi; le rigidità procedurali e i pesi e contrappesi, che sono l’anima della democrazia, rappresentano ostacoli importanti nell’era della velocità. I nemici esterni approfittano dei fianchi lasciati scoperti dal sistema democratico.

La Spagna è un paradigma di tutto questo sotto molti aspetti. La crisi abitativa svela la paralisi. La vicenda di Ceuta mostra l’esposizione agli attacchi esterni e la successiva manipolazione delle informazioni. I problemi di articolazione territoriale e di forma dello stato, inoltre, rendono particolarmente difficile qualsiasi riforma dell’architettura costituzionale. Ogni protagonista ha la propria responsabilità. Il governo Sánchez ha ottenuto risultati economici notevoli, con buoni tassi di crescita e occupazione – anche se alcuni dati macro non hanno evitato tanti calvari micro. Ha scongiurato per tre anni e mezzo un’alternativa di destra che sarebbe stata profondamente retrograda e avrebbe prodotto più disuguaglianza. Ma ha la responsabilità primaria di aver dato vita a una legislatura quasi moribonda, di aver consapevolmente alimentato la polarizzazione politica, di aver favorito una certa emarginazione della Spagna in Europa non solo per ragioni giuste (Gaza) ma anche per ragioni sbagliate, come una linea troppo morbida con la Cina.

Il Partito popolare, dal canto suo, ha inseguito come non mai i suoi interessi. La ricetta del “tanto peggio, tanto meglio” l’ha portato a vette in cui non solo ha danneggiato il bene della collettività, ma è diventato lui stesso il più danneggiato, come quando ha rifiutato di firmare il Trattato di amicizia con la Francia, un atto di egoismo dai tratti quasi infantili che a Parigi non dimenticheranno. Nessuno dotato di un minimo di lucidità politica, invece, poteva aspettarsi qualcosa di costruttivo dall’estrema destra di Vox o dagli indipendentisti catalani di centrodestra Junts. Ma dietro c’è un contesto che va oltre i singoli protagonisti: democrazie in enorme difficoltà ovunque, che non riescono a risolvere problemi importanti come l’abitare, che fanno precipitare la classe media nell’incertezza esistenziale.

Non è tutto un disastro, in realtà. L’Unione europea ha saputo rispondere bene alla pandemia e alla ritirata di Trump in Ucraina. Nella precedente legislatura la Spagna ha approvato una notevole ondata di riforme, alcune molto positive, come quella del lavoro. Ma ci sono problemi strutturali impossibili da ignorare.

Ecco un dilemma profondo dei nostri tempi: sarebbe necessario snellire le procedure della democrazia, progettare sistemi elettorali che diano maggioranze solide in grado di governare. Ma, al tempo stesso, la minaccia alla democrazia è così grave che l’idea di spostarsi anche solo di un millimetro oltre le linee di sicurezza fa venire le vertigini. Bisogna chiedersi dove sono oggi i punti di equilibrio, che si tratti delle leggi elettorali o di più controlli sulle aziende tecnologiche, dell’immigrazione o della politica fiscale. Quello che è inammissibile è non ragionare sulle riforme necessarie delle nostre istituzioni, limitandoci a contemplare la schiuma delle onde tristi. Le correnti che le generano ci stanno portando alla deriva. ◆ et

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Questo articolo è uscito sul numero 1686 di Internazionale, a pagina 42. Compra questo numero | Abbonati