Arrivato all’ultimo anno delle superiori, Hashmat Mubariz aveva smesso di frequentare la scuola con regolarità. Ufficialmente era ancora iscritto: i taliban non gli avevano vietato di entrare in classe, come avevano fatto con le sue due sorelle. Ma Mubariz – che in seguito ha imparato l’inglese da autodidatta e oggi insegna la lingua, conduce un podcast e collabora con un’ong – racconta che non percepiva più la scuola come un vero luogo di apprendimento. “Mi sembrava di perdere tempo”, dice.
Mubariz ricorda che prima del ritorno al governo dei taliban, il 15 agosto 2021, la sua scuola pubblica era un ambiente accogliente e relativamente aperto. Si studiavano inglese, scienze, matematica, biologia e letteratura, insieme alle materie religiose. In classe si poteva parlare, esprimere le proprie opinioni e fare domande. La scuola non era perfetta, dice, ma dava una sensazione di sicurezza e tutta l’attenzione era sullo studio. Sotto il nuovo regime quell’atmosfera è lentamente scomparsa. “Molti credono che ne abbia risentito solo l’istruzione delle ragazze”, dice. “Ma anche i ragazzi sono in grave crisi”.
I taliban hanno imposto alle ragazze e alle donne restrizioni generalizzate e severe, escludendole dalle scuole secondarie e dalle università. Così hanno tolto a milioni di persone qualunque accesso a un percorso formale di istruzione. Ma le interviste a giovani uomini e ragazzi mostrano un altro aspetto, meno visibile, di questa crisi: i maschi possono ancora frequentare la scuola, eppure molti sostengono che l’insegnamento è cambiato così radicalmente da non prepararli più al futuro.
Abbiamo parlato con quindici studenti di medie e superiori di Kabul, Herat, Helmand, Ghazni, Ghor, Mazar-e-Sharif e Bamiyan. Tutti hanno descritto esperienze simili: meno attenzione alle materie scientifiche, alle lingue come l’inglese e il persiano e all’educazione civica; una maggiore insistenza sullo studio della religione; regole più rigide sull’aspetto e l’abbigliamento; e la crescente convinzione che l’istruzione laica non permetta più di costruirsi una carriera. A sentire studenti e genitori questo sconvolgimento è particolarmente drastico in alcune zone del sud, tra cui Helmand e Kandahar, dove le famiglie già prima attribuivano più importanza agli studi religiosi.
I primi cambiamenti sono evidenti. Gli insegnanti hanno ricevuto l’ordine di farsi crescere la barba e di indossare il turbante e abiti tradizionali. Anche gli studenti devono presentarsi in un certo modo. Ma i cambiamenti più profondi sono in classe. L’inglese, le scienze e la biologia hanno meno spazio, racconta Mubariz, mentre il Corano di più. Gli insegnanti di scienze, matematica e inglese sono tenuti a inserire nelle loro lezioni versetti del testo sacro, detti e tradizioni attribuiti al profeta Maometto o altri messaggi di carattere religioso. “La religione è diventata una componente di quasi tutte le materie”, conclude.
Per molti bambini, soprattutto nelle aree in cui l’accesso agli istituti pubblici è limitato, le madrase (scuole coraniche) sono praticamente gli unici spazi educativi disponibili. Il ministero dell’istruzione afferma che oggi gestisce 22.972 madrase, contro le circa cinquemila registrate sotto il precedente governo.
Non significa che tutti questi centri sono stati costruiti di recente: secondo l’Afghanistan human rights center ne sono stati creati ex novo solo 316; molti altri esistevano già e sono stati integrati nel sistema educativo dei taliban. Nello stesso periodo, stando ai dati forniti dal ministero, sono state aperte solo 269 nuove scuole laiche.
Il passato dimenticato
Shabana Basij-Rasikh, educatrice e cofondatrice della School of leadership Afghanistan (Sola), spiega che i danni vanno al di là dei tagli ai programmi scolastici. I ragazzi imparano anche da una società in cui le ragazze scompaiono dalle aule dopo il sesto anno (la prima media) e le donne sono progressivamente escluse dalla vita pubblica. È preoccupata soprattutto per i giovanissimi, che non ricordano com’era il paese prima del ritorno dei taliban. “Per loro è normale non vedere ragazze a scuola e in generale donne nella sfera pubblica”, dice. “E tra non molto questi ragazzi diventeranno adulti e dovranno prendere decisioni nella nostra società”.
Basij-Rasikh dice di trovare delle analogie con il primo periodo dei taliban al potere, quando i testi religiosi sostituirono progressivamente le scienze e altre materie, e le restrizioni sull’abbigliamento finirono per estendersi anche ai più piccoli. Ricorda suo fratello alle prese con gli abiti tradizionali che i taliban gli imponevano di indossare a scuola. “La storia si ripete”, dice. “E per la gente in Afghanistan non è una sorpresa”. Le restrizioni imposte alle donne si ripercuotono anche sulla permanenza dei ragazzi in classe, continua Basij-Rasikh. Ora che le donne vengono allontanate dal mondo del lavoro, sono i maschi a dover mantenere la famiglia. “Perciò è naturale vedere giovanissimi che abbandonano la scuola per lavorare”.
Anche prima del 2021, dice Mubariz, gli studenti esitavano a fare domande delicate su politica, guerra, religione o personalità importanti. L’Afghanistan era ancora una società conservatrice segnata da anni di conflitti, e loro sapevano che certe domande potevano essere fraintese, attirare l’attenzione o infastidire gli insegnanti e i compagni di classe. Ma dopo il ritorno dei taliban, spiega, quella cautela si è trasformata in paura.
Mubariz e altri ragazzi intervistati parlano di un impoverimento ancora più profondo: studenti che perdono interesse per lo studio e insegnanti scoraggiati, assenti o incapaci di occuparsi delle loro materie come una volta. Nei primi mesi dopo il ritorno dei taliban molti docenti non hanno ricevuto lo stipendio, racconta Mubariz. Alcuni hanno smesso di andare regolarmente a scuola. I più preparati se ne sono andati e in certi casi sono stati sostituiti da persone senza le conoscenze o la formazione necessarie per fare bene il loro lavoro. Mubariz alla fine ha deciso che poteva imparare di più da solo. Nel 2025 è rimasto a scuola per sostenere l’esame finale, ma ha studiato anche autonomamente, ha letto libri e cercato altre risorse. Ha anche deciso di non sostenere il kankor, l’esame nazionale di ammissione all’università, perché pensava che frequentare l’università in Afghanistan non gli avrebbe garantito un’istruzione solida. “So tutto quello che so perché mi sono formato da solo”, dice.
Dalla sera alla mattina
Uno studente di diciott’anni originario della provincia di Ghazni, che chiede di restare anonimo, descrive il ritorno al governo dei taliban come il momento in cui tutto è cambiato “dalla sera alla mattina”. Quando era cominciata a circolare la voce che i taliban stavano per entrare a Kabul lui si trovava in città. Quella notte la sua famiglia ha ricevuto una telefonata che li avvisava di andare all’aeroporto. Si è unita all’enorme folla che cercava di partire, ma ha desistito dopo aver visto alcune persone ferite nella confusione. “È successo come in sogno”, dice il ragazzo.
Vede laureati in ingegneria che vendono verdura o lavorano a giornata
La sua scuola è rimasta chiusa per vari mesi. Quando i ragazzi hanno potuto finalmente tornare, le novità non sono state subito evidenti: gli insegnanti erano ancora al loro posto e le lezioni erano riprese. Ma le ragazze non sono tornate. All’inizio dell’anno scolastico, continua, ai ragazzi dal settimo al dodicesimo anno (l’equivalente delle nostre secondarie di primo e secondo grado) delle scuole statali è stato chiesto d’indossare abiti bianchi e un turbante. Lui non aveva nulla in contrario a questo tipo di abbigliamento, fa parte della cultura afgana, dice. Però si opponeva all’obbligo di indossarli a scuola. Così si è fatto trasferire in una delle oltre tremila scuole private del paese.
Ma anche lì, aggiunge, i programmi sono cambiati. C’è meno spazio per l’educazione civica, comprese le discussioni sul parlamento, sulla Loya jirga (o grande assemblea), sulla costituzione del precedente governo e su altri organi politici. Ma a preoccuparlo di più è la crescente convinzione dei giovani afgani che l’istruzione non porti più a nulla. Vede laureati in ingegneria che vendono verdura o lavorano a giornata. Ricorda un ragazzo che aveva passato gran parte della sua vita a studiare, ma che è finito a vendere patate perché non aveva denaro né conoscenze influenti alle spalle. “Ormai vedi persone che occupano posizioni importanti e che non sanno neppure scrivere il loro nome”. È anche convinto che gli studenti con famiglie ricche o influenti possano avere opportunità precluse a ragazzi più bravi ma con meno possibilità. Davanti a tutto questo, studiare comincia a sembrare inutile.
Diversi compagni di classe di Mubariz hanno lasciato la scuola. Alcuni sono andati in Iran, mentre altri hanno cercato di raggiungere l’Europa. Uno dei suoi amici più cari ha lottato duramente per continuare gli studi e al tempo stesso mantenere la famiglia, perché il padre, che aveva lavorato per il precedente governo, era rimasto disoccupato. La famiglia si è ritrovata in gravi difficoltà, e alla fine lui ha perso ogni speranza e si è suicidato. “È stata una delle esperienze più dolorose della mia vita”, dice Mubariz.
Il suicidio dell’amico è parte di una crisi più ampia, dice. “Se le cose vanno avanti così, sempre più giovani potrebbero scegliere le scuole religiose”, spiega. “E questo avrà gravi conseguenze per il futuro dell’Afghanistan”. Nella sua famiglia le conseguenze sono già visibili. Prima che i taliban vietassero alle ragazze di continuare oltre la scuola primaria, le sue due sorelle studiavano. La famiglia non ha accesso a un’istruzione online di buona qualità, così Mubariz è diventato il loro insegnante. Studiano le lingue, leggono libri e usano qualunque materiale riescano a trovare. Alcune sono riuscite a continuare gli studi online, ma anche questa opzione resta incerta.
Zainab, una studente al nono anno, si considera fortunata perché può seguire le lezioni online. Molte sue coetanee non hanno accesso all’istruzione secondaria. Ma la famiglia riesce a malapena a permettersi il costo del servizio internet necessario per studiare. Per di più, la connessione è lenta e inaffidabile, rendendo difficile sentire gli insegnanti o seguire un’intera lezione. “A volte le immagini si bloccano o la linea si interrompe prima che il professore abbia finito la lezione”, racconta. La sua istruzione ora dipende dalla capacità della famiglia di pagare la connessione. Non ha un’aula, un laboratorio o una biblioteca in cui andare, e nessuna garanzia di riuscire a collegarsi il giorno dopo.
Una lotta solitaria
Mubariz spera ancora di poter studiare all’estero. Dice che nel 2025 e 2026 ha avuto delle borse di studio ed è stato ammesso in diverse università, tra cui la Cornell university, l’università del Connecticut e l’università di St Andrews. Ma non è riuscito a ottenere il visto. Continua a cercare un modo per lasciare il paese. Quello che lo spaventa di più non è solo ciò che lui e le sorelle hanno perso. È cosa diventerà il paese quando un’altra generazione crescerà senza insegnanti qualificati, senza una preparazione solida e senza la libertà di mettere in discussione quello che viene insegnato. I suoi genitori sono cresciuti durante decenni di conflitti e hanno avuto un accesso limitato all’istruzione; la sua famiglia ne subisce ancora le conseguenze. Ora Mubariz teme che la privazione possa segnare il futuro del paese. Per una generazione di afgani l’istruzione è diventata qualcosa per cui lottare, in gran parte da soli. ◆ gc
Fatima Faizi è una giornalista che ha lavorato per il New York Times in Afghanistan. Dal 2021 vive negli Stati Uniti.
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Questo articolo è uscito sul numero 1682 di Internazionale, a pagina 58. Compra questo numero | Abbonati