Nelle prime ore del volo dell’Immigration and customs enforcement (Ice) sopra l’oceano Atlantico, Mohamed Barry ha continuato a comportarsi come al solito, cioè aspettandosi che le persone intorno a lui gli avrebbero prestato attenzione. Così, a un certo punto ha chiesto alle guardie della Geo Group, che parlavano tranquillamente tra loro mentre sorvegliavano lui e gli altri passeggeri incatenati, in quale paese lo stessero deportando. Non gli hanno risposto.

Quando le guardie hanno cominciato a bere da tazze di plastica rosse e blu e l’odore di alcol è arrivato fino al suo posto, ha chiesto senza mezzi termini: “Ma potete bere in servizio?”. Nessuna risposta. Poi un uomo eritreo o somalo – Barry non è sicuro – ha cominciato a implorare le guardie di lasciarlo andare al bagno. Barry è intervenuto invitando i sorveglianti ad avere un po’ di decenza: “Per favore, trattateci come esseri umani”. Ma a quel punto le guardie erano ormai su di giri, racconta, e non hanno apprezzato le suppliche sempre più rumorose e disperate dell’uomo che gli stavano rovinando la festa. Poco dopo, ha raccontato Barry, una guardia si è voltata, ha guardato in faccia quell’uomo e gli ha detto: “Tu. Puoi fartela. Addosso”. Un’altra guardia ha riso.

“Dopo aver assistito a questa scena sono rimasto a testa bassa”, mi ha raccontato Barry quando ci siamo sentiti al telefono alla fine di agosto. Barry, che ha 52 anni, è tra le 71 persone espulse il 30 luglio con un volo dell’Ice verso paesi con i quali non hanno nessun legame (il numero più alto noto finora per un singolo trasporto verso paesi terzi in Africa). Barry e altri passeggeri hanno descritto un viaggio di 26 ore, con scali in Sierra Leone, Repubblica Centrafricana e Ghana. Hanno raccontato di aver subìto abusi fisici e verbali commessi dalle guardie assoldate dall’Ice (la Geo Group è un’azienda che gestisce molte prigioni private negli Stati Uniti). Almeno due persone sarebbero state legate con la camicia di forza. Barry ha raccontato anche di aver visto un agente dell’Ice dire a un funzionario straniero di riportare gli immigrati nei loro paesi di origine, anche se erano tutti protetti da provvedimenti dei tribunali che ne proibiscono il rimpatrio (una pratica chiamata chain refoulement, respingimento a catena, illegale secondo il diritto statunitense e internazionale).

L’Ice e la Geo Group non hanno risposto alle domande sollevate dalle accuse raccolte in questa inchiesta. Un rappresentante del dipartimento per la sicurezza nazionale, che non si è identificato, ha dato solo una breve risposta non attinente che già avevamo ricevuto in occasione di altre due inchieste recenti: “Per ragioni di sicurezza operativa non possiamo mai confermare la posizione di un aereo”.

Nato in Guinea, Barry è arrivato negli Stati Uniti 25 anni fa e ha cinque figli con cittadinanza statunitense. Oggi vive nascosto in un altro paese dell’Africa occidentale, senza un documento di riconoscimento e con solo una piccola scorta di farmaci per il cuore. “Devo essere sincero”, mi ha detto: “La mia vita è completamente stravolta. Penso che quello che mi ha fatto l’America sia sbagliato”.

Decollo segreto

Ho saputo di questo volo il 29 luglio, un giorno prima del decollo, da Keith Hilzendeger, un avvocato che si occupa d’immigrazione. Un suo cliente, un richiedente asilo nepalese di 19 anni, aveva ricevuto la comunicazione che sarebbe stato deportato nella Repubblica Centrafricana, un paese isolato e povero, che da più di dieci anni è in uno stato di guerra civile quasi permanente. La sua istanza per un visto temporaneo era appena stata respinta, mi ha spiegato Hilzendeger, che nel frattempo aveva presentato ricorso. L’avvocato mi ha chiesto se potevo accedere ai dati pubblici sul trasporto aereo per fare una ricerca e verificare se ci fosse qualche charter dell’Ice nei pressi del campo di detenzione nella zona di Dallas, dove il suo cliente era stato trasferito giorni prima.

Ne ho trovato uno, un Boeing 767 della Eastern Airlines parcheggiato all’aeroporto Perot Field Fort Worth Alliance. Per almeno dieci anni l’unica compagnia aerea dotata di grandi aerei charter che operava espulsioni in Africa per conto dell’Ice è stata la Omni Air International. Ma i dati di volo mostrano che le sue attività legate all’Ice sono crollate all’inizio di quest’estate, più o meno nello stesso periodo in cui la sua azienda madre – il fondo d’investimento Stonepeak – è finita al centro delle critiche sui mezzi d’informazione, con potenziali ricadute negative sui profitti. La Eastern sembrava pronta a subentrare in questo segmento delle rotte dell’Ice, dopo aver effettuato il suo primo volo dell’agenzia verso l’Africa due mesi prima.

La mattina dopo aver ricevuto il messaggio di Hilzendeger l’aereo era ancora parcheggiato a Fort Worth. Ma nel tardo pomeriggio ho ricevuto un altro messaggio, stavolta da un attivista che stava cercando di aiutare una persona a cui era stato comunicato che sarebbe stata deportata in Ghana. Anche l’attivista mi ha chiesto se avevo visto qualche aereo dell’Ice nella zona di Dallas. Poco dopo le cinque del pomeriggio, ora del Texas, Hilzendeger mi ha detto che il suo ricorso era stato respinto.

Circa quaranta minuti più tardi l’aereo è decollato.

Pochi dei passeggeri a bordo avevano idea di dove sarebbero finiti. Aristides Fernandez Garcia, un richiedente asilo cubano di 37 anni che all’inizio di agosto ha parlato con Memo Torres del sito L.A. Taco, ha raccontato che lui e altri cinque uomini originari di Cuba, Ecuador e Honduras non sapevano neppure di essere diretti in Africa fino al momento dell’imbarco, quando una guardia armata li ha visti e gli ha chiesto: “Che ci fate su questo volo? In Africa non vendono baleadas (un piatto tipico dell’Honduras)”. Pensavano stesse scherzando.

Dieci cittadini di paesi dell’Africa occidentale sarebbero finiti in Sierra Leone, altri trenta in Ghana. Tutti gli altri sono stati costretti a sbarcare in Repubblica Centrafricana. Tra questi, secondo l’osservatorio Third country deportation watch, anche uomini e donne originari di Camerun, Eritrea, Etiopia, Nepal, Russia, Somalia, Serbia, Turchia, Uzbekistan e Vietnam, oltre ai sei sudamericani.

Barry sapeva che l’Ice aveva intenzione di mandarlo in un paese terzo fin da quando era stato arrestato, il 1 luglio, davanti casa a Brownsburg, in Indiana. Gliel’avevano comunicato gli agenti della polizia di frontiera ammanettandolo. Ma per tutto il mese in cui è stato detenuto nessuno gli ha mai detto quale paese fosse. Barry ha raccontato di non aver mai visto un giudice e che ogni volta che fissava un appuntamento con il suo avvocato lo trasferivano in un altro centro in uno stato diverso. Come ha raccontato un’inchiesta di American Prospect a ottobre, impedire ai detenuti di parlare con un avvocato sembra essere uno degli obiettivi della rete dell’Ice in continua espansione, composta di aerei charter, autobus e veicoli a noleggio.

Artemis Ghasemzadeh, iraniana in fuga dalle persecuzioni, scrive “aiutateci” sulla finestra dell’hotel dov’è stata detenuta dopo l’espulsione dagli Stati Uniti. Panamá, 15 febbraio 2025 (Federico Rios, The New York Times/Contrasto)

“Ogni persona detenuta dall’Ice ha diritto di parlare con il proprio avvocato. Ma nella pratica può essere difficile far rispettare questo diritto”, afferma Aaron Reich­lin-Melnick dell’American immigration council. “Fissare gli appuntamenti nei centri di detenzione può richiedere diversi giorni, ma poiché l’Ice può spostare le persone da un posto all’altro nell’arco di poche ore, gli incontri possono diventare praticamente impossibili”.

Lontano dai guai

Barry è arrivato negli Stati Uniti nel 2001 a venticinque anni, in fuga dalle persecuzioni in Guinea dovute alle sue idee politiche. La sua richiesta d’asilo alla fine è stata respinta (mi ha detto che ciò era dovuto solo alla documentazione incompleta, poiché il governo guineano aveva rifiutato di rilasciargli un documento d’identità), ma nel 2007 ha ottenuto quella che, in pratica, era la soluzione migliore a parte l’asilo: un ordine di sospensione dell’espulsione. Significava che aveva dimostrato di essere un rifugiato e che non poteva essere rimpatriato nel suo paese d’origine. All’epoca significava anche che non sarebbe stato espulso. L’ordine non dava a Barry la possibilità di ottenere la cittadinanza, ma gli consentiva di vivere e lavorare negli Stati Uniti a tempo indeterminato. “Il giudice aveva detto: ‘Signor Barry, questo le garantisce la permanenza in America. Finché non commetterà reati, lei potrà restare qui’”.

Barry mi ha raccontato che nei suoi 25 anni negli Stati Uniti non ha mai preso neanche una multa per divieto di sosta o per eccesso di velocità, un risultato notevole se si considera che lavorava come camionista. Nel 2004, quando il suo procedimento era ancora in corso, ha sposato la compagna, con cui ha avuto cinque figli. La più piccola oggi ha nove anni.

Nell’aprile 2026 lo stato dell’Indiana ha revocato le patenti di guida commerciali a tutti gli immigrati che non avessero almeno una green card, e il datore di lavoro di Barry ha deciso di licenziarlo. Improvvisamente i disturbi renali e cardiaci di cui soffriva già da un po’ sono peggiorati. Il suo medico gli aveva aumentato il dosaggio dei farmaci e lo stava ancora sottoponendo a esami ulteriori per capire cosa non andasse, quando la polizia di frontiera ha fermato la sua auto una mattina presto mentre partiva da casa per raggiungere il suo lavoro temporaneo. Barry ricorda che mentre gli agenti lo portavano all’ufficio dello sceriffo della contea di Clay uno di loro gli ha detto: “Lo so che non è giusto. So che vivi qui da tanto tempo, ma devo farlo”.

Nella mia telefonata con Barry, durata quasi un’ora e mezza, sono rimasta colpita dai suoi ricordi eccezionalmente dettagliati. Mentre ricostruiva la storia della sua vita e di come le cose avevano all’improvviso preso la piega sbagliata, ogni volta che citava un nuovo nome s’interrompeva per farmi lo spelling. Ricordava la marca e il modello di ogni veicolo che l’aveva trasportato da un centro dell’Ice all’altro nelle quattro settimane successive, ogni compagnia aerea di charter su cui era stato ammanettato e caricato, e il numero di persone a bordo.

È quasi impossibile verificare o confermare la testimonianza di un volo di espulsione. L’Ice non rende pubbliche queste informazioni. Le persone deportate che hanno condiviso solo un volo e poco altro possono essere difficili da rintracciare. E spesso i ricordi sono confusi a causa del trauma vissuto.

Non è il caso di Barry. I suoi ricordi erano terribilmente nitidi e i pochi elementi del suo racconto che sono riuscita a verificare in modo indipendente, come le nazionalità della maggior parte degli altri passeggeri, coincidevano con le informazioni che ho trovato.

Questo è quindi il suo resoconto di ciò che è successo sul volo con cui è stato espulso, partito da Fort Worth e diretto in Ghana:

Un uomo vietnamita è stato picchiato sull’asfalto a Fort Worth quando si è rifiutato di salire sull’aereo. Un altro uomo che durante il volo gridava “non è giusto!” e altre “cose politiche” è stato sbattuto contro il sedile, trascinato nel retro dell’aereo e immobilizzato con la camicia di forza integrale nota come “the wrap” (l’involucro). Le guardie in piedi intorno a lui ridevano. Barry non sa a che punto l’uomo è stato liberato, ma ha visto che quando sono arrivati in Ghana era di nuovo in catene (tutti i passeggeri adulti sui voli dell’Ice sono ammanettati, con caviglie e polsi agganciati a una catena che gli circonda la vita).

Durante il volo la maggior parte delle guardie beveva alcolici da tazze rosse e blu, ridendo dei detenuti (un altro passeggero del volo che ha chiesto di non essere identificato ha confermato questo dettaglio). Se qualcuno si alzava per andare al bagno le guardie lo accerchiavano e gli gridavano “Siediti! Subito!”. Una guardia più anziana che non beveva ha detto che quello sarebbe stato il suo ultimo volo con l’Ice, che avrebbe lasciato quel lavoro.

Il medico di bordo è stato ripetutamente chiamato per controllare un uomo del Maryland che aveva riportato una commozione cerebrale pochi giorni prima, quando l’autista di un veicolo dell’Ice aveva frenato improvvisamente. L’uomo sveniva in continuazione. Aveva tremiti incontrollabili e diceva di avere dolore alla testa. Il medico di bordo gli ha detto che non poteva fare molto.

“Non sai quanto mi devasta stare lontano dalle mie figlie”, mi ha detto Barry

Durante la sosta in Sierra Leone, un uomo sierraleonese ha chiesto di scendere dall’aereo, ma gli è stato impedito, perché era soggetto a un provvedimento di sospensione dell’espulsione, quindi doveva transitare dal Ghana, e di conseguenza sarebbe dovuto restare per altre dieci ore ammanettato sull’aereo.

Anche due delle donne del gruppo diretto in Ghana erano del Maryland. Una ha detto di essere un’infermiera che ha vissuto per 25 anni negli Stati Uniti; ha raccontato che l’Ice l’ha arrestata di fronte ai suoi figli. L’altra donna ha raccontato di essere stata prelevata dall’Ice in aeroporto, mentre stava prendendo un volo per andare alla cerimonia di consegna del diploma del figlio in un’accademia militare.

L’aereo è arrivato in Ghana a tarda notte. Trenta passeggeri sono stati fatti salire su due o tre autobus. C’è stata una discussione tra gli agenti dell’Ice e gli ufficiali militari ghaneani a proposito della documentazione e Barry ha sentito un agente dell’Ice gridare “non ci interessa la vostra lista”. Un funzionario ghaneano è salito sull’autobus e ha detto: “Chi di voi va in Nigeria?”. I nigeriani, tutti protetti da un ordine di sospensione del respingimento o da simili provvedimenti di tutela, sono stati trasferiti su un aereo pronto a portarli in Nigeria. La stessa cosa è successa alle persone provenienti dalla Costa d’Avorio.

Ne rimanevano dodici, otto uomini e quattro donne. Barry mi ha raccontato che prima di andarsene, l’agente dell’Ice ha detto “Riportateli tutti nei loro paesi d’origine”. Questo è un elemento importante, e ho chiesto più volte a Barry se fosse sicuro di quel che mi aveva riferito. Per il governo degli Stati Uniti è illegale deportare una persona in un paese sapendo che sarà mandata in un altro paese dove potrebbe essere vittima di persecuzioni. Si tratterebbe di respingimenti a catena, e gran parte del sistema di deportazione verso paesi terzi dell’amministrazione Trump si fonda proprio sul poter rivendicare che questi paesi terzi hanno promesso di non respingere a loro volta le persone, e sul poter fingere di ignorare tutti gli elementi che dimostrano il contrario.

“Per come è descritto, sarebbe illegale”, mi ha detto Reichlin-Melnick dell’American immigration council quando gli ho riferito il racconto. “Questa interazione squarcia il velo delle finzioni giudiriche di cui si serve l’Ice”. L’Ice e il dipartimento di stato hanno più volte affermato che i paesi terzi hanno promesso per iscritto di non rimandare le persone respinte verso luoghi in cui potrebbero essere perseguitate o torturate. “Questa storia dimostra che Washington sa che le rassicurazioni non valgono neppure la carta su cui sono stampate, e che il governo e l’Ice in particolare stanno attivamente compiendo respingimenti a catena servendosi di intermediari”, conclude Reichlin-Melnick.

Le ultime dodici persone sono state portate al Kingsbridge Royale hotel di Accra, dove sono state poste in detenzione, sorvegliate da guardie armate. Barry mi ha riferito i nomi (scandendo lettera per lettera) degli ufficiali che gli portavano cibo e che in cambio di una mazzetta potevano procurargli dei telefoni, ma non li ripeterò qui perché le persone portate in Ghana in futuro potrebbero aver bisogno di queste guardie. Tutti gli agenti, anche quelli disposti ad aiutare, hanno detto chiaramente ai prigionieri che la loro presenza non era gradita, ha raccontato Barry.

Consensi in calo
Tasso di approvazione netto sull’operato di Donald Trump sull’immigrazione, % (the economist/yougov)

Telefono staccato

Dopo tre giorni Barry ha accettato di tornare in Guinea. Sul volo gli è stato dato un documento di viaggio temporaneo che secondo lui non era legale. Ha scattato una foto al documento prima che glielo sottraessero all’arrivo. Tramite un amico di un amico, si era organizzato per farsi venire a prendere da una persona che lo ha accompagnato in un luogo sicuro per alcune ore. Verso l’alba una persona lo ha portato in auto fino al confine, dove pagando una tangente è riuscito a entrare in un altro paese.

Quando gli ho parlato alla fine di agosto stava dormendo su una pila di scatoloni in un negozio dove il proprietario gli consentiva di passare le notti. Aveva comprato una coperta e usava le sue scarpe da ginnastica come cuscino. L’Ice non gli ha mai fatto avere tutti i farmaci necessari per le sue terapie, ma quando è sceso dall’aereo gliene ha lasciato una quantità sufficiente per due settimane. Ora sta prendendo la metà della dose giornaliera e nel frattempo sta cercando di capire come ottenere una prescrizione senza un documento di identità. Quando per alcuni giorni non ho avuto sue notizie mi sono preoccupata, poi alcuni suoi amici dell’Indiana mi hanno fatto sapere che stava bene, ma che non aveva più quel telefono.

Barry ora non sa dove andare. È in un paese sconosciuto, e non è autorizzato a starci. Se torna in Guinea è sicuro di essere incarcerato e torturato. E ha ancora un mutuo da pagare sulla casa di famiglia in cui non può tornare.

“Non sai quanto mi devasta stare lontano dalle mie figlie”, mi ha detto. “Sono io quello che le porta sempre alla fermata dell’autobus”.

Hilzendeger, l’avvocato che per primo mi ha parlato di quel volo, non ha più notizie del suo cliente nepalese da quando un mese fa è arrivato a Bangui, la capitale della Repubblica Centrafricana. Il suo cliente non parla una parola d’inglese – per tutti i diciotto mesi che ha trascorso negli Stati Uniti è stato nei campi dell’Ice – né, presumibilmente, di francese, lingua franca a Bangui.

“Ho paura che possa essere respinto in Nepal. Ho paura di come potrebbe trattarlo il governo della Repubblica Centrafricana”, aggiunge Hilzendeger.

La Eastern Airlines ha continuato ad aggiungere nuove rotte verso l’Africa. Il 19 agosto un suo jet ha portato venti persone di ogni parte del mondo in Liberia. Quando cinque di loro si sono rifiutate di scendere dall’aereo, il volo ha proseguito verso la Guinea Equatoriale, dove sono state costrette a sbarcare. Alla fine di agosto erano detenute in un hotel di proprietà del dittatore del paese, insieme a decine di altre persone di diverse nazionalità.

Il 27 agosto un volo verso paesi terzi della Eastern Airlines ha fatto tappa in eSwatini, Burundi e Ruanda. Il giorno dopo un altro aereo della Eastern è decollato da Fort Worth diretto in Africa. ◆ fdl

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Questo articolo è uscito sul numero 1682 di Internazionale, a pagina 40. Compra questo numero | Abbonati