Il 16 ottobre 2011 le forze armate keniane invasero la Somalia mentre era in corso una grave carestia, nel tentativo di conquistare la città portuale di Chisimaio e bloccare i rifornimenti del gruppo terroristico Al Shabaab. A quel tempo Fatma aveva 15 anni e il suo problema più grande era quanto sarebbe durato l’henné che aveva applicato sulle unghie la sera prima. Non aveva idea che quattro anni dopo si sarebbe ritrovata in Somalia ad addestrare le reclute dell’organizzazione terroristica.

Le mani di Fatma non sono delicate. Il suo corpo non ha una morbidezza infantile. Il suo viso è gentile e il sorriso ammaliante. La voce sembra senz’età, troppo bassa per somigliare a quella di una donna, ma non abbastanza per essere quella di un uomo. I suoi occhi sono limpidi. A volte ti vede, altre volte no. La maggior parte del tempo vede i volti dei cinque uomini che ha ucciso. Le sue orecchie sono nascoste sotto il velo. A volte ti sente, altre volte no. La maggior parte del tempo sente le urla delle decine di uomini e donne che ha visto decapitare per ragioni a volte banali, come rifiutarsi di andare a letto con l’ennesimo uomo.

Sull’avambraccio destro ha la cicatrice di un’ustione. La vita, però, le ha lasciato ferite più profonde. A tre anni dal suo ritorno in Kenya, i ricordi di quando era moglie di un miliziano di Al Shabaab non accennano a svanire. “Non dimenticherò mai quello che ho dovuto subire”, dice. Lei non lo sa, ma lo stesso vale per il paese dov’è cresciuta.

Ci siamo incontrati dieci giorni dopo che aveva partorito un figlio. Il padre del bambino non sa nulla della sua vita precedente. Solo tre uomini conoscono la sua storia: suo padre, l’uomo che l’ha portata in Somalia, il soldato keniano che l’ha salvata dalla foresta e l’ha presa in moglie.

Nel tessuto della guerra

A 19 anni Fatma, una ragazza di Mombasa, s’innamorò di un uomo di 24 anni che gestiva un chiosco. Ma lui non si limitava a vendere _viazi karai _(patate in pastella) e succo di tamarindo. “Era buono con me”, racconta la giovane. Pochi mesi dopo averlo conosciuto andò a vivere con lui a Bombolulu, un quartiere di Mombasa. Il marito le dava tutto quello che le era mancato a casa sua. “Era attento alle mie necessità. Mi portava regali e mi stava ad ascoltare”.

Un giorno lui tornò dal lavoro dicendole che gli affari andavano male e che avrebbe voluto tentare la sorte facendo il pescatore. “Alcuni suoi amici si sarebbero imbarcati per Lamu ed erano disposti a prenderci a bordo”, racconta Fatma. Lei lo seguì con fiducia. L’imbarcazione però non attraccò a Lamu. Proseguì verso nord fino a Chisimaio, in Somalia. Niente pesca. “Non potevo fare domande. Era lui l’uomo di casa”, racconta Fatma. Non fece domande neanche quando lui la consegnò a un gruppo di estranei e se ne andò. In seguito Fatma fu affidata a un altro gruppo ancora.

Secondo il sociologo Halimu Shauri, docente alla Pwani university, sulla costa keniana tra Mombasa e Malindi, molte donne finite a combattere a fianco dei jihadisti in Somalia sono vittime delle circostanze. Sono state ingannate da mariti che facevano già parte del gruppo. Alcune sono state rapite, altre costrette dai padri a fidanzarsi con miliziani di Al Shabaab. Molte sono morte nei combattimenti. Quelle che sono sopravvissute sono diventate parte del tessuto della guerra, e le loro vite sono ormai sinonimo di massacri, terrore e dolore.

Dopo un anno di prigionia Fatma salì di rango. Suo marito era morto in battaglia e a lei fu affidata un’unità di combattenti. Fu allora che perse quel poco d’innocenza che le restava.

“Dovevo essere dura”, spiega. Era responsabile delle munizioni e degli esplosivi di uno dei campi di Al Shabaab. “Conosco l’esplosivo C4. Conosco le mine. So come far saltare in aria le cose”.

E sa uccidere. Non aveva scelta: bisognava schierarsi con loro o contro di loro. “Hai ucciso qualche soldato?”.

Fatma è alta un metro e ottanta. Il corpo sottile, la schiena dritta e le braccia lunghe la fanno sembrare ancora più imponente.

Agenti delle forze di sicurezza keniane fanno irruzione nell’hotel Dusit D2 di Nairobi, il 15 gennaio 2019 (Ben Curtis, Ap/Ansa)

“Sì”, risponde. “Non ne vado fiera. Ma eravamo in guerra”.

La sua guerra terminò verso la fine del secondo anno con Al Shabaab. Una notte l’esercito keniano fece irruzione nel campo, uccidendo molte persone. “Sono riuscita a uscire dal perimetro formato dai soldati keniani e mi sono nascosta in una buca nel terreno”, racconta. Però non poteva restare nascosta per sempre. Quando cercò di sgusciare fuori dalla buca, si trovò catapultata nella seconda fase della sua vita.

“Qualcosa in lui mi attirava”, dice del soldato keniano che era inciampato sul suo nascondiglio. “Mi ordinò di stare ferma. Se mi fossi mossa, lui o un altro soldato mi avrebbero sparato”.

Stanca e senza più energie per opporsi, Fatma obbedì. Più tardi il soldato tornò con un compagno. Le legarono mani e piedi, la avvolsero in un telone e la caricarono su un veicolo. “Non sapevo dov’ero. Non riuscivo a vedere fuori. Mi spostavano come un pacco da un mezzo all’altro. A ogni cambio mi davano acqua e biscotti”.

Quando la fecero scendere dal furgone era buio. La stavano portando in una casa. “Il soldato mi disse che mi avrebbe chiusa dentro e che sarei stata al sicuro perché si sarebbe preso cura di me”. Due volte al giorno qualcuno le portava dell’acqua e da mangiare.

“Lui veniva a trovarmi regolarmente. Mi parlava della sua vita. Alla fine entrammo in confidenza e mi chiese di sposarlo. Io non avevo niente per cui vivere. Se fossi tornata a casa sarei morta”. Le vengono ancora le lacrime agli occhi mentre parla di quel soldato che la portò in una casa di Garissa, nell’ovest del Kenya.

“Mi procurò un documento d’identità con un nuovo nome”, continua Fatma. “Poco dopo lo trasferirono in una base nel Kenya centrale”. Arrivarono nella nuova destinazione come moglie e marito.

“Perché non sei scappata? Come potevi essere sicura che non ti avrebbe ucciso?”.

“Se avesse voluto farlo, l’avrebbe fatto nella foresta. Non in una casa che tutti sapevano appartenere a lui. E forse gli piacevo”, dice scherzando.

Per loro non c’è stato un lieto fine. Nel 2017 il soldato è morto. Come aveva già fatto in passato, Fatma ha raccolto i diversi pezzi della sua vita ed è scappata. È andata a Malindi, dove ha sposato un altro uomo. Molti suoi vecchi compagni d’armi si sono fatti registrare nelle liste di ex combattenti jihadisti compilate dal governo. Ma lei è contraria: “Se finisci in una lista, prima o poi la polizia o Al Shabaab ti darà la caccia”.

Un giorno gli abitanti di Mombasa trovarono due manifesti con le foto di nove ricercati

Vivi o morti

Il 15 gennaio 2016 Mohammed Awadh lasciò Mombasa con tre amici per tornare a Kwa Jiwa, vicino a Malindi. Mohammed e i suoi amici non tornavano a casa da quasi due anni. Erano convinti che a Kwa Jiwa, un insediamento in forte espansione alla periferia della città, sarebbero stati al sicuro. Temevano per la loro vita dopo che le foto con i loro volti erano finite su due manifesti a Mombasa, uno all’imbarco dei traghetti di Likoni e uno in città. Sulle loro teste pendeva una taglia di due milioni di scellini keniani (17.600 euro).

Mohammed si sentiva in debito con una sola persona al mondo: sua madre, che non vedeva da tempo. Non sapeva che qualcuno stava seguendo lui e i suoi amici. Pochi giorni dopo essere arrivati a Malindi furono tutti uccisi, Mohammed con un colpo d’arma da fuoco in bocca.

“Non ha avuto scampo”, dice Zeinab Awadh, la madre di Mohammed. “Voleva tornare a casa ed era pronto a consegnarsi alle autorità”.

Mohammed, un ragazzo magro dalla pelle scura, i capelli ricci e la fronte pronunciata, era il primo di tre fratelli. Sua madre era rispettata nella comunità. Come anziana del villaggio, era il legame tra la comunità e lo stato, in un contesto di profonda sfiducia della popolazione verso le autorità. “Credevo fosse destinato a grandi cose. Era motivato e ambizioso. Voleva fare l’ingegnere”, dice Zeinab.

Kwa Jiwa è un insediamento come tanti sulla costa keniana. Stradine polverose su cui si affacciano case strette tra botteghe e moschee. I bambini corrono per strada, senza badare al pericolo di essere travolti dai tanti tuk-tuk. Nel 2014 Mohammed si era scontrato con un pericolo diverso: un pericolo in agguato nella casa accanto alla sua e con le sembianze di un rispettabile e pio uomo d’affari. Armato di fascino e di un’idea distorta dell’islam, l’imprenditore aveva convinto il ragazzo a portare avanti i suoi progetti di vendetta. Progetti nati dopo uno sfortunato incontro che Mohammed aveva avuto con la polizia keniana.

“Dopo l’incidente era sempre arrabbiato”, racconta Zeinab. L’incidente di cui parla risale al 2014. Mohammed aveva appena ricevuto il suo primo stipendio da commesso di un internet café. Mentre tornava a casa aveva incontrato un poliziotto che “lo aveva perquisito e gli aveva rubato tutti i soldi, più o meno 18mila scellini”, racconta Zeinab. “Fu allora che giurò vendetta”.

Alla fine di quell’anno Mohammed se ne andò di casa unendosi agli altri keniani che attraversavano il confine con la Somalia per andare a combattere al fianco di Al Shabaab. Nella vita del ragazzo nulla lasciava pensare che si sarebbe unito a un gruppo terroristico. “È questo il dilemma più grande per i servizi di sicurezza keniani: non esiste un modello preciso di recluta di Al Shabaab. Le motivazioni sono sempre diverse”, spiega Halimu Shauri. “Nessuno va in Somalia solo per combattere la guerra santa”.

Zeinab dice che il figlio era entrato nella rete terroristica con due obiettivi, entrambi egoistici. Sarebbe riuscito a realizzarne solo uno. “Voleva uccidere il maggior numero di poliziotti keniani. E gli era stata promessa una ricompensa di un milione di scellini”, osserva la donna. “Ma non ha mai ricevuto il denaro. Al ritorno in Kenya mi telefonava per dirmi che non aveva niente da mangiare”.

Mohammed era ricercato per due dei crimini più efferati mai commessi da Al Shabaab: aveva partecipato a una campagna di omicidi indiscriminati di poliziotti nella contea di Mombasa ed era coinvolto nella strage all’Università di Garissa, nel 2015, che aveva causato 148 morti, in gran parte studenti.

“Mi aveva detto che non era mai stato a Garissa. Però ha ammesso di aver fatto delle brutte cose ad agenti in uniforme”, puntualizza Zeinab. “Solo Dio ha il diritto di prendersi la vita delle persone. Chi vuole cambiare vita dev’essere perdonato”. Purtroppo per lei e suo figlio, lo stato non dimentica. E non perdona. Alla fine Mohammed è stato punito con la morte.

Il 14 aprile 2015 il generale Joseph Nkaissery, all’epoca ministro dell’interno, fece una dichiarazione che rischiò di provocare una spaccatura negli apparati di sicurezza keniani. Trecento ex combattenti, uomini e donne che per anni si erano dati alla macchia in Somalia e avevano partecipato a violenze sanguinose, avevano chiesto di poter tornare in Kenya per rimettere insieme i pezzi delle vite che avevano abbandonato seguendo il richiamo del jihad. Per tutti loro il generale annunciò, con una dichiarazione quasi casuale, un’amnistia.

Ai vertici dello stato non tutti apprezzarono la proposta. Un gruppo di persone, guidato da un funzionario di alto grado del ministero dell’interno, era contrario a ogni forma d’indulgenza verso gli ex combattenti. I generali dell’esercito non volevano avere nulla a che fare con l’amnistia: il solo pensiero che quelle persone tornassero nel paese era sconvolgente, dopo che centinaia di keniani erano morti a causa loro. Questi ragazzi, ribadiva il funzionario, dovevano come minimo confessare i loro crimini.

Un altro gruppo di persone, pur prendendo atto della gravità dei crimini commessi, appoggiava Nkaissery. A capo di questa fazione c’erano un dirigente dell’amministrazione provinciale e alcuni responsabili dei servizi d’intelligence. Per loro ogni forma di violenza contro gli ex combattenti avrebbe dato vita a nuovi spargimenti di sangue. La guerra al terrorismo, dicevano, doveva spostarsi dai campi di battaglia alle comunità da cui venivano le persone che si erano unite ai jihadisti. Per vincere, la ragione doveva prevalere sulla forza.

Nell’atmosfera di calma precaria che s’instaurò dopo l’annuncio di Nkaissery molti decisero di rientrare. Ma per loro e per chi li conosceva la vita non sarebbe più stata la stessa. I bambini piccoli che uomini e donne avevano abbandonato per andare a combattere in Somalia erano ormai diventati adolescenti, e avevano scoperto chi erano i loro genitori solo origliando le conversazioni dei familiari. Le voci sul ritorno degli ex militanti di Al Shabaab continuavano a moltiplicarsi, mettendo in agitazione sia i vecchi compagni d’armi sia i poliziotti, che avrebbero preferito ignorare l’esistenza di queste persone. In realtà in Kenya ancora oggi vivono in clandestinità centinaia di ex combattenti.

Voci pericolose

Mohamed Bakari Mazuri stava cominciando a innervosirsi per alcuni discorsi che aveva sentito in un villaggio della contea di Kwale. Le persone intervenute al consiglio del villaggio parlavano di temi che lo toccavano da vicino. Un capo tradizionale e un tizio di un’ong avevano invitato gli abitanti a fare attenzione a eventuali segnali di radicalizzazione e di adesione all’ideologia di Al Shabaab che notavano nei loro figli o nelle loro figlie.

“A volte si fanno crescere la barba e stanno sempre chiusi in camera. Oppure si mostrano intolleranti verso le altre religioni o ascoltano solo certi predicatori”, avvisava il leader tradizionale.

Bakari, che era già stato in Somalia a combattere con l’organizzazione terroristica, non rientrava in nessuno di questi stereotipi. Non portava la barba lunga. Non si chiudeva in camera ad ascoltare prediche radicali. Non era introverso, anzi, gli piaceva essere al centro dell’attenzione. Alla fine dell’incontro, Bakari si avvicinò al leader tradizionale: “Ho un po’ di cose da dirti in via confidenziale. I miei compagni sanno che sono venuto a parlare con te. Se dovesse succedermi qualcosa, verranno a cercarti”.

Gli confessò di essere un ex miliziano e che altri trecento come lui erano tornati in Kenya e vivevano ai margini della società. “Sono stanchi e vogliono tornare a casa”, spiegò. “Se potete garantirci la nostra incolumità verremo allo scoperto”.

Consegnato il messaggio, Bakari si dileguò tra la folla.

Fino ad allora il ritorno degli ex jihadisti aveva avuto conseguenze pesanti sulle famiglie. Figlie rinnegate dai padri. Figli portati a forza nei commissariati da madri in lacrime, consapevoli che se li avessero tenuti nascosti senza informare le autorità avrebbero messo in pericolo tutta la famiglia. La polizia li registrava e gli ordinava di restare a disposizione degli agenti, ma erano liberi di andare dove volevano. Però, avevano un bersaglio sulla schiena.

Molti ex miliziani erano sopravvissuti senza essere rinnegati dalle famiglie o consegnati alla polizia. Si erano ritirati nelle loro cellule in diverse parti del paese, con solo le armi che avevano in spalla e l’esperienza della guerriglia. Vivevano in attesa della vendetta dello stato e guardati con sospetto dagli altri reduci: era necessario un compromesso.

Da sapere
Nel mirino di Al Shabaab

2006-2009 Il gruppo jihadista Al Shabaab (I giovani) si consolida durante la guerra civile somala, dopo la sconfitta dell’Unione delle corti islamiche, un’alleanza di milizie in lotta contro il governo di transizione. **
****11 luglio 2010** A Kampala, in Uganda, 74 persone muoiono in una serie di esplosioni coordinate. È il primo grande attacco di Al Shabaab all’estero.

16 ottobre 2011 Il Kenya manda le truppe in Somalia per fermare gli attacchi di Al Shabaab nel suo territorio.

21 settembre 2013 Quattro miliziani del gruppo irrompono nel centro commerciale Westgate a Nairobi, uccidendo 67 persone.

**1 settembre 2014 **Il leader storico dell’organizzazione, Ahmed Abdi Godane, è ucciso da un drone statunitense nella Somalia meridionale. Gli succede Ahmed Umar, detto Abu Ubaidah.

2 aprile 2015 In un attentato all’Università di Garissa, nell’ovest del Kenya, muoiono 148 persone, in gran parte studenti.

14 ottobre 2017 Un camion bomba a Mogadiscio uccide 587 persone. L’attacco è attribuito ad Al Shabaab.

15 gennaio 2019 In un attentato contro un hotel di lusso di Nairobi muoiono 21 persone.

1 marzo 2019 Venti persone muoiono negli scontri tra forze di sicurezza e jihadisti in un ristorante a Mogadiscio. **The Standard, International Crisis Group **


Il compromesso arrivò grazie a una proposta di Bakari, che in qualche modo era riuscito ad attirare l’attenzione dei responsabili della sicurezza della contea di Kwale. Quando tornò a mettersi in contatto con il leader tradizionale, le autorità erano pronte a garantire ai reduci l’amnistia se si fossero arresi in modo incondizionato e avessero accettato di essere sorvegliati per il resto della loro vita. Per Bakari era una proposta ragionevole. Andò a riferire agli ex compagni che il governo era pronto a concedergli tre cose: amnistia, assistenza e integrazione.

“Gli ex combattenti hanno accettato di far registrare un primo gruppo di sessanta persone nelle liste del governo. Volevano vedere come sarebbe andata”, spiega una persona che ha lavorato al programma di amnistia. Quei sessanta erano i meno pericolosi, uomini e donne che erano stati in Somalia per meno di un anno. La loro esperienza di combattimento e la complicità in atti di terrorismo era minima.

Dopo una serie di consultazioni tra i comandanti di polizia delle contee di Tana River, Mombasa, Kwale, Kilifi e Lamu, la lista fu inviata al ministero dell’interno e, secondo alcune fonti, arrivò nelle mani del ministro Nkaissery.

Ma c’era un problema. Nessuno sapeva cosa sarebbe successo dopo che i sessanta si fossero consegnati allo stato. Nessuno aveva un piano. “Alcuni non capivano la complessità della situazione”, osserva Joseph Kaguthi, uno dei mediatori del programma. Non c’erano precedenti e, come spesso succede, tutto quello che c’era da sapere sul piano era scritto in una facciata di un foglio di carta. Sull’altra facciata c’erano i nomi di sessanta persone.

Bakari era impaziente. Aveva rispettato la sua parte dell’accordo negoziando la resa degli ex combattenti. A cui, però, non bastava la sicurezza. Cominciarono a sospettare che Bakari li avesse traditi negoziando un pessimo accordo. Più o meno nello stesso periodo un episodio infranse il rapporto di fiducia tra il governo e i reduci, e portò all’omicidio di Bakari.

Il 16 aprile 2015, due settimane dopo il massacro all’università di Garissa e sei mesi dopo che i primi sessanta reduci si erano presentati al governo, gli abitanti di Mombasa si svegliarono con una sorpresa. In città erano stati affissi due manifesti con le foto di nove ricercati per terrorismo: “Ricercati! Vivi o morti. Per ognuno una ricompensa di due milioni di scellini”. Alcuni nomi erano sulla prima lista di reduci, a cui solo poche persone avevano avuto accesso.

I reduci si sentirono insultati. Qualcuno aveva passato i loro nomi a persone estranee all’accordo. Ancora una volta puntavano il dito contro Bakari, che poche settimane prima si era sposato con una modesta cerimonia di nozze. La sua vita era l’unica ad aver assunto una parvenza di normalità.

Agli occhi degli ex compagni, i conti non tornavano. Bakari era in contatto con il governo. I nomi di alcuni di loro erano appena stati pubblicati. Lui si era appena sposato.

“I reduci si sentivano tra l’incudine e il martello”, spiega Halimu Shauri. “Bakari non era mai stato accolto a pieno titolo dalla comunità e i suoi ex compagni di Al Shabaab non si fidavano di lui. Aveva troppi segreti”. La sua morte diventò l’unica garanzia del suo silenzio. Una sera Bakari uscì di casa per parlare al telefono in privato. Appena si chiuse la porta alle spalle un sicario gli sparò tre colpi a bruciapelo.

Senza un collegamento con i reduci, il governo cercò un modo per tranquillizzare il gruppo iniziale di sessanta persone, anche perché, come emergeva dai rapporti dei servizi d’intelligence, molti ex combattenti tornati dalla Somalia si dedicavano ad attività criminali lungo la costa. Il nuovo uomo di collegamento tra i reduci e il governo si chiamava Subira Sudi Mwangole.

Bisognò aspettare dieci mesi prima di vedere degli sviluppi nel programma di amnistia. Il 22 febbraio 2016 il sottosegretario all’interno Karanja Kibicho pubblicò i nomi di 19 studenti del Matuga training institute, tra cui cinque ragazze, parte di un gruppo di 48 ex miliziani di Al Shabaab che si erano arresi al governo. Il sottosegretario disse che lo stato voleva aiutarli regalandogli moto e mucche da latte.

“L’annuncio fu un errore. Non si possono dire apertamente queste cose. Significa condannare a morte chiunque sia identificato come ex combattente”, spiega Kaguthi. Subira fu ucciso poche settimane dopo.

Apprendimento lento

In quattro anni il programma di amnistia ha avuto fortune altalenanti. Secondo chi lo contesta, i presupposti erano sbagliati fin dall’inizio. Nelle fasi iniziali la squadra di cui facevano parte Kaguthi, alcuni leader religiosi e ricercatori universitari aveva chiesto di poter andare in Colombia per vedere come il paese sudamericano aveva trattato la resa di migliaia di ribelli delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc).

Una differenza fondamentale tra il programma colombiano e quello keniano era che il primo s’iscriveva in un quadro di legalità, mentre il secondo, come dice Shauri, “era figlio di una dichiarazione casuale o poco più”. Il parlamento colombiano aveva approvato leggi che proteggevano gli ex guerriglieri dalla persecuzione per reati minori commessi nei 52 anni di guerra civile. Chi aveva commesso reati più gravi, come massacri, stupri o rapimenti, non poteva godere dell’amnistia.

Ma il viaggio in Colombia non si è mai concretizzato. “Qualcuno ci ha detto che avremmo fatto meglio ad andare in Indonesia”, racconta Kaguthi. Ma anche il viaggio nel paese asiatico non è mai andato in porto per “la vana competizione e gli sterili battibecchi” tra gli organismi responsabili della sicurezza.

“L’amnistia keniana non ha le basi legali per proteggere nessuno”, afferma Shauri. “Ma è tutto quel che c’è”.

Dopo le morti di Bakari, Subira e tanti altri, la costa del Kenya resta un campo di battaglia ideologico, tra tentativi di radicalizzazione e deradicalizzazione. Solo il tempo dirà chi avrà la meglio. ◆gim

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Questo articolo è uscito sul numero 1297 di Internazionale, a pagina 50. Compra questo numero | Abbonati