Un uomo urla in un megafono. Accanto a lui i suoi compagni distribuiscono sorrisi e konnichiwa (buongiorno) agitando le mani avvolte in guanti bianchi. È un candidato alle elezioni locali che ha scelto per il suo comizio un incrocio molto frequentato del centro di Kyoto, tra i viali Sanjo e Kawabata. Agli autobus e alle macchine ferme, alla folla di locali e turisti che attraversano il ponte, a tutti promette di “migliorare la vita quotidiana, di lottare contro i rumori”. Il semaforo diventa verde e Naoki Doi, autista e guida, alza il finestrino e accelera.

Non è facile procedere lungo questo grande viale che costeggia il fiume Kamo e che collega il nord della città con la stazione, otto chilometri più a sud. Gli ingorghi sono solo uno dei “problemi” denunciati dal candidato. Naoki, come tutti qui, sa leggere tra le righe. Tra i siti turistici affollati, gli autobus strapieni, il rumore delle ruote delle valigie sull’asfalto e le cattive maniere a cui i giapponesi non sono abituati, le “seccature” non mancano. Ma in una città che nel 2018 ha accolto 55 milioni di visitatori, spesso l’eufemismo lascia il posto a un’espressione venata di paura e rabbia: kankō kōgai, inquinamento turistico. Quando Naoki ha cominciato a fare il tassista, nel 1993, il Giappone non era ancora una destinazione alla moda. Dai tre milioni di turisti stranieri dell’epoca si è passati agli otto del 2008, l’anno in cui Naoki ha ottenuto la licenza di guida turistica, ai circa 24 milioni del 2016, l’anno del suo secondo matrimonio, e ai 31 milioni del 2018. Il Giappone ne può accogliere di più? Sì, dichiara il governo, che punta ad arrivare a quaranta milioni di visitatori stranieri per l’estate 2020, quando Tokyo ospiterà le Olimpiadi. Ma a Kyoto c’è chi già non ne può più.

Un nuovo tipo di inquinamento

È una mattina di aprile, e girando in macchina vediamo dei teli blu stesi sulle rive del Kamo. A mezzogiorno amici e colleghi verranno qui per lo hanami, un picnic per ammirare la fioritura dei sakura, i ciliegi giapponesi. I fiori – rosa pallido, a volte viola erica o fucsia – sono molto delicati e presto perderanno i petali. Ma ora il loro splendore annuncia un evento incontenibile: l’inizio della più lunga stagione turistica dell’anno. Il taxi si sposta verso sinistra e costeggia il palazzo imperiale. Anche per Naoki, che ha 74 anni, sarà un periodo molto faticoso. Ogni giorno propone a turisti che parlano inglese delle visite ai siti più famosi. I suoi clienti sono statunitensi, europei e asiatici che arrivano da Singapore, Taiwan o Hong Kong, anche se in realtà nella città più della metà dei visitatori stranieri è cinese o taiwanese.

A Kyoto i turisti non sono certo una novità. Ma lo sono il fastidio, l’irritazione e a volte la rabbia degli abitanti nei loro confronti; lo sono le lettere di protesta inviate al comune e il turismo come tema della campagna elettorale; il telegiornale che trasmette interviste a cittadini rassegnati e irritati e la comparsa di un’espressione nuova per indicarne il malcontento. Naoki si rammarica: “Si direbbe che la città stia perdendo il suo miyabi”, un concetto caro all’ex capitale imperiale che esprime l’ideale estetico di eleganza e raffinatezza.

Naoki parcheggia e cinque persone scendono dalla sua macchina: Barbara, suo marito e le tre figlie l’hanno ingaggiato per due giorni. Vengono dalla California e per il loro primo viaggio in Giappone hanno scelto dei siti emblematici: il Kinkakuji (tempio del padiglione d’oro), il mercato di Nishiki e il santuario Fushimi Inari taisha, con i suoi numerosi torii, i portali laccati di rosso. Barbara li ha scelti su TripAdvisor, il cui slogan è: “Pianifica il viaggio perfetto”.

Una guardia per la sicurezza stradale dirige il traffico pedonale nel quartiere di Gion a Kyoto, 2016 (James Whitlow Delano, Photo Op)

Seguiamo la guida tra due gioielli del buddismo zen di Kyoto, dove però sembra difficile creare il vuoto. Davanti al giardino secco del tempio Ryōanji, Naoki illustra alla famiglia di Barbara alcuni fondamenti delle religioni del Giappone – shintoismo e buddismo – mentre rallenta il passo per lasciar andare avanti un gruppo che altrimenti rischierebbe di rovinare la visita. Un po’ più in là un uomo in uniforme suda copiosamente. Di fronte a lui la folla si accalca e l’uomo tende il collo e lancia avvertimenti. Dietro, c’è il Kinkakuji, uno dei siti più visitati del paese.

Un governatore militare della dinastia Ashikaga fece costruire nel 1397 questo edificio atipico quasi interamente ricoperto di foglie d’oro e sovrastato da un’orgogliosa fenice. Un monaco lo incendiò nel 1955, ispirando a Yukio Mishima il celebre romanzo Il padiglione d’oro. La folla, compatta e rumorosa, si accalca per scattare la foto migliore, mentre il custode tende le braccia e urla a intervalli regolari di avanzare verso sinistra. Sono dieci anni che Matsumoto lavora qui. Quando vede Naoki gli sorride e lo saluta. I due s’incrociano spesso, ma raramente hanno il tempo per parlare: la marea umana avanza e Matsumoto fa da diga.

La sindrome di Venezia

Al volante Naoki ricorda il momento di cui va più orgoglioso, quando ha portato in giro per Kyoto l’ex presidente statunitense Bill Clinton. Ma la nostra guida ha trasportato anche celebrità giapponesi, lottatori di sumo, attori di teatro kabuki e maiko (le apprendiste geisha di Kyoto), che si fanno lasciare davanti a ristoranti di lusso. La sua auto cerca di avanzare tra i pedoni, calamitati dal fotogenico ponte teso tra le due sponde del fiume Katsura.

vietato entrare.

La periferia ricca di Arashiyama, a mezz’ora dal centro, è diventata negli ultimi anni uno dei posti più frequentati di Kyoto. In genere Naoki evita di andarci, ma sorride raccontandoci che è in un caffè di questo quartiere che ha incontrato la sua seconda moglie, Michiko. In viaggio di nozze sono andati a Barcellona e a Napoli, altre città schiacciate dal turismo, ma non hanno visto la sua vittima più celebre, quella che ha ispirato l’espressione “sindrome di Venezia”.

Un bancone con sei posti, un profumo di tè, un susino che germoglia nel giardino: ecco il caffè Takahashi, dove Naoki ha trovato l’amore. Questa mattina la gente non parla di “inquinamento” ma della Reiwa, l’era imperiale cominciata il 1 maggio 2019. Si tracciano i due caratteri cinesi con cui si scrive e si azzardano interpretazioni del loro significato, ancora poco chiaro. Poi si torna a un argomento più prosaico.

Ad Arashiyama molti pensano che il turismo rovini la vita del quartiere. Troppa gente, troppo rumore, troppi rifiuti. Dietro al bancone Kenji e Suzuko annuiscono. “In Giappone si dice che il cliente è sacro, ma come si fa con tanta gente?”. La signora Tanaka, che finora era rimasta immobile davanti al suo caffellatte, ricorda con voce dolce che il termine “inquinamento” è diventato popolare l’anno scorso quando decine di bambù della foresta di Sagano, a dieci minuti a piedi da qui, sono stati sfregiati dai turisti che hanno inciso i loro nomi sui tronchi. “Come me, anche la foresta di bambù ha pianto”, dice la donna. Ma, al di là del fastidio, il turismo non sta cominciando a diventare una minaccia per il patrimonio immateriale del paese?

Kōgai è la parola che si usava negli anni settanta per parlare di inquinamento industriale”, spiega Alex Kerr, che da quarant’anni vive dentro un santuario shintoista a Kameoka, poco lontano da Arashiyama. Lo scrittore statunitense, collezionista ed esperto di estetica giapponese, serve il tè in una bella stanza di 12 tatami (i rettangoli di stuoia sono anche l’unità di misura della superficie delle case). Nel suo tokonoma – nicchia decorativa – c’è un vaso con un ramo di ciliegio in fiore, mentre alle pareti ci sono dei paraventi del periodo Edo (1600-1868). “All’epoca era impossibile vedere il monte Fuji da Tokyo!. Si fingeva di non notare l’inquinamento perché si stava ricostruendo il paese grazie alle fabbriche. Oggi è un’altra l’industria con il vento in poppa, e produce altrettanto inquinamento, così la parola è ricomparsa”. Kerr ha appena pubblicato un libro sul tema, e sulla copertina c’è un appello: “Inquinamento turistico, possiamo fermarlo?”. Secondo Alex Kerr sono anni che Kyoto ha perso la sua magnificenza, il suo miyabi, per prendere l’aspetto di una gigantesca Disneyland. Il recente afflusso di turisti mette la città di fronte a problemi che non ha voluto vedere. Kerr è convinto che bisognerà aumentare il prezzo dei biglietti d’ingresso a certi luoghi e limitare il numero di visitatori. Lo scrittore è stato invitato a discuterne con il sindaco di Kyoto. Cosa gli dirà? “Non voglio litigare. Probabilmente gli dirò che ho il cuore spezzato per ciò che è diventata questa città, non tanto a causa del turismo ma per il modo in cui è gestito. Di fatto è un problema di gestione”.

Un poster realizzato dal comune di Kyoto in cinese per indicare ai turisti i comportamenti proibiti in città. (James Whitlow Delano (Photo Op), 2)

Interrogato sulla questione, il comune risponde attraverso la voce dell’ufficio del turismo. Il suo direttore generale, Kazuya Fukuhara, ha solo 35 anni e una missione delicata, perché “è in gioco l’immagine del paese. Kyoto è una vetrina e un faro per il Giappone”. L’obiettivo è sviluppare il turismo in una città di medie dimensioni (1,5 milioni di abitanti) dalla capacità ridotta, in particolare in termini di trasporti pubblici. Fukuhara evita di parlare di “inquinamento turistico”, un termine peggiorativo a cui preferisce il termine inglese _overtourism _(eccesso turistico), e non si dilunga sulle cifre. Secondo lui nei prossimi anni Kyoto deve puntare sulla qualità rispetto alla quantità, per esempio allungando l’orario di apertura dei siti turistici e orientando i visitatori verso zone meno battute. Il comune ne ha già individuate sei intorno al centro a cui fa molta pubblicità. Un altro punto importante è prevenire le occasioni di conflitto.

Una campagna di sensibilizzazione chiamata akimahen (non si fa) mostra dei personaggi – un cuoco, un monaco, una geisha – che fanno una smorfia di disapprovazione e ricorda alcune regole locali (salire sul tatami senza scarpe, non lasciare la mancia, rispettare le file e così via). Un sottotitolo avverte: “Gli abitanti di Kyoto sono persone esigenti!”. Per i trasporti le soluzioni sono meno semplici. Si parla di una nuova linea di metropolitana tra il Kinkakuji e la stazione. A questo scopo il comune propone di usare le entrate della nuova tassa di soggiorno introdotta nel 2018 e che per il 2019 dovrebbe fruttare 31,5 milioni di euro.

Il turismo porta molto denaro nelle casse di Kyoto e del Giappone. Nella città il settore fattura l’equivalente di metà del consumo annuale degli abitanti. Su scala nazionale, in un’economia con una bilancia commerciale in difficoltà e con l’abenomics (le misure economiche promosse dal primo ministro Shinzō Abe) che fatica a migliorare la situazione, il turismo si è imposto come una leva economica quasi provvidenziale. Il settore ha rilanciato l’occupazione, ha fatto del paese la seconda riserva mondiale di valute estere e ha permesso di mantenere basso il valore dello yen. Questo spiega l’ambizione politica di Abe, che nel 2018 affermava: “L’obiettivo di quaranta milioni di visitatori nel 2020 è alla nostra portata”. Per raggiungerlo Tokyo ha reso più semplice il rilascio del visto turistico. In media uno straniero spende 153mila yen (1.200 euro) durante il suo soggiorno in Giappone.

Sono le 17.30 e la caccia è aperta. Alcuni turisti bene informati aspettano le ragazze come dei fotografi naturalistici in attesa di un uccello raro

Il turismo è redditizio, ma ha un prezzo. “Il Giappone sta sacrificando la sua integrità culturale in nome del denaro”, ha affermato con tono grave Takeshi Kitano in un programma televisivo. Le sue parole rivelano la profonda ambiguità della parola kōgai: e se l’inquinamento fosse anche morale e culturale? E se questa parola mettesse in evidenza un meccanismo identitario complesso in un paese che ha sempre vissuto con difficoltà il confronto con l’altro, occidentale o asiatico che fosse? E se il turismo restituisse a questo Giappone inquinato, sporcato, insudiciato, un’immagine negativa?

Kerr osserva che per molti aspetti il turismo di massa obbliga i giapponesi a confrontarsi con ciò che hanno perso. Le machiya, per esempio, le antiche case in legno che nella città sono state distrutte a migliaia, oggi vengono ricomprate e ristrutturate da ricchi imprenditori stranieri. Il discorso è simile per i kimono, che gli abitanti di Kyoto non portano quasi più. In città decine di negozi gestiti da cinesi li affittano ai turisti, anche loro cinesi, che ne vanno matti. Ma sono tagliati male e fatti con stoffe di colori volgari. Per un popolo così orgoglioso della sua originalità culturale e del suo essere differente, vedere uno dei suoi simboli nazionali indossato da questi vicini poco amati è vissuto come un oltraggio. Kerr conferma: “La parola inquinamento esprime una crisi, una ferita profonda. E chiama in causa soprattutto i turisti stranieri. Finché questi milioni di visitatori erano giapponesi, tutto andava bene. Ma se sono cinesi le cose cambiano”.

Nelle discussioni e sui mezzi d’informazione, tutto questo alimenta reazioni xenofobe e ravviva un sentimento anticinese molto diffuso; gran parte dei giapponesi (in media l’80 per cento, stando ai sondaggi) ha un’immagine negativa o molto critica di questi vicini che un po’ sono causa d’imbarazzo e con cui le relazioni non sono mai state semplici. L’ imbarazzo dipende dal fatto che una parte importante della cultura giapponese – buddismo, sistema di scrittura, architettura – trae origine proprio dalla Cina, contro cui il Giappone ha condotto diverse guerre e una colonizzazione molto aggressiva a partire dalla fine dell’otto­cento.

Circuiti low cost

Naoki, come molti altri qui, sa bene quando sono cominciati i problemi legati all’arrivo in massa di turisti cinesi. Per alcuni è colpa degli zero dollar tour, i circuiti low cost che portano questi turisti in pullman negli alberghi e nei ristoranti cinesi. Altri sono spaventati dall’idea di una città che si sta facendo comprare dai vicini stranieri. Tutti parlano della questione delle buone maniere, un argomento molto sensibile per gli abitanti di Kyoto, affezionati all’etichetta e all’educazione. Rumorosi, volgari, numerosi e maleducati, i turisti cinesi sono il bersaglio di tutti gli stereotipi. Prendendo il turismo come pretesto, molti a Kyoto idealizzano un’anima giapponese aggredita da un inquinamento proveniente dall’esterno.

Quando ha un momento libero, Naoki va a trovare la nuora. Mioko apprezzava molto il vecchio quartiere di Higashiyama, dove vive con il marito e i due figli. Ma portare i bambini a scuola la mattina è diventata un’impresa nelle strade affollate di gruppi disordinati, in cerca delle bandierine delle loro guide. Mioko abita vicino al tempio Kiyomizudera, uno dei più visitati di Kyoto. Alle riunioni del consiglio di quartiere, la questione del turismo torna spesso e in particolare quella degli affitti temporanei. Come molti quartieri, quello di Mioko si è presto stancato dei turisti che affittano le case su Airbnb e non rispettano le regole di buon vicinato.

Il governo, con il sostegno della lobby alberghiera, grande vincitrice dell’operazione, a giugno del 2018 ha adottato una legge che limita gli affitti attraverso Airbnb a 180 giorni all’anno e obbliga ad avere una licenza. Kyoto ha introdotto norme ancora più rigide sugli affitti turistici, rendendoli quasi impossibili nelle zone residenziali (60 giorni tra gennaio e marzo). “Prima di questa legge, il 90 per cento degli alloggi temporanei a Kyoto era illegale”, dice Saki. La ragazza lavora da dieci anni per un’agenzia che affitta machiya. A Kyoto circa tremila vecchie case possono essere affittate. “Oggi la situazione è più chiara ma i prezzi del settore immobiliare continuano a crescere. I ricchi investitori comprano le machiya non più per affittarle per brevi periodi ma per trasformarle in alberghi. In questo modo possono affittarle tutto l’anno”.

Naoki si dirige in auto verso la parte nord del quartiere e indica sulla destra il santuario Yasaka. Il portico vermiglio domina il centro del vecchio quartiere di Gion. Ma non entra nella strada affollata di Hanamikoji, pieno di lussuosi ristoranti che propongono spettacoli di geisha. La geisha, simbolo nazionale, oggi rischia di scomparire.

Sono le 17.30 e la caccia è aperta. Alcuni turisti bene informati aspettano le ragazze come dei fotografi naturalistici in attesa di un uccello raro. Una maiko esce da un taxi e trotterella rapidamente, i passi ostacolati dal kimono color mora. I flash illuminano il suo volto completamente dipinto di bianco. Una porta scorrevole si apre e l’apparizione scompare. La ragazza ha avuto fortuna, le molestie che ricevono le sue colleghe è un argomento che irrita molto gli abitanti della città.

Qui e là dei cartelli ricordano di non importunarle. Eppure abbiamo visto in questa strada delle geisha con il trucco rigato dalle lacrime, terrorizzate da folle di turisti in cerca di un selfie. Ora però possono fare affidamento su un servizio d’ordine. L’anno scorso i residenti e i commercianti della zona hanno creato un “comitato di controllo” che organizza delle ronde, registra le lamentele e se necessario ammonisce i turisti troppo invadenti. “Se non facciamo nulla, il fascino del quartiere sparirà”, spiegava di recente uno dei suoi rappresentanti ai giornalisti. La lotta all’inquinamento è diventato un lavoro. ◆ adr

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Questo articolo è uscito sul numero 1318 di Internazionale, a pagina 90. Compra questo numero | Abbonati