La casa con le piante tra le tegole del tetto mezzo rotto, con l’iscrizione 1936 all’ingresso, un tempo sarà stata bianca, chissà. O forse era una delle decine di shophouse (casa con bottega) allineate lungo la strada principale, che dietro le facciate con la vernice scrostata e le colonne rosa sbiadito nascondono gli ultimi ricordi del colonialismo britannico. È difficile dirlo. Dove le porte stanno ancora in piedi, sono tutte chiuse. Attraverso le persiane di legno si vede solo la vegetazione che cresce ovunque, con le foglie inclinate come a volersi godere il sole. Nei locali aperti la muffa nera e le liane spesse si arrampicano sui muri, tra armadi di legno, cuscini e perfino poltrone da parrucchiere abbandonate.
L’arrivo degli stranieri
A meno di venti chilometri da Ipoh, la terza città della Malaysia, si trova Papan, la “cittadina persa nel tempo”, com’è stata definita. Qui i fantasmi di più di un secolo di storia s’incontrano nelle case abbandonate e riconquistate dalla foresta tropicale che le circonda.
Dalle ricche miniere di stagno alla vicenda dell’infermiera eroina durante l’occupazione giapponese, fino ai rifiuti radioattivi sepolti intorno all’abitato negli anni ottanta, le storie di Papan vivono ancora nei giornali incollati sui muri della casa numero 74, nelle stanze arredate con cesti di paglia o lanterne rosse e nelle parole dei circa trecento cinesi rimasti a vivere tra le rovine, quasi tutti pensionati.
Sarebbe difficile immaginare che qui abiti ancora qualcuno, se non si vedesse ogni tanto uno scooter sfrecciare o – com’è successo a me – una piccola folla riunita per un funerale in quello che sembra un caffè, con sedie di plastica e buste di cibo sul tavolo, come nelle veglie funebri tradizionali in Romania. Qui, però, le prefiche sono sostituite da un gong e le preghiere sono buddiste.
“Da dove vieni?”, mi grida un anziano mezzo cieco sulla sua bicicletta arrugginita. “Va’ anche da quella parte, così non ti perdi niente”, aggiunge in fretta indicando una strada laterale, quasi orgoglioso della storia della sua città, anche se ormai ridotta in rovina.
Chiamata Papan a causa delle tavole di legno (in lingua malese il nome significa esattamente questo) prodotte nella zona intorno alla metà del diciannovesimo secolo, con l’espansione delle miniere di stagno la città divenne una meta ambita per i migranti cinesi.
Furono i britannici, nel 1875, ad affidarla a Raja Asal, uno dei capi del popolo mandailing. Asal e il suo successore, Raja Bilah, ampliarono l’attività mineraria con l’aiuto di alcuni ricchi imprenditori cinesi, durante il periodo del boom dello stagno che trasformò la Malaysia nel principale produttore globale.
Così Papan diventò una città ricca, con una consistente popolazione di minatori cinesi (più di tremila agli inizi del novecento), un teatro cinese, un campo da calcio e uno da tennis, un club anglo-cinese e perfino un “castello”, come lo chiamano ancora oggi i residenti: in realtà una villa a due piani costruita per Raja Bilah, tra le poche strutture rimaste in piedi, insieme al cimitero cinese e al tempio buddista.
Passeggiando lungo la strada principale – dove solo i cani sporgono la testa da sotto le auto nel caldo di mezzogiorno – è difficile credere che un tempo la città fosse viva e animata. Oggi non c’è più nemmeno un negozio di alimentari. Gli unici servizi rimasti sono una scuola media con sessanta alunni, un’associazione di immigrati cinesi e un caffè: in realtà una bettola di paese con sedie di plastica rosse, un bancone di legno con caramelle in barattoli di plastica e alcuni anziani che bevono tè.
“Per fare la spesa devo andare in moto fino a Pusing, la città più vicina, che dista diversi chilometri. Sarebbe bello se avessimo anche noi un negozio”, dice Fan. È la sua unica rimostranza. Anche in assenza di servizi essenziali, dietro alle facciate di un blu ormai sbiadito ricoperte d’edera vivono ancora tante persone, con le lampade a olio accese accanto alle statue di Budda.
“La città è ancora viva”, mi dice con un certo orgoglio Fan, che incontro mentre passeggio davanti alla sua casa, addobbata con lanterne cinesi che un tempo erano rosse. “Sono nato, cresciuto e ho vissuto tutta la vita in questo posto. E non lo cambierei per nulla al mondo”. Suo padre era minatore, e lui ha lavorato nel consiglio comunale di Ipoh. Ci si sarebbe potuto trasferire, ma ha deciso di non farlo. Oggi è in pensione, anche se smettere di lavorare non è stata una sua scelta. “Cinque anni fa ho avuto un ictus, e da allora i miei figli non mi lasciano più lavorare”.
“Guardati intorno, è un posto così pacifico… Qui sento di godermi la vita. Mi sveglio con il canto degli uccelli, faccio esercizio fisico, passeggio e raccolgo frutti di rambutan”, dice Fan. Non potrebbe desiderare di più, mi confida. Al massimo un negozio di alimentari. “La Romania è altrettanto pacifica?”, mi chiede curioso.
Per persone come Fan vivere qui è una scelta. Ma molte altre non hanno mai avuto la possibilità di trasferirsi: a causa dell’età o, più spesso, della mancanza di denaro.
L’infermiera e i guerriglieri
Anche se gli uccelli cantano e le scimmie saltano tra gli alberi come in un pittoresco quadro tropicale, Papan non è sempre stata una città “pacifica”. Durante l’occupazione giapponese nella seconda guerra mondiale era diventata una base logistica per i combattenti della guerriglia dell’Esercito popolare malese antigiapponese (Mpaja), fondato dal Partito comunista malese, che si nascondevano nelle foreste circostanti.
“Sono cresciuto con i racconti di mio padre sull’occupazione giapponese. La vita allora era durissima”, mi dice Fan con un certo entusiasmo, come se non avesse potuto raccontare le sue storie a nessuno per troppo tempo. “Ricordo che ci parlava dell’infermiera che viveva alla casa numero 74 e che aiutava la resistenza. Era molto stimata da queste parti”.
“Qui hai la sensazione che nessuno ti disturbi. Me ne sto al sole, guardo queste splendide case senza il tetto e bevo il mio caffè in pace”
Si riferisce a Sybil Kathigasu, un’infermiera di origine eurasiatica che si trasferì a Papan all’inizio della guerra insieme al marito medico e alle due figlie. Al numero 74 della strada principale la loro villa di un blu intenso – un tempo clinica e abitazione familiare, oggi con le porte ricoperte di giornali – è l’orgoglio della città. “Inserite Sybil Kathigasu nei libri di storia”, recitava un titolo del Sunday Times nel 2017.
Di notte, quando non si occupava della gente del paese, Sybil ospitava clandestinamente i guerriglieri feriti, che entravano in casa passando attraverso l’alta recinzione costruita alle spalle dell’edificio, secondo quanto ha raccontato nella sua autobiografia No dram of mercy (Neanche un briciolo di pietà). Li curava, li riforniva di medicine e perfino di informazioni ricavate dalle trasmissioni della Bbc, che ascoltava con una radio tenuta scrupolosamente nascosta.
Kathigasu era consapevole di rischiare la vita. “Avevo accettato da tempo che se si fosse arrivati al peggio, se i giapponesi avessero scoperto quello che succedeva al numero 74, nessuno avrebbe potuto salvarmi”, scrive nella sua autobiografia. “Non potevo sfuggire alla morte. Ma la mia missione era assicurarmi che i giapponesi si accontentassero di una sola vita”. La sua.
Sybil Kathigasu fu arrestata dalle autorità d’occupazione nel 1943 e tenuta prigioniera e torturata fino alla fine della guerra. Morì nel 1948 nel Regno Unito, dove era stata accolta per essere curata, diventando la prima e unica donna della Malaysia a ricevere la George medal, l’onorificenza britannica che premia le azioni di coraggio non militare.
Tuttavia né la fine della guerra né l’orgoglio per l’eroina locale interruppero i conflitti di Papan. Quando il Regno Unito riprese il controllo del paese, le forze britanniche attaccarono i guerriglieri rimasti nella giungla, che si riorganizzarono nell’Esercito nazionale di liberazione malese (Mnla), sostenuto dalla popolazione rurale cinese. Nel 1948 fu dichiarato lo “stato di emergenza nazionale”, un periodo di guerriglia che sarebbe durato dodici anni, fino al 1960.
La piccola città a maggioranza cinese non fu risparmiata dalla guerra. “Fu avviato un massiccio programma per il trasferimento forzato della popolazione rurale: un quarto dei cinesi fu trasferito con la forza in 480 campi sorvegliati, chiamati dai britannici ‘new villages’”, si legge su un pannello informativo davanti a una delle case nel “villaggio nuovo” di Papan: decine di piccole abitazioni di legno, allineate una accanto all’altra, nascoste in una strada dietro alle ville in rovina.
In giro non c’è anima viva, ma un vecchio televisore con il tubo catodico, un registratore a cassette e alcuni soprammobili e statuette di pietra, circondate da foto in bianco e nero disposte come per un’esposizione, sembrano voler dire: “Abbiamo vissuto qui. Non dimenticateci”. Manca però la recinzione che circondava il villaggio ai tempi dei britannici per impedire ai residenti di aiutare i guerriglieri.
“Ci trasferirono anche mio padre, ma più tardi”, ricorda Fan. “Questi ricollocamenti forzati sono stati duri”, dice camminando lentamente accanto a una baracca di lamiera, dove su un altare improvvisato sono stati sistemati sotto al sole cocente alcuni ananas e arance, accanto a bastoncini profumati e a qualche boccale di birra.
“Qui una volta c’era la casa del mio vicino, ma è stata demolita”, dice Fan senza dare troppe spiegazioni. “Ogni tanto qualcuno lascia delle offerte in ricordo di quei tempi”. C’erano altre baracche di questo tipo in città. Negli anni sessanta molte furono distrutte dalle inondazioni e negli anni settanta ne demolirono una cinquantina per fare spazio ai nuovi scavi minerari.
Nel club di mahjong
“Anche la mia vecchia casa è stata distrutta”, mi racconta un anziano con sopracciglia che sembrano bruchi, mentre mangia dei rambutan su una terrazza. “Le correnti, le correnti”, aggiunge in un inglese stentato, portandosi la mano all’altezza della vita. Credo stia cercando di mostrarmi fino a dove arrivava l’acqua nella casa della sua infanzia.
“Ora vivo con mio nipote, ci siamo costruiti una nuova abitazione”, dice l’anziano indicando un edificio piccolo, bianco e un po’ più moderno rispetto a quelli vicini. “Sono tornato dopo aver lavorato per anni all’estero”. A Singapore era stato capocantiere. Anche lui, come Fan, è rimasto per la tranquillità. “Qui hai la sensazione che nessuno ti disturbi”, dice. “Me ne sto al sole, guardo queste splendide case senza il tetto e bevo il mio caffè in pace”.
Questo non significa che non abbia da fare, mi assicura subito. “Vieni, ti faccio vedere una cosa”, mi dice alzandosi. Mi porta nell’unica shophouse rimasta in qualche modo attiva, con le pareti color crema e i simboli cinesi blu ancora intatti: è l’associazione Tong Onn. Dentro si sentono risate e voci. Sembra che tutto il villaggio si nasconda qui per evitare il caldo. In realtà, non ci sono nemmeno dieci persone.
“Qui nel retro c’è il nostro circolo di mahjong”, dice soddisfatto Ching, anche se ammette di non essere un grande appassionato del gioco. A due tavoli di legno, con sedie di plastica malandate come quelle che si trovano nei bar di paese in Romania, otto uomini anziani mescolano concentrati le tessere verdi. Alzano curiosi la testa per salutarmi. “Sono miei amici, giocano tutto il giorno a mahjong. Ogni tanto vengo anch’io a stare un po’ con loro”. Qui in Asia il rituale europeo degli scacchi al parco è sostituito dal gioco del mahjong al riparo dal caldo.
Il club di mahjong non potrebbe esistere senza il sostegno di Beel, il presidente dell’associazione, 71 anni, alto e magro come un bambù, sempre presente nell’ufficio buio del piccolo edificio, circondato da timbri, calendari cinesi e vecchie foto di gruppo, quasi una capsula del tempo che riporta a un’epoca un po’ più vivace.
“Mi piace la vita qui. Ho sempre cercato di aiutare la mia comunità”. A Papan Beel è presidente di due associazioni, ed è noto per essere in grado di “risolvere qualsiasi problema”, mi assicura la mia guida. Dall’organizzazione delle proteste negli anni ottanta alla gestione delle questioni legate ai funerali – probabilmente la cerimonia più frequente oggi in città – Beel ha un ruolo attivo in tutto quello che succede a Papan. “Il mio ufficio è sempre aperto”, dice. “Finché il corpo me lo permetterà, io ci sarò”.
Così come c’era quando la comunità ha dovuto affrontare il problema dei rifiuti radioattivi nel 1984. Quell’anno furono scoperti tre siti di stoccaggio del torio (un elemento radioattivo) vicino alla città, costruiti dall’industria mineraria Asia rare earth con il consenso del governo locale. Insieme a migliaia di residenti di Papan e delle città vicine, Beel organizzò proteste e manifestazioni, promosse una petizione pubblica e fece causa all’azienda. “In quell’occasione tutta la città si è unita. E abbiamo vinto: oggi non ci sono più rifiuti radioattivi interrati nella zona”, dice orgoglioso. Ma quando la vittoria in tribunale è finalmente arrivata, nel 1992, la maggior parte degli abitanti di Papan se n’era già andata.
Con il crollo dei prezzi dello stagno nel 1985 e la scoperta dei rischi di leucemia e malformazioni legati alla presenza dei rifiuti radioattivi, Papan è stata testimone dell’esodo dei suoi abitanti.
Storie di fantasmi
Le vecchie poltrone da barbiere con la pelle scrostata, la tenda dai bordi viola strappata che svolazza da una finestra e quello che resta dei macchinari minerari abbandonati in un campo alla periferia sono i simboli dell’abbandono. Tuttavia i pochi residenti rimasti ci tengono a dare un’immagine diversa della città. Che li s’incontri al circolo di mahjong o nell’unico caffè, dove le donne stanno sedute come a una veglia, ti diranno sempre solo questo, con le stesse esatte parole usate dall’anziano con le sopracciglia folte: “Certo che la vita qui è bella. Perché non dovrebbe esserlo?”.
E la casa infestata dai fantasmi? “Voci infondate”, aggiunge Fan. Gli fa eco una vecchina sorridente con il bastone: “Ma quali fantasmi… Sono storie per bambini. Non devi credere a tutto quello che senti in giro”. ◆ ap
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Questo articolo è uscito sul numero 1656 di Internazionale, a pagina 54. Compra questo numero | Abbonati