I campi intorno al villaggio cominciano a brillare alla luce del mattino mentre Mahesh Rathwasi mi accompagna tra le case dei suoi vicini. È un bhil, fa parte di una delle più grandi comunità adivasi (aborigene) dell’India. Mi guida lungo sentieri di terra battuta, accanto a case senza recinzioni, poi si ferma e indica il paesaggio: “Sai come chiamiamo questo stato?”, mi chiede riferendosi al Madhya Pradesh. “Il cuore dell’India, perché siamo proprio al centro del paese”. Nelle regioni tribali dell’India centrale la politica sta cambiando lentamente e in sordina dopo l’ingresso nel parlamento nazionale, nel 2024, del Bharat adivasi party (Bap), il partito che Mahesh rappresenta nel suo villaggio. Questo evento ha acceso nuove aspettative tra le comunità adivasi e ora il partito vuole farle crescere ancora.
Molti bhil cominciano a radunarsi davanti alla casa di Mahesh. È un incontro informale, uno dei tanti che ha organizzato negli ultimi due anni per ascoltare le preoccupazioni della sua comunità. Mahesh resta in piedi, parla con calma, risponde alle domande, ascolta, con umiltà. Si volta verso di me: “Senti queste persone”, dice. “Non si tratta più di bandiere o di partiti. Quello che conta davvero è altro: chi decide della nostra terra, dei nostri diritti e del futuro dei nostri figli?”.
In questo clima di ritrovata forza identitaria, il movimento che si batte per il riconoscimento del Bhil Pradesh, uno stato tribale autonomo, è tornato al centro del dibattito politico nell’India centrale. Chiede la creazione di un nuovo stato che riunisca i distretti adivasi di Rajasthan, Madhya Pradesh, Gujarat e Maharashtra. Un tempo sarebbe stata una richiesta marginale ma negli ultimi anni si è trasformata in una rivendicazione politica esplicita, portata avanti in larga misura dalle comunità indigene.
I bhil sono rimasti a lungo sparsi tra diverse entità amministrative e senza una rappresentanza politica unitaria, fino alla svolta del 18 luglio 2024. Quel giorno, più di centomila persone delle comunità tribali provenienti da tutta l’India centrale sono state invitate da una rete di organizzazioni a riunirsi a Mangarh Dham, una collina sacra della memoria indigena, teatro di un massacro coloniale. Durante il raduno Maneka Damor, insegnante e attivista per i diritti degli adivasi, si è rivolta alla folla, definendo con chiarezza le differenze culturali e politiche dei bhil rispetto alle norme dominanti dell’induismo. “Gli adivasi non sono indù”, ha dichiarato. “Le donne indigene non sono tenute a seguire il pandit _(erudito indù), a mettersi il _sindoor (la polvere rossa che le donne sposate si applicano lungo la scriminatura dei capelli) o a indossare il _mangalsutra _(una collana indossata da chi è sposata). È ora di concentrarsi sui diritti che al nostro popolo sono ancora negati: l’istruzione e la gestione della nostra terra”. Le sue parole hanno risuonato oltre quel raduno.
Qualche giorno dopo Damor è stata sospesa dalla sua scuola per presunte violazioni delle norme di condotta del Rajasthan e per aver danneggiato l’immagine del dipartimento dell’istruzione: una decisione che molti bhil hanno interpretato come una censura davanti alla rinnovata autoaffermazione indigena. “Volevo spiegare che in passato le donne tribali non portavano il sindoor né il mangalsutra”, racconta. “Dopo aver consultato documenti e libri, mi sono resa conto che queste pratiche non appartengono alla cultura tribale, e ho anche scoperto una sentenza della corte suprema del 5 gennaio 2011 in cui si riconosce che i popoli tribali non sono indù”. Secondo Damor per questo la scuola è centrale, a partire dall’insegnamento della lingua tribale, che è diversa dall’hindi: “Per la nostra comunità l’istruzione è l’unico modo di emanciparsi e rivendicare i propri diritti”, dice.
Sviluppo e sfruttamento
Negli ultimi decenni vaste aree dell’India centrale sono state coinvolte in progetti infrastrutturali e di sviluppo che hanno colpito duramente le regioni tribali. Nel distretto di Dhar, nel Madhya Pradesh, la costruzione di dighe e impianti industriali ha portato all’esproprio di terreni agricoli e forestali, ha sommerso villaggi e ha costretto intere comunità bhil ad andarsene. “Questi interventi vengono imposti a territori che da generazioni sono gestiti secondo logiche profondamente diverse da quelle dell’agricoltura intensiva o dello sviluppo estrattivo”, spiega Mahesh.
I bhil considerano l’agricoltura e la terra un sistema vivente in cui la sussistenza e i cicli ecologici si combinano: “Diamo più valore alla capacità di rigenerazione del suolo e alla diversità delle colture che alla produttività standardizzata e di breve termine”, racconta Hira, una bhil impegnata nella conservazione delle varietà tradizionali di semi in un villaggio del Madhya Pradesh. “La varietà dei semi ci permette di adattarci alle piogge irregolari e alla scarsità d’acqua causate dalle dighe e dal cambiamento climatico”, spiega. “Ogni seme appartiene a una stagione e a un terreno specifici. Se perdiamo le nostre pratiche, perdiamo una parte della nostra tradizione e della nostra autonomia alimentare”.
Comprare e recintare le terre compromette questo equilibrio. Con l’avanzare dei progetti infrastrutturali su vasta scala, si amplia il divario tra le pratiche bhil e i modelli di sviluppo calati dall’alto che mettono al primo posto la produttività. Il Forest rights act del 2006 avrebbe dovuto riconoscere i diritti tribali sulla terra e sulle foreste, ma la sua applicazione resta disomogenea e spesso arbitraria. “Anche se le regole ci sono, affrontiamo continui ritardi e rifiuti, soprattutto quando ci opponiamo all’espansione di piani pubblici che non hanno nulla a che fare con la nostra cultura”, afferma Mahesh.
Nel distretto di Dhar la costruzione di dighe e impianti industriali ha portato all’esproprio di terreni agricoli e forestali, e ha sommerso villaggi
Narrazioni coloniali
Questo divario tra la legge e la pratica è aggravato dal modo in cui le istituzioni continuano a etichettare le comunità adivasi. Espressioni come “alcolizzate e inclini alla criminalità” nei documenti ufficiali ripropongono narrazioni coloniali, legittimano forme di violenza – in aumento dopo la richiesta di uno stato autonomo – e continuano a influenzare la repressione delle rivendicazioni indigene che coltivano e tutelano il territorio da generazioni. Per molti il progetto del Bhil Pradesh nasce proprio da questo e rappresenta un tentativo concreto di recuperare il potere di decidere sulla terra, le foreste e la vita. Come dice Rajkumar Roat, un deputato trentunenne del Bap eletto nel 2024: “Solo creando il Bhil Pradesh si potrà affrontare seriamente l’emarginazione delle comunità tribali”.
Nato nel 2023 da una scissione del Bharatiya tribal party, il Bap vuole dare voce a questioni lasciate a lungo ai margini della politica nazionale, abbracciando il movimento per il Bhil Pradesh e convogliandone le idee in una nuova forza politica. Il suo impatto si è visto alle elezioni statali del dicembre 2023, quando ha conquistato tre seggi in Rajasthan e uno nel Madhya Pradesh, alterando gli equilibri politici nelle aree a maggioranza adivasi e cogliendo di sorpresa i partiti tradizionali, sia il Bharatiya janata party (Bjp) sia il partito del Congress.
L’ascesa del Bap ha riaffermato la differenza della cultura adivasi rispetto a quella indù dominante, anche se spesso sembra ci sia un’assimilazione. “Le nostre divinità sono diverse, i nostri riti sono diversi, anche le nostre cerimonie sono diverse”, spiega Mohanlal Roat, presidente del partito. Questa posizione è stata accolta con grande favore in ampi settori delle comunità tribali. L’enfasi del Bjp sui programmi di welfare, per quanto apprezzata da alcuni, è giudicata insufficiente per affrontare questioni strutturali come il diritto al controllo della terra, la discriminazione e l’istruzione. Il partito del Congress, a lungo influente nell’elettorato tribale, fatica a mantenere la sua base: con l’ascesa del Bap e il suo appello per uno stato tribale separato e il passaggio al Bjp di leader e rappresentanti locali mostra profonde fratture interne, e questo mette in dubbio le sue capacità di rispondere tempestivamente alle crescenti e più decise richieste degli adivasi.
In un contesto politico in rapida evoluzione, il progetto del Bhil Pradesh è visto in due modi opposti: per alcuni rappresenta una rivendicazione legittima di autonomia, mentre altri, inclusi i leader del Bjp, lo considerano divisivo e controproducente. Anche se la creazione di un nuovo stato indiano rimane complessa, quello che accomuna molte persone è un’esperienza che precede le appartenenze di partito. Come ha detto Mahesh durante la nostra conversazione al villaggio: “Le ragioni di questo movimento possono essere interpretate in modi diversi dalle varie parti politiche, ma una cosa è certa: dietro questa rinascita ci sono storie di esclusione quotidiana”.
◆ I bhil sono uno dei più grandi gruppi adivasi (indigeni) dell’India. Prima del dominio britannico, i bhil erano abitanti delle foreste quasi autosufficienti, cacciatori-raccoglitori e piccoli agricoltori. Controllavano i loro territori grazie ai diritti tradizionali sulle risorse forestali. Riconosciuti come tribù registrata (scheduled tribe) sotto il dominio britannico, sono culturalmente e linguisticamente unici. L’origine dell’idea del Bhil Pradesh, uno stato autonomo dei bhil, risale a un episodio traumatico di violenza coloniale avvenuto nel 1913: il massacro di Mangarh, in cui le truppe britanniche aprirono il fuoco sui manifestanti bhil che si erano radunati vicino al confine tra Rajasthan e Gujarat sotto la guida del leader spirituale Govind guru. Circa 1500 bhil furono uccisi. Per le comunità adivasi quell’episodio è un evento fondamentale, un richiamo alla resistenza contro il dominio coloniale e al prezzo da pagare per affermare l’autonomia. L’idea di un assetto politico in cui le comunità tribali potessero autogovernare le loro terre resistette nei decenni a cavallo dell’indipendenza dell’India (1947), anche quando il nuovo stato indiano abolì i regni regionali e centralizzò l’autorità sotto un unico governo nazionale. Poiché i movimenti indipendentisti indiani identificavano i britannici come gli oppressori, dopo il 1947 per la maggior parte degli adivasi non cambiò nulla. Gli interventi dello stato nelle foreste, nell’uso del territorio e nelle attività di polizia erano spesso simili a quelli del governo coloniale, solo con la bandiera indiana. Di recente i giovani adivasi hanno rilanciato la battaglia per il Bhil Pradesh sui social media. Alla Conferenza tribale bhil del luglio 2025 questo cambiamento generazionale è emerso, e lo si è visto dallo spazio lasciato ai relatori giovani. IC magazine
Fino a qualche mese fa le richieste dei bhil avevano poco spazio nel dibattito politico nazionale. Ma il loro peso si percepisce altrove, nei villaggi, dove le questioni politiche si stanno lentamente facendo strada.
Tra le colline che separano il Rajasthan dal Madhya Pradesh, alle pendici dei monti Vindhya, una speranza orienta le domande che la gente si pone. Lasciando il villaggio, una ragazza che ha accettato di farsi fotografare solleva il velo e il suo sguardo vaga sui campi in lontananza, verso una terra che sembra finalmente cercare un nuovo nome comune. ◆ gc
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Questo articolo è uscito sul numero 1666 di Internazionale, a pagina 62. Compra questo numero | Abbonati