Nella boscaglia del Sudafrica, a una giornata piena d’auto dalle principali metropoli del paese, c’è una cittadina che, per le sue dimensioni, potrebbe essere il posto più studiato del mondo. Circa nove chilometri quadrati di villette unifamiliari, tremila abitanti, una strada principale, una piscina comunale, un distributore di benzina e qualche piccola coltivazione di noci pecan. Non succede mai niente di importante: un motivo di orgoglio per i suoi abitanti. Eppure, negli ultimi trent’anni decine di giornalisti anglofoni ci sono andati in pellegrinaggio, spesso più volte. Il New York Times le ha dedicato quattro reportage. I servizi si susseguivano anno dopo anno, citando sempre le stesse persone, anche se non succedeva nulla di rilevante. Nessuna guerra, nessun disastro.
Il punto è proprio questo: l’immutabilità. A Orania non possono vivere le persone non bianche. La città prende il nome dal fiume che scorre lì vicino e dall’Orange Free State (com’era chiamata la provincia all’epoca dell’apartheid, il regime di segregazione razziale in vigore dal 1948 al 1994). Fu fondata nel 1991, l’anno dopo il rilascio di Nelson Mandela, il più noto leader nero della lotta per la liberazione e futuro presidente del Sudafrica, che aveva passato 27 anni in carcere.
Consapevoli che la libertà di Mandela avrebbe significato la fine del dominio della minoranza bianca, i fondatori di Orania s’inoltrarono nel deserto, comprarono in blocco una cittadina mineraria abbandonata e ne fecero la loro colonia. Visto che le leggi statali che permettevano – o meglio, imponevano – la segregazione razziale erano appena state abolite, Orania fu dichiarata proprietà privata. Nel pubblicizzare l’insediamento, i fondatori sostenevano di voler mantenere la città segregata per un esperimento: le persone di discendenza europea sarebbero riuscite a vivere in Sudafrica senza dipendere da altri per i lavori manuali, per fare benzina o per pulire la casa? A Orania tutti quei compiti sarebbero stati svolti dai bianchi.
Immaginavano anche una brutale guerra a sfondo razziale e un’apocalisse per i sudafricani bianchi, pronosticando che Orania avrebbe presto raggiunto i diecimila abitanti e che i suoi ideali si sarebbero diffusi nell’intera provincia, attirando centinaia di migliaia di persone. Le statue dei vecchi leader bianchi vegliano sulla città. In un piccolo museo sono esposti i trofei di pesca vinti dall’ex primo ministro Hendrik Verwoerd (1958-1966), il cosiddetto architetto dell’apartheid, e un busto che lo definisce “l’uomo del destino”.
Lo strano fascino di Orania
Vivo in Sudafrica da sedici anni, dopo aver lasciato gli Stati Uniti nel 2009. Anch’io sono andata a Orania per il reportage di rito poche settimane dopo il mio arrivo. Ma negli anni successivi mi sono interrogata sul perché esercitasse un fascino così grande all’estero. All’inizio i giornalisti statunitensi ed europei che si affollavano in città lavoravano per giornali mainstream o di sinistra, e sembravano aver abboccato alla storia della sua attrattiva quando ripetevano che richiamava sempre più bianchi nostalgici del vecchio ordine. Pensavo che quei giornalisti cercassero un modo per consolarsi: anche se nelle loro società non erano riusciti a risolvere le ingiustizie razziali, i bianchi sudafricani sognavano addirittura di tornare alla segregazione! Almeno a casa loro non erano tanto retrogradi.
Poi però il fascino di Orania si è diffuso tra l’estrema destra fuori del Sudafrica. Dalla metà degli anni 2010, mentre Donald Trump si faceva largo in politica, gli opinionisti conservatori australiani, europei e statunitensi hanno cominciato a interessarsi a Orania. Anche loro la definivano una realtà in espansione, a causa dell’enorme minaccia che, ai loro occhi, incombeva sulla popolazione bianca del resto del Sudafrica.
Erano gli anni in cui negli Stati Uniti c’era un presidente nero, i demografi cominciavano a prevedere che le minoranze sarebbero diventate la maggioranza e il movimento Black lives matter muoveva i primi passi: sembrava che fosse in atto un grande cambiamento. Non solo le cosiddette minoranze si sarebbero battute per l’uguaglianza davanti alla legge nei paesi guidati da bianchi, ma avrebbero rivendicato un ruolo da protagoniste nella politica e nel racconto della storia nazionale. Agli statunitensi bianchi preoccupati da queste trasformazioni non servivano altre prove: se le cose fossero andate avanti così, loro sarebbero stati le vittime.
Per cui si sono aggrappati al Sudafrica, spacciandolo per un esperimento naturale. Dopo che il paese era diventato una democrazia basata sul principio “una persona, un voto”, le persone non bianche avevano preso le redini della politica, erano diventate i volti dei telegiornali e le firme sulla stampa, avevano scalato i vertici dell’economia e aggiornato i programmi scolastici per raccontare una storia nazionale diversa.
Blogger conservatori, radio e tv avevano reagito invitando un piccolo gruppo agguerrito di sudafricani bianchi – a volte legati a Orania, altre alle lobby che curavano gli interessi degli afrikaner (i discendenti dei primi coloni olandesi) – a raccontare la loro versione di quella transizione. Anche se forse era stato immorale, dicevano, il dominio della minoranza aveva garantito ai bianchi una vita sicura, stabile e felice. Perdendo la loro influenza, queste persone erano diventate vittime di discriminazione, odio, violenza e perfino di un presunto genocidio, perpetrato per vendetta.
La morale della storia era evidente: se quelli che un tempo erano oppressi fossero saliti al potere, avrebbero scatenato un’inevitabile rappresaglia violenta, o addirittura un programma di annientamento. Questo giustificava gli sforzi di altri leader bianchi per mantenere la loro influenza culturale.
Un’eccezione sorprendente
Quando Donald Trump è tornato alla Casa Bianca nel gennaio 2025, l’ossessione per il Sudafrica tra i suoi sostenitori è esplosa perché lui si è mostrato propenso a trasformare le parole in fatti. Nel corso del suo primo mandato aveva pubblicato dei tweet sulla presunta persecuzione dei bianchi sudafricani, ma nei primi sei mesi del secondo ha firmato un ordine esecutivo senza precedenti. Ha tagliato gli aiuti al governo di Pretoria e allo stesso tempo, facendo un’eccezione sorprendente alle sue politiche ostili ai migranti, ha offerto agli afrikaner una procedura accelerata per il riconoscimento dello status di rifugiati.
Nel maggio 2025 ha convocato il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa alla Casa Bianca costringendolo a subire una specie di processo farsa, in cui ha affermato che in Sudafrica era in corso “una persecuzione o un genocidio”. Seguendo l’esempio di Trump, quasi tutti i più importanti influencer conservatori statunitensi hanno invitato dei sudafricani bianchi a discutere la questione e nei loro programmi hanno magnificato Orania, l’unico posto ancora sicuro.
Il problema è che queste storie non sono vere. I sudafricani bianchi non sono, come gruppo, vittime di persecuzioni violente basate sul colore della pelle. A trent’anni dalla fine dell’apartheid, il reddito medio delle loro famiglie è ancora quattro volte superiore a quello dei neri. Anche se il devastante tasso di criminalità sudafricano colpisce tutti, nel complesso i bianchi hanno meno probabilità dei neri di essere vittime di reati. Parlando con i bianchi che continuano a vivere in Sudafrica – circa 4,5 milioni, un dato stabile dalla fine degli anni ottanta – molti affermano di stare meglio oggi che ai tempi del regime bianco progettato, in teoria, per tutelarli: i crimini violenti si sono dimezzati rispetto al picco raggiunto nel 1993, lo stato di diritto funziona, le elezioni sono libere ed eque, e i politici bianchi mantengono il controllo di ministeri importanti.
Ma perché alcuni bianchi che vivono in paesi dove sono la maggioranza sono così poco interessati alla realtà, o non sono disposti a crederci? Non sono solo gli elettori di destra a pensare che l’odio razziale non scomparirà mai e che tornerà inevitabilmente a riaffiorare. Anche i giornalisti di sinistra accorsi a Orania mi sembravano cercare le prove del fatto che i bianchi non rinunceranno mai a quel senso di superiorità che li aveva portati a imporre la segregazione razziale. Che la gente vuole vivere insieme ai suoi simili e spinge chi è diverso ai margini. Che esercitare un potere violento su un altro gruppo è una tentazione terribile, e il desiderio di farlo è talmente radicato nella natura umana che gli sforzi per sostituirlo con uguaglianza e diversità sono probabilmente destinati a fallire. Quest’idea oggi viene spacciata per riflessione sofisticata, perfino tra progressisti che aspirano a un mondo più giusto ed equo ma che spesso sembrano averci rinunciato.
È triste constatare questa perdita di fiducia, perché la vera storia del Sudafrica offre una lezione diversa. Spesso è trascurata la violenza che il regime dell’apartheid inflisse anche ai bianchi. Non erano le sue vittime principali o intenzionali, anzi, avrebbero dovuto esserne i beneficiari. Ma l’apartheid creò uno stato di polizia che limitava pesantemente anche la vita dei bianchi.
Il mondo che Trump e i suoi seguaci dicono di voler costruire somiglia molto all’intollerabile sistema di controllo esistente ai tempi dell’apartheid. Ma il messaggio che la stragrande maggioranza dei sudafricani può mandare a chi vive negli Stati Uniti è: quel mondo non vi piacerà.
Da quando cominciarono a insediarsi all’estremità meridionale dell’Africa, gli europei cercarono di segregare le popolazioni native. Nel seicento la colonia della Compagnia olandese delle Indie orientali a Città del Capo applicava regole diverse per gli indigeni desiderosi di commerciare con soldati, marinai e agricoltori europei e piantava cespugli spinosi intorno all’insediamento europeo per tenerli fuori.
Ma perché alcuni bianchi che vivono in paesi dove sono la maggioranza sono così poco interessati alla realtà, o non sono disposti a crederci?
All’inizio del novecento il governo sudafricano – diventato colonia dell’Impero britannico – introdusse leggi che limitavano la libertà di neri, meticci e abitanti di origine indiana (inizialmente portati nel paese come schiavi) sull’87 per cento del territorio nazionale e che riducevano il loro diritto a lavorare perché non facessero concorrenza ai bianchi. Nel 1948 un partito politico afrikaner strappò il potere ai bianchi di lingua inglese, avviando due progetti paralleli: rendersi indipendenti dal dominio britannico, e formalizzare ed esasperare l’apartheid, “separazione” in lingua afrikaans.
Per preservare il potere politico ed economico bianco, il governo guidato dagli afrikaner si ispirò apertamente alle leggi razziste in vigore nel sud degli Stati Uniti, inviando in America degli emissari per studiare le scuole, gli autobus e le fontane, dove tutti erano “separati, ma uguali”.
Hendrik Verwoerd era un conservatore autoritario. Psicologo di formazione, giustificò la creazione di enormi “riserve indigene” geograficamente separate e la decisione di riservare ai neri solo lavori manuali nei quartieri bianchi, sostenendo che le comunità multirazziali erano la ricetta per “il più terribile scontro di interessi immaginabile”. Per lui “rancore e vendetta” sarebbero stati l’esito inevitabile dell’inclusione dei non bianchi nella politica del paese.
Il sistema da lui istituito attraverso un apparato di leggi incredibilmente rigide colpiva soprattutto le persone non bianche. Non potevano possedere aziende, partecipare alla politica nazionale o camminare nei quartieri dei bianchi senza un lasciapassare firmato dal datore di lavoro. Spingendo all’estremo il concetto del “separati ma uguali”, il governo sostenne che le regioni del Sudafrica a maggioranza nera – con terreni meno fertili – erano paesi separati; anche se nessun altro stato riconobbe i “bantustan” come stati indipendenti, i sudafricani neri erano tenuti a esibire passaporti diversi e molti di quelli che vivevano nelle aree urbane furono costretti a tornare in presunte patrie tribali (homeland) in cui non avevano mai messo piede.
Ma la segregazione causò infelicità e miseria anche ai bianchi. Lo stato dell’apartheid era uno stato di polizia. La libertà di parola era limitata. Tra il finire degli anni cinquanta e l’inizio degli anni sessanta un gran numero di paesi africani si liberò dal dominio coloniale europeo, e quest’ondata di emancipazione favorì la nascita di movimenti di liberazione in Sudafrica e di proteste contro l’apartheid. Spesso in queste manifestazioni i poliziotti bianchi riservavano le violenze peggiori ai pochi manifestanti bianchi. I direttori dei giornali bianchi finivano sistematicamente in carcere o erano costretti a diventare informatori della polizia. Alti funzionari del governo, delle forze armate e dei servizi segreti facevano pressioni e intimidivano le redazioni. Nel 1990, quando un quotidiano in afrikaans criticò troppo il governo, un agente del ministero della difesa piazzò una bomba nei suoi uffici. Lo stato confiscò i passaporti di migliaia di politici, giornalisti, artisti e studenti bianchi. Nel 1960 Alan Paton, lo scrittore più famoso del paese con il romanzo Piangi, terra amata (pubblicato in Italia nel 1950 da Bompiani), si vide confiscare il passaporto e fu costretto a scegliere se restare per sempre nel paese, rinunciando a una carriera letteraria, o essere privato della cittadinanza e diventare apolide.
I tanti divieti
Pochi mesi dopo il ritorno di Trump alla Casa Bianca, il commentatore di estrema destra Tucker Carlson si è soffermato sull’idea che i sudafricani neri possano, come i leader hutu nel genocidio in Ruanda, considerare i bianchi parassiti. Era un’ipotesi. Ma il governo dell’apartheid vedeva così i cittadini bianchi che non si allineavano. John Vorster, primo ministro in Sudafrica dal 1966 al 1978, spiegò con queste parole la sua filosofia: quando una mosca t’infastidisce, o la schiacci o la lasci volare fuori dalla finestra.
Gli psichiatri dello stato sfruttavano alcune circostanze – come, per esempio, la visita per la leva militare – per dare la caccia agli omosessuali. I sospettati venivano portati con la forza in un ospedale militare di Pretoria, isolati dalle famiglie e sottoposti all’elettroshock. Un migliaio di uomini e donne che non riuscivano a “correggersi” furono sottoposti con la forza a interventi chirurgici di riassegnazione del sesso.
Il sistema non prendeva di mira solo i bianchi che dissentivano. Manteneva la maggior parte di loro in uno stato di paura e incertezza. La tv fu totalmente vietata fino al 1975. Una rigida censura – non si poteva comprare Il capitale e la radio non poteva trasmettere Bob Dylan – manteneva i bianchi in una condizione d’ignoranza, relativamente inconsapevoli degli eventi interni e internazionali.
Quando mio marito, un sudafricano bianco, era adolescente, fece un viaggio in Germania alla fine del 1989 ma non si rese conto che il misterioso smantellamento di alcune strutture nel centro di Berlino era la caduta del muro: i burocrati delle scuole pubbliche sudafricane, temendo che i bambini scoprissero il dissenso, non avevano incluso la divisione della Germania nei programmi scolastici, e nemmeno la più ampia opposizione europea al comunismo.
Il governo vietava le relazioni miste. Nel 1972 più di cinquecento persone furono perseguite ai sensi dell’Immorality act, la legge che vietava i rapporti sessuali con persone che avevano la pelle di un altro colore. Eppure le famiglie bianche e quelle nere “avevano un’enorme prossimità, soprattutto in ambito domestico”, mi racconta David Bruce, un criminologo sudafricano bianco. Era naturale che nascessero sentimenti di affetto per le tate nere e di amicizia per i figli delle cameriere nere che vivevano in casa, ma quel calore andava represso. “La mentalità era profondamente autoritaria”.
La violenza interiorizzata
Si dice anche che i sudafricani bianchi erano al riparo dalla violenza del regime. Ma non è vero. Nel 1978 l’allora primo ministro P. W. Botha definì la condizione dei sudafricani bianchi come una continua battaglia contro “l’assalto psicologico, economico, militare, diplomatico” dei “terroristi” neri. Quel concetto condannò molti bianchi a una vita caratterizzata non solo dalla violenza reale, ma dalla paura costante di subirla. A scuola s’imparavano a maneggiare armi semiautomatiche perché, come scriveva la rivista dell’esercito, bisognava instillare “negli alunni la consapevolezza della natura dell’attacco” condotto da “malvagie forze rivoluzionarie”. Nei ragazzi veniva inculcata la paura costante dello swart gevaar, il pericolo nero.
Amos van der Westhuizen, 56 anni, è un consulente finanziario, figlio di un ex funzionario del Partito nazionale, quello che istituì l’apartheid. Mi racconta di aver avuto un’infanzia inquieta e spaventosa proprio per questa sensazione di assedio. Nel suo libro di memorie del 2017, Kat in die Hoenderhok (Il gatto nel pollaio), ricorda che un giorno una folata di vento ruppe una finestra della sua scuola. “Loro (i neri) ci stanno attaccando!”, pensarono lui e gli altri ragazzi in preda al panico.
Van der Westhuizen voleva giocare a cricket e a rugby, ma il regime gli impedì di misurarsi con atleti neri di talento. Il governo vietava perfino all’élite sportiva bianca di gareggiare con i neri, e quindi raramente gli atleti sudafricani competevano all’estero. Al massimo lui e i suoi amici potevano aspirare a entrare nell’esercito. Pochi anni dopo l’introduzione dell’apartheid, il Sudafrica decretò la leva obbligatoria per ogni adolescente bianco e a metà degli anni settanta il paese entrò in guerra con vari stati confinanti. Chi si opponeva al servizio militare rischiava il carcere. L’esercito era spietato: verso la metà degli anni ottanta, centinaia di coscritti tentavano il suicidio ogni anno. Angela McIntyre, una storica che ha studiato la guerra civile angolana e l’intervento sudafricano in quel conflitto, mi dice che molti sudafricani bianchi “furono arruolati a forza per qualcosa che gli era vietato capire”.
Mark Joseph, educatore in salute mentale e mindfulness nato a Johannesburg 52 anni fa, mi racconta che da adolescente credeva ciecamente alle affermazioni del governo secondo cui i neri “erano il nemico, ci avrebbero uccisi tutti e non avevano nessun rispetto per la vita”. Ma quando entrò nell’esercito, cominciò a sentire che quelle affermazioni si addicevano piuttosto ai suoi superiori bianchi.
Il trattamento che l’esercito riservava ai suoi soldati poteva essere paragonato alla tortura, ricorda di aver pensato Joseph. Negli addestramenti lui e le altre reclute non potevano bere “per temprarsi”. Il caporale lo picchiava sistematicamente e una volta cercò di strangolarlo. “C’erano grandi ventilatori industriali al soffitto e alcuni ragazzi infilavano la mano tra le pale” per rompersi le dita ed essere portati in ospedale, lontano dall’orrore, spiega Joseph. “Ho visto un ragazzo spezzare di proposito la gamba a un altro con il fucile”. Molti simulavano malattie mentali. “Io ebbi un’infezione del sangue e finii in ospedale, cosa che mi rese felicissimo”. Dopo aver lasciato l’esercito “sono andato fuori di testa”, dice. “Ero arrabbiato e aggressivo. Ho cominciato a bere e a drogarmi”. Era un fenomeno piuttosto frequente. I centri di riabilitazione di tutto il Sudafrica sono pieni di ex coscritti bianchi.
Un attore ha pubblicato un video su TikTok sull’“orgoglio” sudafricano per aver prodotto “i rifugiati più ricchi e meglio nutriti del mondo”
I costi si facevano sentire anche fuori dell’esercito. Uno studio medico del 1982 pubblicato sul Journal of Public Health Policy confrontò la salute dei sudafricani bianchi con quella dei residenti in Inghilterra e nel Galles. Riscontrò che, anche se i primi erano economicamente più avvantaggiati rispetto ai secondi e altrettanto sani, mostravano un’incidenza più alta di quelle che vengono chiamate “morti per disperazione”: il rischio di suicidio era triplo per i maschi e quello di morire per cirrosi epatica, malattia associata all’abuso di alcol, era quattro volte maggiore per entrambi i sessi.
Negli anni ottanta i giornali sudafricani riportarono un forte aumento degli “omicidi in famiglia”, in cui uomini bianchi uccidevano moglie e figli e poi si suicidavano. “Se un sudafricano bianco pensava di aver deluso la propria comunità, poteva sentirsi talmente umiliato da decidere di togliersi la vita – conservando il diritto di portare la sua famiglia con sé”, ho scritto nel mio libro del 2022 The inheritors (Gli eredi). Un amico sudafricano bianco mi ha ricordato il giorno in cui l’insegnante annunciò che il padre di un compagno di classe, disperato per il fallimento della sua azienda, aveva ucciso il ragazzo con una balestra. Alcuni genitori picchiavano i figli con le fruste che la polizia dell’apartheid usava nei quartieri dei neri.
Un dolore ancora vivo
Per molti il dolore vissuto sotto l’apartheid è ancora vivo. Nell’isolamento degli anni scolastici e dell’addestramento militare, nessuno aveva detto a Joseph che i leader bianchi del Sudafrica avevano cambiato opinione su Mandela e avevano deciso di negoziare con lui. Quando Mandela fu eletto presidente, Joseph era “convinto che sarebbe scoppiata una guerra civile”. Aveva sempre sentito ripetere che i neri erano il nemico e che “avrebbero ucciso tutti, massacrato le famiglie, stuprato le donne e preso le case” dei bianchi. Il padre di Joseph ripeteva: “Se Mandela esce di prigione, siamo morti”. Lui aveva tra i dieci e i quindici attacchi di panico al giorno. In seguito, rendendosi conto di quanto fosse falsa l’idea che aveva dei neri, provò uno spaventoso senso di colpa, anche se era stato sottoposto a un lavaggio del cervello.
Sei mesi dopo l’offerta di Trump ai sudafricani bianchi di un volo gratis e una procedura accelerata con cui ottenere la cittadinanza statunitense, meno di cento persone avevano accettato l’offerta. Al contrario, dall’inizio degli anni sessanta alla fine degli anni settanta e per tutti gli anni ottanta il Sudafrica aveva visto ondate di bianchi che fuggivano dal paese. È difficile trovare dati statistici completi e affidabili disaggregati per etnia sull’emigrazione negli anni dell’apartheid, ma solo nel 1961 l’Unesco calcolò che almeno 25 docenti si erano dimessi dall’università di Città del Capo per trasferirsi all’estero. Un sondaggio del 1977 condotto nell’università del Witwatersrand di Johannesburg, ai tempi riservata ai bianchi, rilevò che il 64 per cento dei laureandi dichiarava di volersi “stabilire definitivamente in un paese diverso dal Sudafrica”. Nel 1985 il 40 per cento degli studenti di medicina e il 45 per cento di quelli di economia lasciarono il paese subito dopo la laurea.
Andare via
Il Sudafrica dovette fare i conti con una carenza di forza lavoro qualificata e i fallimenti di aziende si moltiplicarono. Lo stesso anno il consolato degli Stati Uniti a Johannesburg ricevette una media di cinquanta richieste al giorno di persone che pensavano di emigrare.
Dopo decenni di governo repressivo e discriminazioni, l’economia statalista offriva meno opportunità. Negli anni ottanta era diventata apertamente corrotta, e nel 1985 rischiò il default. La valuta crollò e l’inflazione sfiorò il 20 per cento. Il settore edilizio licenziò il 40 per cento della manodopera. L’emigrazione diventò un affare, con i giornali che si riempivano di annunci di consulenti specializzati su come lasciare il paese. Si moltiplicavano le barzellette: qual è la definizione di patriota sudafricano? Uno che non riesce a vendere la casa.
Ma gli emigranti raccontavano ai giornali che le ragioni per partire non erano solo economiche. Erano terrorizzati dall’idea che i loro figli fossero arruolati; l’apartheid era diventato insopportabile. “Voglio soltanto vivere, e ancora di più voglio che i miei figli crescano in un ambiente libero dall’odio razziale che sta avvelenando il mio paese”, disse uno di loro al Guardian. Un altro che aveva lavorato negli Stati Uniti dichiarò al Journal of Commerce nel 1987: “Più conosci gli Stati Uniti, meno vuoi coinvolgere te stesso e la tua famiglia nel sistema (sudafricano)”. Nel 1992 più di due terzi dei bianchi, spinti dalla paura e dall’incertezza economica, sconfessarono l’apartheid: in un referendum sulle modifiche costituzionali che si tenne quell’anno, il 69 per cento degli elettori – solo bianchi – scelse di smantellare il governo e istituire una democrazia piena.
La vendetta di massa semplicemente non avvenne. Sembra difficile da capire per chi non ha mai vissuto un capovolgimento così totale della gerarchia politica. Ma nei miei anni in Sudafrica, vivendo sia in località rurali afrikaner sia nelle grandi città, ho sentito molto più spesso i bianchi parlare dello shock per il calore dimostrato da vicini e colleghi non bianchi, che lamentarsi del contrario. Un grande numero di sudafricani dalla pelle scura è consapevole che anche per i bianchi la vita sotto l’apartheid è stata tutt’altro che beata.
Nel 2021 Jamie Gangat, ex attivista contro l’apartheid di origine indiana, lavorava in un centro di riabilitazione per veterani in una cittadina rurale, Harrismith, dove si stima che negli ultimi vent’anni siano andati a curarsi circa diecimila ex soldati bianchi. Durante l’apartheid quegli uomini erano stati suoi nemici. Il nonno materno di Gangat “era molto vicino a Mandela”, mi spiega; per questo e per il suo impegno nel movimento di liberazione, la sua famiglia dovette fuggire dal Sudafrica quando Gangat aveva sei mesi. La sensazione terribile e degradante di essere braccati ha segnato a lungo i suoi familiari anche negli anni successivi. Per questo, pensa, “mio padre aveva il grilletto facile. Alla fine si è suicidato dopo aver cercato di uccidere me e mio fratello”.
Non si aspettava di provare compassione per gli ex soldati bianchi, eppure è successo. Spesso dicevano di avere “un demone” dentro di sé, racconta. “Paradossalmente è stata la mia storia personale a far sì che rivelassero il loro trauma. Ci siamo resi conto di avere molto in comune”.
Don Lepati, uno scrittore nero di 69 anni, ha trascorso l’infanzia sotto l’apartheid, ma perfino allora si rendeva conto che anche i bianchi erano vittime del sistema. “L’Immorality act costringeva alcuni a vivere come animali braccati”, mi dice. “Chiunque mostrasse anche solo un barlume di umanità nei confronti dei neri, predicatori compresi, era punito. Gli sportivi bianchi soffrivano a causa delle leggi dell’apartheid. Per molti bianchi”, ha aggiunto, il regime “non fu confortevole né felice”.
◆ Tra le politiche del Sudafrica più criticate dall’amministrazione Trump – e uno dei motivi che hanno spinto il presidente statunitense a colpire il paese con dazi del 30 per cento – c’è il programma Black economic empowerment (Bee), una serie di leggi adottate a partire dal 1994 per correggere le disuguaglianze create dall’apartheid che ha favorito l’emergere di una nuova classe di investitori, dirigenti e fornitori neri. Secondo i sostenitori di questo sistema, il programma Bee serve a mantenere l’armonia sociale. Per chi lo critica, invece, è un freno allo sviluppo ed è servito solo ad arricchire un piccolo gruppo di persone nere, in un contesto in cui meno del 40 per cento dei sudafricani neri ha un lavoro regolare. The Economist
Gruppi di pressione
Quando consideriamo situazioni di squilibrio di potere, tendiamo a pensare che chi ha il potere non sia sostanzialmente toccato dalla dualità netta in cui è coinvolto. Che se la passi bene. Ma non è stata questa l’esperienza dei sudafricani bianchi. Pochissimi sono riusciti a salvarsi dal disagio psicologico generato dalla segregazione.
Hanno rinunciato ad alcuni privilegi: il governo guidato dai neri ha rinominato alcune città e strade in onore di leader storici della maggioranza nera, ha introdotto una forma di discriminazione positiva per gli appalti pubblici e in molte scuole pubbliche ha sostituito l’afrikaans con l’inglese – compreso da più persone – come lingua da usare in classe. Ma condividere il loro mondo non è stato traumatico quanto immaginano molti osservatori esterni.
I sudafricani che sono invitati dalle tv via cavo statunitensi e dai talk-show di destra per parlare di quella che considerano la situazione disastrosa del loro paese sono una piccola minoranza. In genere appartengono a due lobby che nell’ultimo decennio hanno condotto vaste campagne all’estero, ripetendo che quando le persone non bianche vanno al governo in società multietniche finiscono per perseguitare violentemente i bianchi.
Nel 2017 i Suidlanders – un gruppo estremista di destra che da tempo preannuncia come imminente la guerra razziale in Sudafrica – hanno mandato negli Stati Uniti due oratori carismatici per un delirante tour mediatico di sei mesi. Hanno partecipato al programma radio di Alex Jones, hanno fatto una diretta streaming con Mike Cernovich, un commentatore di destra che a detta di Donald Trump Jr. meriterebbe il premio Pulitzer, e si sono presentati al raduno Unite the right a Charlottesville, in Virginia.
In Sudafrica avevano a malapena pubblicizzato il tour, ma le loro idee hanno fatto breccia nella corrente principale della destra statunitense. Nel 2018, a un incontro pubblico promosso dal sito conservatore Breitbart, uno spettatore ha chiesto all’attivista di destra Ann Coulter: “Perché secondo lei i grandi mezzi d’informazione sono rimasti in silenzio sul genocidio dei contadini bianchi in Sudafrica?”. È scoppiato un applauso fragoroso. “Sono molto contenta che tu me lo abbia chiesto”, ha risposto Coulter, aggiungendo di aver appena incontrato un gruppo di universitari a Boulder, in Colorado, e che “ogni domanda fatta da studenti conservatori riguardava il Sudafrica”.
Una decina d’anni fa AfriForum, un’organizzazione impegnata a difendere i diritti degli afrikaner, si è attivata all’estero per denunciare la presunta vittimizzazione dei sudafricani bianchi. La speranza era fare pressioni sul governo di Pretoria perché cancellasse il criterio della discriminazione positiva nell’assegnazione degli appalti pubblici e prestasse maggiore attenzione ai crimini commessi contro i bianchi. Per attirare l’attenzione dei conservatori stranieri, il gruppo puntava sui principali programmi di destra, presentando la situazione dei sudafricani bianchi come una cupa parabola. Su Fox News nel 2021, Ernst Roets, il portavoce di AfriForum, dichiarava: “In un certo senso, in Sudafrica il futuro è già accaduto. Voglio dire che ci sono politiche con cui le persone in occidente, in America eccetera, stanno flirtando, ma che in Sudafrica sono già state attuate, e potete vederne le conseguenze”.
Immagine distorta
In Sudafrica i bianchi hanno per lo più deriso queste iniziative, e anche quei pochi “rifugiati” che avevano accettato l’offerta di Trump. Un attore ha pubblicato su TikTok un video sull’“orgoglio” sudafricano per aver prodotto “i rifugiati più ricchi e meglio nutriti che il mondo abbia mai visto”. I bianchi hanno contestato con amarezza la rappresentazione di AfriForum, osservando che li aveva danneggiati quanto i dazi imposti da Trump, che colpiscono le esportazioni e frenano il turismo.
La vera lezione del Sudafrica è che uno stato di polizia ferisce le persone che dichiara di voler proteggere. Una società che prende di mira giornali, università, migranti e manifestanti finisce per rendere infelice la vita anche di gran parte dei suoi sostenitori. Spesso la strada verso una società più giusta viene presentata come quella più difficile, più ardua. Per molti dei sudafricani bianchi che ho conosciuto, è stata la più facile. ◆ gc
Eve Fairbanks è una giornalista statunitense che vive in Sudafrica, autrice di The inheritors (Simon & Schuster 2023). L’articolo di queste pagine sarà pubblicato nella raccolta di saggi How we see it, curato da The Dial e in uscita nel giugno 2026 per New Press.
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Questo articolo è uscito sul numero 1656 di Internazionale, a pagina 46. Compra questo numero | Abbonati