Il cielo è punteggiato di colori: decine di vele da kitesurf planano sul mare mosso trainando i surfisti sulle onde. Ogni manovra acrobatica riscuote gli applausi dei turisti sulla spiaggia. Ci sono famiglie con bambini, donne con l’hijab, ma anche in costumi da bagno più succinti. I più numerosi sono però i surfisti che si preparano a entrare in acqua. A un certo punto il cielo è attraversato da un caccia, segno della presenza nella zona delle basi militari turche a presidio dei Dardanelli.

Mahmud Mahmudi non aveva mai visto il mare prima di lasciare l’Afghanistan. Dice di avere 27 anni. Oppure trenta. Non lo sa con certezza nemmeno lui. Nato a Kandahar, è cresciuto negli anni dell’occupazione statunitense. Da bambino è rimasto orfano ed è stato affidato allo zio, che non aveva un impiego fisso. Poco dopo ha cominciato a lavorare per aiutare la famiglia. Di sera studiava e di giorno faceva il venditore ambulante: smerciava chiavette usb con musica piratata, cosmetici e cianfrusaglie cinesi. “Problemi a casa e guerra in strada”: così riassume la sua infanzia. Il suo piano era semplice: risparmiare, diplomarsi e un giorno raggiungere l’Europa, la Germania preferibilmente. Era convinto che non fosse così difficile come dicevano tutti.

La spiaggia è un paradiso per i surfisti: ampia, sabbiosa, selvaggia, con vento costante. Sulla costa sono parcheggiati decine di camper e roulotte provenienti da diversi paesi vicini. Il turismo qui è un fenomeno relativamente nuovo. Fino all’inizio degli anni duemila questa era una zona militare inaccessibile. Oggi l’isola turca di Gökçeada (Imbros, in greco, il nome ufficiale fino agli anni settanta) accoglie circa 13mila turisti all’anno. La maggior parte viene dalla Turchia continentale, ma ce ne sono anche dalla Bulgaria, dalla Romania, dalla Macedonia del Nord e dalla Polonia.

Il paesaggio è aspro e selvaggio: uliveti a perdita d’occhio e capre al pascolo sui pendii. È facile abbandonarsi a questi panorami e portarsene dietro il ricordo nelle fotografie scattate con il telefono. Ma dietro alle immagini delle vacanze si nasconde un’altra Gökçeada: per alcuni è la casa perduta in un’epoca passata, per altri un luogo di esilio, per altri ancora la semplice tappa di un viaggio.

Pulizia etnica

Tra gli ulivi intorno al villaggio di Şirinköy c’è la fattoria di Raif e Kanie Çalışkan. Non vivono qui per scelta. Entrambi sono originari della Dobrudža bulgara e le loro famiglie fanno parte della minoranza turca in Bulgaria. Hanno vissuto la giovinezza al tempo del socialismo.

“Stavamo bene. E sono ancora felice di essere nata in Bulgaria, di averci vissuto”, dice Kanie. Raif è della stessa opinione: “Turchi e bulgari erano come fratelli e sorelle. Non importava quali fossero le origini”. Poi, negli anni ottanta, i turchi divennero oggetto di una campagna di assimilazione forzata. Centinaia di migliaia di persone furono costrette a lasciare il paese in cui erano nate a causa di una delle più massicce campagne di pulizia etnica d’Europa al tempo della guerra fredda, seconda solo alla cacciata delle popolazioni germanofone dall’Europa centrale e orientale dopo la fine della seconda guerra mondiale.

Nessuno ha mai pagato per la persecuzione della minoranza turca. Dopo la caduta del regime, nel 1989, le politiche discriminatorie sono state revocate, ma il dibattito pubblico su questa vergognosa pagina della storia bulgara è rimasto per molto tempo in sordina e fortemente politicizzato. Oggi la vicenda è più discussa che in passato e s’insegna anche a scuola, seppur in modo piuttosto vago.

Il luogo ideale

Il sole pomeridiano proietta ombre lunghe nella viuzza principale del centro di Gökçeada. I tavoli di un caffè occupano il marciapiede della piccola piazza in fondo alla strada. Nell’aria un misto di chiacchiere e saluti in lingua greca. Pare che tutti si conoscano. Violeta Patinioti mette via il portatile dopo aver terminato la sua giornata di lavoro per un’azienda di Atene, ma non sembra avere fretta di andarsene. A ogni passo si ferma a salutare qualcuno. Sulla porta incrocia Dimitris, il proprietario del locale. È nato a Salonicco, ma sua madre è originaria di Gökçeada. Dieci anni fa ha deciso di trasferirsi qui. “Per scoprire le mie radici. E per guadagnarmi da vivere”, spiega.

Anche Violeta è qui da poco. È nata a Santorini e ha studiato archeologia nel Regno Unito. A Istanbul ha conosciuto il suo futuro marito, un tecnico delle luci turco con radici curde e arabe, che era venuto sull’isola per girare un film. A quel punto, insieme hanno cominciato a pensare che Gökçeada potesse essere il luogo dove far crescere i loro due figli. Quando è scoppiata l’epidemia di covid, nel 2020, hanno definitivamente deciso di trasferirsi. Anche perché nel frattempo c’era stata la riapertura delle scuole in lingua greca.

“Volevamo che i nostri figli imparassero sia il greco sia il turco, che capissero entrambe le culture. Quest’isola è un vero mosaico di civiltà. Per me è un paradiso. Ma qui ci sono anche ferite profonde non ancora rimarginate e di cui non è facile parlare”, dice Violeta. Il caffè è uno dei più popolari luoghi d’incontro della comunità greca, concentrata a Gökçeada e nei villaggi di Zeytinlik, Tepeköy e Dereköy. Secondo il censimento del 2023 su una popolazione totale di circa 11mila persone, i greci sono circa settecento. Il che vuol dire che per circa un abitante su venti il greco è la lingua madre. La maggior parte della popolazione, però, è di origine turca e si è insediata sull’isola solo negli ultimi decenni, arrivando da diverse regioni della Turchia continentale. All’inizio del novecento la lingua principale qui era il greco.

Il nome originario dell’isola, Imbros, è legato alla storia dell’antica Grecia ed è citato nell’Iliade. Reperti archeologici dimostrano che è abitata fin dall’età della pietra. Nel quattrocento entrò a far parte dell’impero ottomano, ma come in altre regioni sotto il controllo di Istanbul la popolazione cristiana ortodossa poté conservare i suoi luoghi di culto e le sue scuole. Allo stesso tempo, però, gli abitanti erano soggetti alle politiche di deportazione dell’impero, che periodicamente ridisegnavano la composizione etnica della zona.

Una chiesa nel villaggio di Dereköy, sull’isola di Gökçeada, marzo 2025 (Georgi Totev, georgi totev)

Con la caduta dell’impero ottomano, nel 1920, la Grecia assunse il controllo di Imbros e della vicina Tenedos, l’attuale Bozcaada, che mantenne fino al 1923, quando il trattato di Losanna assegnò le due isole alla neonata Repubblica di Turchia. In quell’anno ci fu il grande scambio di popolazione tra Grecia e Turchia: più di un milione di cristiani ortodossi di lingua greca furono costretti a lasciare il territorio turco e circa mezzo milione di musulmani di lingua turca furono cacciati dalla Grecia continentale e dalle sue isole.

La popolazione cristiana di Imbros e Tenedos – secondo diverse stime tra le quattromila e le novemila persone – fu esclusa dallo scambio: in base a quanto previsto dal trattato di pace, la Turchia si impegnava a garantire una speciale autonomia alle due isole. Ma queste garanzie rimasero sulla carta, e in breve tempo molti greci si trasferirono nella Grecia continentale. Alla fine del 1923 la Turchia era riuscita a prendere il pieno controllo di Imbros e Tenedos.

Per il resto del novecento le politiche repressive turche in materia di lingua, cultura e diritti di proprietà fecero quasi scomparire la comunità greca, che si ridusse a poche centinaia di persone.

Negli ultimi vent’anni alcune di quelle misure sono state revocate, e diversi vecchi diritti sono stati ripristinati. Un esiguo numero di discendenti di greci è tornato sull’isola, suscitando un moderato ottimismo per il futuro della comunità. Eppure in Turchia la questione continua a essere molto delicata e un vero dibattito pubblico sul tema non si è mai aperto.

**Oltre il confine **

L’aria notturna era fredda e tagliente. Mahmud stava attraversando una zona montana con un gruppo di afgani, iraniani e pachistani. Davanti a loro, da qualche parte sulle montagne che sovrastano Van, nel Kurdistan turco, c’era la frontiera tra Iran e Turchia. I trafficanti gli avevano dato istruzioni molto sommarie: arrivati al confine dovevano tagliare la rete del recinto e correre via.

Negli anni ottanta in Bulgaria fu avviata una campagna di assimilazione forzata ai danni delle comunità musulmane del paese

Qualche settimana prima di partire, a Kandahar aveva venduto quasi tutto quello che aveva, compresa la sua vecchia e amatissima motocicletta. Era riuscito a ottenere un visto studentesco di un mese per l’Iran. Arrivato a Teheran aveva cercato invano la persona che avrebbe dovuto aiutarlo a passare illegalmente il confine con la Turchia. Scoraggiato, aveva deciso di tornare a casa, ma vicino al confine tra Turkmenistan e Afghanistan aveva incontrato un altro trafficante che per un’ingente somma di denaro gli aveva promesso di farlo entrare in Turchia. A quel punto aveva pensato che la parte più difficile del viaggio fosse alle sue spalle. In realtà le difficoltà erano appena cominciate.

Rinascita nazionalista

Negli anni ottanta la Bulgaria viveva in un rigido regime poliziesco. Per i beni di prima necessità si facevano lunghe file e lo stato elargiva sussidi per le vacanze sul mar Nero. Nonostante gli sbandierati ideali socialisti di uguaglianza e fratellanza, le autorità non esitavano a servirsi del nazionalismo per i propri obiettivi politici. In quella fase il regime rispolverò il vecchio spettro della “minaccia turca” e del secolare dominio ottomano. Libri e film ricordavano quel trauma collettivo, raccontato nei manuali scolastici come un’epoca di assoggettamento e schiavitù di massa. La propaganda ufficiale dipinse la minoranza turca come un potenziale nemico interno. Alcuni attentati commessi da nazionalisti turchi ai mezzi di trasporto pubblici rafforzarono ulteriormente quest’immagine.

In quell’atmosfera di paura e sospetto fu avviato il “processo di rinascita”: una campagna di assimilazione forzata ai danni delle comunità musulmane della Bulgaria. Il decreto fu emesso e applicato in tempi brevissimi alla fine del 1984. Nel giro di poche settimane circa un milione di persone – più di un decimo della popolazione del paese – furono costrette a cambiare il proprio nome con uno slavo. Oltre alla minoranza turca le misure riguardarono anche i musulmani della comunità rom e i pomacchi, una popolazione di religione islamica e di origine slava.

Raif ricorda ancora l’arrivo in città dei poliziotti e dei soldati che dovevano applicare il decreto. Chi aveva un nome turco veniva convocato in municipio e obbligato a sceglierne uno nuovo da un elenco. Nei luoghi pubblici bisognava parlare esclusivamente in bulgaro e usare i nuovi nomi. L’iniziativa fu presentata dalle autorità come un tentativo di “ristabilire le radici bulgare” in tutto il paese. Furono chiuse moschee, profanati cimiteri musulmani, vietati riviste, musica e libri turchi. Centinaia di rappresentanti della comunità turca furono deportati nel campo di lavoro di Belene, sull’isola danubiana di Persin.

L’unica condizione

Mahmud era stato arrestato poco dopo aver passato il confine con la Turchia ed era stato condotto nel centro di detenzione per migranti della città di Van. Lì aveva cominciato a studiare il turco, senza però abbandonare il suo sogno di raggiungere un giorno l’Europa occidentale. Poi, dopo essere stato trasferito ad Amasya, aveva preso a lavorare illegalmente nei campi della zona. Da lì il suo viaggio era proseguito attraverso Istanbul e Bursa fino a Çanakkale, una città portuale sulle rive dei Dardanelli. Guardando per la prima volta oltre il mare aveva immaginato che quello fosse l’inizio dell’Europa. E in effetti era così: era lì che cominciava l’Europa, ma non quella che aveva sognato.

Mahmud aveva cercato di raggiungere la Grecia più di una volta, ma era sempre stato respinto. Dopo l’ultimo tentativo andato a vuoto era tornato scoraggiato a Çanakkale, dove aveva ricevuto una proposta di lavoro. A una condizione, però: doveva lasciare la città e trasferirsi in un’isola vicina. “Pensavo che ci sarei rimasto un mese, avrei risparmiato un po’ di soldi e poi me ne sarei andato. Ma non è andata esattamente così”, dice con un sorriso quasi rassegnato.

Una ferita aperta

Hristos Taliaduros lavora in un caffè da dove si gode una magnifica vista sul paesino di Zeytinlik. Fa anche il tatuatore. Come Violeta e Dimitris si è stabilito sull’isola relativamente di recente, quando le restrizioni per la comunità greca hanno gradualmente cominciato a scomparire. Per lui è stata una specie di ritorno a casa: è nato infatti nello stesso paese dove oggi lavora, ma agli inizi degli anni novanta i genitori lo hanno mandato a studiare a Istanbul per fargli frequentare una scuola greca.

“Ho sempre sognato di tornare”, dice Hristos. La sua è una delle poche famiglie greche che non hanno mai lasciato l’isola, nonostante i decenni di repressione.

Negli anni sessanta la popolazione greca rimasta sull’isola fu soggetta a pressioni costanti. In molti emigrarono in Grecia, Europa occidentale o Australia. Spesso furono costretti a vendere le case a prezzi molto più bassi del valore di mercato. Alla comunità ortodossa fu vietato di possedere proprietà collettive, escluse le chiese. Le scuole e gli edifici amministrativi furono chiusi. In compenso furono costruite caserme della polizia e fu aperto un carcere. “Le persone ricordano tutto, ma evitano di parlarne. La ferita è ancora aperta”, dice Violeta.

La grande gita

In Bulgaria, nel 1989, Raif ricevette un’inattesa convocazione al comando di polizia locale. Gli diedero poche informazioni, gli dissero di prendere dei vestiti, un po’ di soldi e da mangiare per qualche giorno. Insieme ad altri cittadini bulgari di origine turca fu fatto salire su un treno e portato in Turchia. Fu il primo episodio di un’estesa campagna di deportazioni. In un clima di crescente preoccupazione per la sorte della minoranza turca in Bulgaria, la Turchia decise di aprire i confini. E in tre mesi li attraversarono in treno, autobus o auto fra i 320mila e i 360mila cittadini bulgari di origine turca. Le autorità bulgare chiamarono questa migrazione “la grande gita”: un eufemismo che racconta la pulizia etnica come un banale viaggio per turismo. Parte dei nuovi arrivati in Turchia fu indirizzata a Çorlu, una città tra Edirne e Istanbul.

La comunità grecofona dell’isola si percepisce come un gruppo a sé stante: non si sente turca ma nemmeno affine ai greci del continente

Raif guarda la tazza di tè e dice: “Nessuno dovrebbe essere costretto a lasciare la propria terra e a cominciare da capo una nuova vita in un altro posto”.

Un motivo per vivere

Mahmud si è trasferito sull’isola e ha trovato un impiego in un piccolo ristorante nel villaggio di Eşelek, a pochi chilometri dalla spiaggia di kitesurf. Aiuta in cucina, serve i clienti e lavora come tuttofare in cambio di vitto, alloggio e un modesto stipendio nella locanda di un’anziana signora di nome Mayde Şah, discendente di una della prime famiglie di rifugiati bulgari. Parla il bulgaro senza difficoltà. Nonostante diversi ripensamenti, alla fine ha deciso di restare. Mayde lo tratta come un figlio.

Inizialmente Mahmud non prestava grande attenzione al mare. Ma la vista delle decine di vele di kitesurf che danzavano sull’acqua l’ha lentamente conquistato. In Afghanistan esiste una tradizione secolare di gare di aquiloni, vietata dal governo dei taliban in quanto “non islamica”. A Mahmud quelle vele sul mare ricordavano l’infanzia, la libertà e le vecchie amicizie. Così ha cominciato a passare sempre più tempo nei pressi di una scuola di kitesurf sulla spiaggia, osservando gli istruttori e assimilando i primi rudimenti di questo sport. Racconta che il kitesurf gli dà un motivo per vivere. Sogna di diventare istruttore, un giorno. Ma senza documenti regolari l’obiettivo resta un miraggio.

Regime speciale

Hristos Taliaduros è tornato sull’isola nel 2019, dopo più di un quarto di secolo di assenza. In quegli anni molti dei suoi parenti se n’erano andati e si erano trasferiti in Grecia. Da giovane anche lui aveva ottenuto la cittadinanza greca senza dover rinunciare a quella turca. Entrambi i paesi permettono di avere due passaporti.

La comunità grecofona dell’isola spesso si percepisce come un gruppo a sé stante: non si definisce turca ma non si sente nemmeno affine ai greci del continente. Anche il tradizionale dialetto greco locale risente di una forte influenza turca.

“Gli abitanti di Imbros non sono semplicemente greci. Sono romei, ossia cristiani ortodossi dell’impero ottomano, e poi della Turchia”, spiega Violeta. “Il termine deriva dalla stessa radice di Rumelia, il nome con cui erano conosciuti i territori balcanici dell’impero. Letteralmente significa ‘terra dei romei’, o ‘dei romani’”.

Altrettanto variegato è il lato turco dell’isola. Le persone che negli ultimi decenni si sono stabilite qui arrivano dalle più disparate regioni del paese: alcune da Istanbul, altre dall’Anatolia e altre ancora dalla costa del mar Nero. E ci sono anche diversi curdi. Tutto questo contribuisce a dare la sensazione che l’isola abbia sviluppato una cultura tutta sua e tradizioni diverse da quelle della Turchia e della Grecia continentali. Negli anni settanta Imbros fu dichiarata zona a regime speciale e in pratica trasformata in una grande base militare turca. La vita dei civili subì forti limitazioni fino agli anni novanta, quando le restrizioni cominciarono a cadere. Così all’inizio degli anni duemila gli ex abitanti greci e i loro discendenti cominciarono a tornare, riaprendo le vecchie case e ripristinando le festività e le tradizioni locali di un tempo. Violeta ritiene che il ritorno dei greci sia stato un momento di svolta: “Oggi non c’è un conflitto aperto, ma le comunità sono ancora divise, non comunicano molto tra loro, e la lingua è ancora un ostacolo”.

Troppo tardi

Raif, Kanie e la loro figlia si sono ritrovati in un paese sconosciuto, che conoscevano solo sulla carta geografica e dai racconti di altri bulgari. “In Bulgaria eravamo ‘i turchi’, mentre qui eravamo diventati ‘i bulgari’”. Grazie al buon livello d’istruzione e a una forte dedizione al lavoro sull’isola sono riusciti a trovare un impiego nel settore pubblico. Anche altre vittime del “processo di rinascita” si sono stabilite nel nuovo villaggio di Şirinköy. Lo stato turco gli ha fornito terra e un’abitazione, da ripagare in vent’anni. C’era una sola condizione da rispettare: che le case fossero abitate tutto l’anno.

La costruzione di Sirinköy, nelle vicinanze dei resti della vecchia prigione, è terminata alla fine degli anni novanta. La gente del posto lo chiama “il villaggio bulgaro”. In buona parte è stato edificato sulla terra che decenni prima era appartenuta agli abitanti greci di Imbros.

Kanie ricorda le difficoltà dei primi anni passati a Gökçeada. Raif annuisce e dice: “All’inizio non conoscevamo nessuno, ma con il tempo le persone ci hanno accolti. Allora non immaginavo che un giorno avrei avuto degli animali, un giardino e un’auto. Però mi dispiace per tutto il tempo e i soldi che abbiamo sprecato qui. Anche se volessimo, oggi non potremmo più andarcene. È troppo tardi”.

L’ultimo dolore

Durante la stagione del kitesurf Mahmud si sente vivo. È circondato da amici che condividono la sua passione per il mare e il vento. Quando arriva l’autunno i turisti se ne vanno, l’isola si calma e il suo mondo si restringe. È allora che pensa di voler partire. Nel marzo 2025, durante un viaggio a Istanbul, è stato trattenuto dalle autorità turche e rispedito in Afghanistan. Così è tornato a Kandahar, la città da cui era partito per l’Europa. All’inizio di quest’anno la fidanzata l’ha raggiunto dalla Turchia e si sono sposati in Afghanistan. D’estate sono tornati sull’isola per festeggiare il matrimonio con gli amici e le persone care. Oggi le sue giornate hanno un ritmo familiare, divise tra il ristorante di Mayde e la spiaggia.

Secondo Violeta molti dei nuovi arrivati hanno a lungo considerato l’isola una tappa intermedia verso qualcos’altro. Ma con il ritorno dei discendenti degli abitanti di un tempo le cose stanno cambiando. Hristos condivide questa sensazione: “Esco con greci, curdi e turchi”, racconta. “Lavoriamo e viviamo insieme. In realtà non c’è grande differenza tra il caffè turco e quello greco. E poi, quando hai gli amici giusti, il mondo ti appartiene”.

Dietro all’aspro ma sempre sorridente volto di Raif si nascondono molte cose. Un tempo era pieno di rabbia. Una volta, all’inizio degli anni duemila, quando l’isola aveva cominciato ad aprirsi al turismo, aveva notato un’auto con la targa bulgara. Le vecchie ferite si erano riaperte all’improvviso e si era messo a inveire in bulgaro contro il guidatore: “Ci avete cambiato i nomi! Ci avete cacciato! Ci avete rovinato la vita!”. L’uomo gli aveva risposto con gentilezza: “Scusa, fratello. Non sono stato io a cambiarti il nome. Mi dispiace per quello che ti è successo”. Ma Raif non era riuscito a trattenersi e aveva urlato: “Se ti rivedo qui un’altra volta, ti ammazzo di botte”.

Subito dopo si era vergognato di sé. Con il tempo la sofferenza accumulata si è dissolta. “Quella è stata l’ultima volta che ho provato un dolore simile. Ora è tutto perdonato. Dimenticato. Quasi non me ne ricordo più”. ◆ ab

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1680 di Internazionale, a pagina 50. Compra questo numero | Abbonati