Se si parte da Istanbul, la strada per il comune di Silivri va verso ovest. Appena si supera il centro, il paesaggio cambia. I fitti isolati residenziali della città lasciano il posto a grandi distese di terra aperta e arida. Dopo un’ora e mezza di viaggio su un’autostrada di cemento, arrivo alla meta. Il luogo in cui mai sarei voluta andare. Un tempo Silivri, una località alla periferia di Istanbul sulle sponde del mar di Marmara, era nota per le sue coste e le sue specialità gastronomiche, per lo yogurt e le piccole trattorie di pesce. Oggi il suo nome è legato soprattutto all’enorme carcere di massima sicurezza che sorge qui. La prigione più grande d’Europa. Sulla carta è autorizzata a ospitare un massimo di undicimila persone, ma secondo la commissione per i diritti umani del parlamento turco in alcuni periodi la struttura ha ospitato fino a 23mila detenuti.
È impossibile non notare il complesso. Su una superficie di un chilometro quadrato ci sono nove centri di detenzione. Un vasto insieme di edifici bassi, bianchi, con il tetto rosso, diversi anelli di recinzioni, torri di vedetta e autobus con i motori che ronzano sommessamente.
È il giugno del 2025. Sono venuta a Silivri per fare visita a mio zio. È chiuso qui per un reato che non ha commesso: secondo le accuse avrebbe minacciato il presidente Recep Tayyip Erdoğan. In Turchia c’è un modo di dire comune che racconta molto sull’atmosfera nel paese – e anche sulla storia di mio zio. Chi critica il governo si sente spesso rispondere “Silivri soğuktur”, “a Silivri fa freddo”. Il senso è “fai attenzione a quello che dici”. Potrebbe avere spiacevoli conseguenze. Da quando gli arresti politici sono aumentati, Silivri è diventato un simbolo della repressione e della rapidità con cui, nella Turchia di oggi, ti può cambiare la vita.
La strada verso Silivri
Mio zio Fatih Altaylı, 63 anni, è una figura molto nota del giornalismo turco. Per decenni ha condotto Teke Tek, una trasmissione televisiva in cui andavano politici, artisti e scienziati per discutere delle principali questioni politiche e sociali del paese. Trasmesso in seconda serata e spesso con una durata di diverse ore, il format concedeva ampio spazio all’approfondimento: talvolta era anche un po’ stancante. Succedeva che perfino gli ospiti si addormentassero durante la diretta. Un’intera generazione è cresciuta con le trasmissioni di mio zio e molti spettatori, soprattutto quelli che non vivevano nei grandi centri urbani, gli scrivevano affermando che li aveva aiutati ad allargare i loro orizzonti.
Oltre a questo, mio zio scriveva articoli per importanti giornali ed è stato, fino alle sue dimissioni nel 2014, caporedattore del quotidiano Habertürk. A un certo punto, con Erdoğan al potere, è diventato più difficile lavorare con i mezzi di informazione classici, e lui come molti altri si è spostato su internet, dove ha fondato un canale indipendente su YouTube. Da un semplice studio ha cominciato a commentare i principali eventi del giorno. Con il tempo il suo canale ha raggiunto un pubblico sempre più vasto (aveva 1,7 milioni di abbonati), diventando una delle voci indipendenti più ascoltate di tutta la Turchia. Ripensandoci oggi dev’essere stata proprio questa combinazione – libertà redazionale e pubblico crescente – a renderlo scomodo per i potenti.
Il 20 giugno 2025 in una delle sue dirette mio zio ha commentato un sondaggio da cui appariva che una grande maggioranza degli intervistati si opponeva all’idea che Erdoğan potesse rimanere al potere a vita. Riferendosi alla storia ottomana, mio zio ha spiegato che quando i governanti perdevano il sostegno popolare di solito venivano deposti, se non addirittura uccisi. Nelle ore immediatamente successive hanno cominciato a circolare sui social media degli spezzoni della trasmissione. Il montaggio lasciava intendere che le osservazioni di mio zio fossero delle minacce dirette nei confronti di Erdoğan. In breve tempo Oktay Saral, stretto consigliere del presidente, lo ha preso di mira pubblicamente, insinuando che fosse già “nei guai”. Meno di dieci ore dopo, mio zio Fatih Altaylı era in arresto.
La famiglia può visitare il prigioniero il giorno successivo all’arresto. Per questo mi trovo insieme a mia zia e mia cugina davanti al carcere di Silivri. Abbiamo consegnato all’ingresso telefoni e borse e aspettiamo l’autobus che ci condurrà nel cuore del complesso. I gatti si aggirano liberi nell’area mentre le persone in attesa del bus, tutti parenti dei detenuti, chiacchierano del più e del meno per alleggerire la tensione. Una donna racconta che è qui per vedere il marito, colto a gestire un traffico di droga nei pressi del suo luogo di lavoro. “Almeno stavolta so dove trovarlo”, dice alzando le spalle. A quanto pare non è la prima volta che finisce in prigione. Silivri è piena di queste storie insolite, tragiche e talvolta tragicomiche.
Quando arriva l’autobus vedo una scritta su un cartello attaccato fuori del veicolo: Özgür turizm, “turismo della libertà”. I passeggeri scendono a seconda dei reati di cui sono accusati i loro parenti. Quelli vestiti bene scendono per ultimi, al centro di detenzione numero 9. Qui c’è probabilmente la più grande concentrazione di pensatori e dissidenti turchi per metro quadrato. Attivisti, politici d’opposizione, scrittori, accademici: tanti di loro sono passati per questi corridoi, altri sono tuttora rinchiusi qui e scontano pene di cui non vedono la fine.
Tra realtà e fantasia
Ci sono attivisti per i diritti umani come Can Atalay oppure Osman Kavala, arrestati nel corso di precedenti ondate di contestazione. Anche il sindaco di Istanbul Ekrem İmamoğlu è detenuto qui insieme a decine di collaboratori dell’amministrazione cittadina. İmamoğlu è il principale oppositore di Erdoğan. Ora, però, la procura lo accusa di 142 reati, tra cui corruzione, appropriazione indebita e spionaggio. I politici dell’opposizione e i giuristi vedono in questa strategia di accuse sproporzionate il tentativo di eliminare un avversario politico. Dall’arresto di İmamoğlu, avvenuto il 18 marzo 2025, in tutta la Turchia ci sono state proteste in gran parte pacifiche, con decine di migliaia di persone che sono scese in piazza. E poi è seguito il solito schema: i giornalisti che si occupavano delle proteste sono stati minacciati o aggrediti. È stato uno dei più gravi attacchi alla libertà di stampa dai tempi delle proteste di Gezi Park, nel 2013. Nelle settimane e nei mesi successivi sono stati fermati e portati a Silivri molti giornalisti, attivisti e politici. Tra loro anche mio zio.
I pubblici ministeri lo accusano di aver “minacciato” il presidente con dichiarazioni rilasciate nel corso del suo programma, ai sensi dell’articolo 299 del codice penale turco. Ma gli avvocati fanno notare che quell’articolo si riferisce ad atti fisici diretti. C’è dell’altro. Il Consiglio per la radio e la televisione ha emesso un avvertimento formale: il canale YouTube di mio zio doveva richiedere una licenza per trasmettere in rete entro 72 ore, presentare la documentazione necessaria e pagare in anticipo le relative tasse, pena la chiusura. Una richiesta considerata molto inusuale, dato che di norma queste condizioni non si applicano ai canali online.
Quando raggiungiamo il centro numero 9, mi dicono che non posso entrare, sono autorizzate solo mia cugina e mia zia. Nell’attesa parlo con gli avvocati. D’ora in avanti, mi spiegano, la mia famiglia potrà vedere mio zio solo per un’ora alla settimana e parlargli attraverso un vetro o per telefono, un’immagine che mi fa tornare in mente i film americani. Una visita senza barriere è concessa solo una volta al mese. In prigione non c’è un fornello, mi dicono gli avvocati, per questo hanno dato a mio zio qualche consiglio, per esempio su come fare la marmellata in un bollitore. Non capisco se sono seri o se stanno scherzando. Mi sembra di essere in un romanzo di Gabriel García Márquez, dove il confine tra realtà e fantasia diventa sfumato. Quando mia zia e mia cugina tornano, mi dicono che mio zio ha approfittato della visita anche per dare qualche suggerimento sugli ospiti da invitare al suo programma la settimana prossima. Fatih Altaylı resta un giornalista, anche in prigione.
Il programma continua ad andare in onda. Ora sullo schermo al posto di mio zio c’è una sedia vuota. Lui continua a scrivere commenti quotidiani, trascritti dagli avvocati, che il suo team pubblica sul canale YouTube. Dalla sua cella osserva alla televisione gli sviluppi politici in Turchia ed esprime le sue opinioni. Ma parla anche della vita in prigione. Un video ha avuto più di 1,5 milioni di visualizzazioni. Mia zia scherza dicendo che la poltrona vuota ha più spettatori di mio zio in persona. Di colpo le sue parole hanno aperto una breccia nelle mura di Silivri e ora è come se tutta la Turchia potesse sbirciare dentro il carcere. La sua assenza ha reso il carcere più visibile che mai.
Ma l’incertezza logora la nostra famiglia. I giorni diventano settimane e le settimane mesi. Non abbiamo idea di quanto durerà la sua detenzione o se potrà mai uscire. Silivri diventa parte del nostro lessico, della nostra routine.
I giudici possono far sparire gli articoli dalla circolazione nel giro di poche ore. Sta scomparendo una parte della memoria del giornalismo
Mio zio e sua figlia, durante le visite, hanno cominciato a giocare a scacchi attraverso le sbarre del carcere. Gli avvocati riportano ogni mossa da un lato all’altro. Presto altri detenuti li hanno imitati. A Silivri si gioca contro il tempo.
Ad agosto finalmente ci sono novità – anche se non buone. Contro mio zio è stato avviato un altro processo, questa volta con l’accusa di “diffusione di notizie fuorvianti” in una sua trasmissione, classificata come minaccia alla sicurezza nazionale. Viene fissata un’udienza per il 3 ottobre 2025. Ma quando la data si avvicina l’udienza viene rimandata. Il motivo ufficiale è la mancanza di prove. Viene indicata una nuova data, 26 novembre 2025. A quel punto mio zio smette di scrivere lettere dal carcere. Gli avvocati temono che possano attirare troppa attenzione sul caso e che la cosa finisca per danneggiarlo. Il canale continua a trasmettere ma con tematiche diverse: più programmi culturali e scientifici e meno politica. Alla fine di novembre mio zio viene condannato a quattro anni e due mesi.
A quel punto si rivolge al pubblico attraverso il suo canale: “Il verdetto nei miei confronti è una pesante ingiustizia”. È meno fiducioso, dice. “È chiaro che passerò molto tempo su una sedia di plastica in una cella fredda”.
Basta la paura
Özgür Öğret ha seguito il caso di mio zio, fa parte del Comitato per la protezione dei giornalisti (Cpj), una ong internazionale impegnata in tutto il mondo nella difesa della libertà di stampa. “Se si osservano le motivazioni del suo arresto e ciò che ha detto veramente, è chiaro che per costruire la tesi di una ‘minaccia al presidente’ è stato necessario un notevole sforzo interpretativo”, dice Öğret.
Il caso di mio zio non è isolato. I dati del Cpj mostrano che per gran parte dell’ultimo decennio la Turchia è tra i paesi che hanno imprigionato il numero più alto di giornalisti. Anche se nel 2024 non era più tra i primi dieci paesi della lista, il dato non indica necessariamente un miglioramento strutturale. Secondo Reporter senza frontiere nel 2024 la Turchia era al 159° posto su 180 paesi nella classifica della libertà di stampa. “Nessuno degli annosi problemi della libertà di stampa in Turchia è stato risolto”, afferma Öğret. “Anzi, molti sono peggiorati”. Forse le pene sono più brevi rispetto a qualche anno fa, ma l’incertezza resta. “Vai in carcere e poi esci. Ma continui a vivere chiedendoti se succederà di nuovo”.
Timur Soykan sa cosa significa. Nel 2025 il giornalista d’inchiesta turco è stato arrestato due volte, anche lui con l’accusa di aver “diffuso informazioni fuorvianti”. “Nella tua mente si crea un confine. Cominci a chiederti cosa potrebbe farti finire in prigione e ti regoli di conseguenza”, spiega Soykan. La censura non ha necessariamente bisogno di divieti, basta la paura.
“I processi sono interminabili. Facciamo avanti e indietro dai tribunali alle stazioni di polizia”, racconta Soykan. Inoltre, le restrizioni ordinate dai giudici possono far sparire gli articoli dalla circolazione nel giro di poche ore, spesso senza fornire spiegazioni. A poco a poco sta scomparendo anche una parte della memoria del giornalismo.
Alla fine del dicembre 2025 il tribunale regionale ha fatto rilasciare mio zio. La decisione è stata motivata con l’assenza di rischio di fuga, la conclusione della raccolta delle prove e il tempo già trascorso in custodia cautelare. Non ce lo aspettavamo. A quel punto ci eravamo già abituati all’idea di una lunga detenzione. Dopo più di sei mesi a Silivri è tornato a casa.
Siamo felicissimi. In tempi come questi, quando una persona amata finisce in carcere, anche i suoi cari sono profondamente scossi. Anche se ora è libero e vorrebbe tornare al suo lavoro, resta la paura di perderlo di nuovo. Per questo, nei primi mesi dopo la scarcerazione, la famiglia ristretta ha trascorso più tempo possibile insieme, festeggiando e tenendosi per un po’ alla larga dei mezzi di informazione. Abbiamo raccomandato a mio zio di non tornare subito alla carica. Ma con il tempo in lui è cresciuto il desiderio di ricominciare a fare ciò che ama e di rimettersi davanti alla telecamera.
Mentre era in carcere, lettori, telespettatori e persone comuni gli hanno dimostrato uno straordinario sostegno. “Forse nemmeno Ekrem İmamoğlu ha ricevuto un affetto così intenso e diffuso. Perché il mio arresto è stato percepito come ingiusto da persone di ogni orientamento politico, a parte qualche fanatico”. Anche un gran numero di elettori del Partito per la giustizia e lo sviluppo (Akp), di cui fa parte Erdoğan, riteneva che avesse subìto un torto, un’opinione condivisa perfino dai parlamentari del partito. “Onestamente mi sento in debito con tutti questi cittadini”, dice mio zio. “Prima scrivevo per me stesso. Ora mi rendo conto che mi sbagliavo: scrivo per tutti”.
Ma non è il solo, altri continuano il loro lavoro in modi diversi. Alcuni, come Timur Soykan, rimangono nel paese, altri ancora si fanno sentire dall’esilio. Nuove voci indipendenti spuntano su YouTube e su altre piattaforme. “In Turchia i giornalisti hanno sempre dovuto pagare un prezzo”, afferma Soykan. “Ma c’è anche una forte tradizione della resistenza”. I detenuti continuano a scrivere, pubblicare, restano fedeli al loro ruolo. “La verità può essere repressa, nascosta, distorta”, dice Soykan. “Ma non cancellata”. ◆ nv
Derin Erenoğlu è una sociologa e documentarista turca. Vive a Berlino.
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Questo articolo è uscito sul numero 1670 di Internazionale, a pagina 52. Compra questo numero | Abbonati