La loro Crimea vive in una memoria che, insieme a un patrimonio di oggetti e usanze, si tramanda da secoli. I giovani non hanno avuto esperienza diretta della deportazione, a differenza dei loro bisnonni vissuti negli anni quaranta del novecento, al tempo dello stalinismo, ma ovunque si trovino portano con sé quel ricordo, insieme al Corano, ai piatti della loro cucina, all’odore del caffè mattutino.
I tatari di Crimea sono riusciti a sopravvivere alle persecuzioni perché hanno conservato ciò che non poteva essergli fisicamente sottratto: la memoria, la fede, la lingua, le tradizioni, le ricette di famiglia, la musica. Cose passate di generazione in generazione, che incarnano l’idea di casa.
Quella mattina del 1944 molti portarono con sé il macinino del caffè, a patto che fosse abbastanza piccolo da stare nel palmo della mano, per ricordarsi della loro terra. Altri presero il Corano e lo avvolsero in un panno: le sue pagine dovevano essere trasmesse ai figli. Altri ancora presero le foglie di vite usate per fare i tipici involtini, le sarma, così da poterli preparare anche in esilio. Fu solo dopo la caduta dell’Unione Sovietica, nel 1991, che i tatari cominciarono a tornare in Crimea. Restaurarono case e moschee, diedero nuova vita alla lingua e alla cultura.
Ma nel 2014 la storia si è ripetuta. Quell’anno la Russia ha annesso la Crimea e ha avviato l’ennesima repressione contro i tatari, con arresti e persecuzioni politiche. Il Mejlis, l’assemblea dei tatari istituita nel 1991, è stata chiusa. Migliaia di persone sono state costrette a lasciare di nuovo il paese, portando con sé lo stretto necessario.
Abbiamo incontrato alcune famiglie di tatari di Crimea per cercare di capire cosa le aiuti a resistere, a conservare un’identità e a trasmettere la loro cultura da una generazione all’altra.
Il macinino del caffè
Iljas Shejkhisljamov è uno studente e attivista. Suo padre, Ali Mamutov, è stato arrestato dai servizi di sicurezza russi con l’accusa di terrorismo. La prova principale contro di lui è una registrazione audio in cui si sentirebbe la sua voce, che però non è stata confermata dalle perizie.
La causa contro Mamutov è passata per diversi tribunali russi, e ogni volta sono state aggiunte nuove accuse, tra cui quella di aver provato a sovvertire il potere statale. “Ormai vive pensando al prossimo processo. Può vedere l’avvocato solo in aula. Gli fanno pressioni continue affinché si dichiari colpevole. Ma mio padre mi risponde sempre: ‘Io sono musulmano. Non posso dire di aver fatto qualcosa che non ho fatto’”, racconta Shejkhisljamov.
Il padre soffre di problemi di cuore. La famiglia cerca di fargli recapitare le medicine di cui ha bisogno, ma non tutte arrivano a destinazione. A volte riceve meno della metà dei farmaci prescritti.
Nella famiglia Mamutov-Shejkhisljamov ci sono solo due oggetti sopravvissuti alla deportazione del 1944: un paiolo e un macinino da caffè. È quest’ultimo il più importante, perché la nonna di Iljas lo portò con sé dalla Crimea, mentre il paiolo fu acquistato in seguito, durante l’esilio.
I soldati sovietici permettevano alle persone di prendere solo lo stretto necessario. La nonna scelse un oggetto piccolo, ma significativo. Il macinino non è solo un utensile domestico, ma il simbolo della continuità della cultura dei tatari. “Se la mattina non bevi caffè possono esserci solo due motivi: o non hai caffè, o non hai cervello”. Così diceva Asie, la nonna di Iljas. Nella loro famiglia il caffè era un vero e proprio rito: i grani si macinavano a mano, la bollitura doveva essere lenta, bisognava aspettare che si formasse la schiuma. A volte, prima della tostatura, i grani venivano sfregati con l’aglio. Fare il caffè li faceva sentire uniti. “Per noi il macinino è come la vyšyvanka, la tradizionale camicia ricamata, per gli ucraini”, spiega Iljas. “È parte del nostro codice genetico”.
L’altro oggetto, il paiolo, arrivò più tardi, quando la famiglia si era ormai stabilita in Uzbekistan. È il simbolo dell’inizio di una nuova vita, ricostruita da zero. Era usato per preparare il _plov _(il tradizionale piatto di riso e agnello) nei matrimoni, compreso quello dei genitori di Iljas. Negli anni novanta la famiglia riportò con sé entrambi gli oggetti in Crimea. L’Unione Sovietica non esisteva più, la Crimea ormai faceva parte dell’Ucraina libera. “Pensavamo che la storia delle deportazioni fosse finita una volta per tutte”, dice Iljas.
Ma così non è stato.
Quel paiolo non è usato da anni. Come il macinino. La famiglia è di nuovo divisa. E sta subendo una seconda deportazione, ma in forme diverse rispetto al passato: le persone non sono caricate su treni e trasferite altrove con la forza, ma sono perquisite, processate e spedite in carcere.
Il più grande sogno di Ijas è che il padre sia rilasciato, che la sua famiglia torni a essere unita, che si ricominci a cucinare il plov nel paiolo e a bere il caffè in una Crimea libera sotto sovranità ucraina.
Una lingua universale
Quando, nel 1944, i tatari di Crimea scesero dal treno che li aveva deportati in Uzbekistan, la gente del posto li stava aspettando. Agli uzbechi era stato detto che sarebbero arrivati traditori e nemici, perciò si erano preparati ad accoglierli come meritavano: a sassate e bastonate.
Ma all’improvviso qualcuno gridò: “Guardate, hanno il Corano! Sono musulmani!”.
E la folla si calmò.
Questa storia ci è stata raccontata da Murat Sjulejmanov, il muftì di Umma (una delle principali organizzazioni della comunità islamica in Ucraina), a cui era stata tramandata dalla nonna Min Sultan, deportata da bambina. La notte in cui furono cacciati dalla Crimea, gli vennero concessi solo pochi minuti per preparare i bagagli. Tra le poche cose che riuscirono a prendere c’era il Corano.
Nei vagoni per il bestiame si moriva di fame e di malattie. Quando il treno arrivò finalmente a destinazione, tutti erano sfiniti e indifesi. Ma il Corano che avevano in mano parlava una lingua che non aveva bisogno di traduzione. “Questi libri hanno salvato il nostro popolo”, dice Sjulejmanov.
In esilio la fede era l’unico sostegno. Le famiglie conservavano i vecchi Corani, tramandandoli ai figli e ai nipoti e nascondendoli alle autorità, se necessario.
Per i tatari la Crimea non è uno slogan o un simbolo, ma l’unica patria, cantata nelle ninne nanne e raccontata nelle storie dei nonni. “L’occupazione non sarà eterna”, dice Sjulejmanov. “È questione di giustizia”. Un giorno quei libri torneranno a casa, ne è sicuro.
“Ho portato via dalla Crimea la cosa di maggior valore: me stessa”
La sua famiglia, come quella dell’imam Mohamed Mamutov, ha cominciato a raccogliere i vecchi Corani tradotti nella lingua dei tatari di Crimea.
Anche la famiglia Mamutov è stata vittima della deportazione. Nella loro casa ci sono oggetti che hanno un significato particolare: il tappeto su cui pregava la nonna e un Corano conservato in un astuccio appeso al muro. “Prima devi lavarti”, diceva il padre quando Mohamed voleva prenderlo in mano. Una volta che il ragazzo si metteva a sfogliarlo, dalle pagine cadevano dei foglietti scritti a mano: preghiere in arabo con la calligrafia della nonna.
Il padre non sapeva leggere il Corano, ma ne conosceva le storie. Le raccontava al figlio per farlo addormentare. Solo molti anni più tardi, frequentando la madrasa, Mamutov ha riconosciuto quei racconti. Quelle che per lui erano favole in realtà erano passaggi del Corano.
Il primo libro che Mohamed ha usato per imparare le lettere arabe è stato un abbecedario portato dall’Uzbekistan. È stato il primo passo per conoscere il Corano e diventare imam.
Le ricette di Lerane
La notte del 18 maggio 1944 la casa di Midne Sharfi profumava di panini ripieni di sarma, gli involtini di foglie di vite. Erano per la colazione del giorno seguente.
Ma le cose andarono diversamente. Alle prime luci dell’alba un soldato sovietico irruppe nell’abitazione e rovesciò per terra il contenuto della pentola. Al posto della colazione cominciò la deportazione.
A Lerane Hajbulaeva questa storia l’ha raccontata la nonna, Midne Sharfi. Prima di partire, la donna riuscì a raccogliere alcune foglie di vite. In famiglia la ricetta degli involtini si tramandava di generazione in generazione.
Hajbulaeva è nata in Uzbekistan. Il suo ottavo compleanno lo festeggiò in aereo. Era la fine degli anni ottanta, e stavano tornando in Crimea. Anche loro pensavano che le deportazioni sarebbero rimaste un ricordo del passato.
◆ Nel maggio 1944 le autorità dell’Unione Sovietica deportarono in Asia centrale i tatari di Crimea, la comunità storicamente più radicata nella penisola. A stabilirlo fu un decreto scritto da Lavrentij Berija, commissario del popolo per gli affari interni dell’Urss, e firmato da Josif Stalin. L’obiettivo era punire i popoli che erano ritenuti colpevoli di aver parteggiato per le forze di occupazione tedesche durante la seconda guerra mondiale. Il decreto fu emesso quando molti uomini erano ancora sul campo di battaglia. Per questo a subire la deportazione furono soprattutto le donne e i bambini. Gli furono concessi appena quindici minuti per fare i bagagli.
Le persone deportate furono circa 190mila, quasi tutte mandate in Uzbekistan. Viaggiarono su vagoni per il bestiame. Durante il tragitto ne morirono almeno ottomila. Altre 60mila persero la vita nel primo anno d’esilio. Gli studiosi contemporanei definiscono il trasferimento forzato dei tatari di Crimea un crimine contro l’umanità, in quanto fu un attacco generalizzato e sistematico contro la popolazione civile.
Ai sopravvissuti fu impedito di tornare a casa per decenni, fino alla fine degli anni ottanta. I nomi dei loro villaggi furono cambiati, i cimiteri distrutti, la storia fu riscritta. Per queste ragioni si ritiene che l’obiettivo della deportazione fosse l’assimilazione, fisica e culturale. Un piano che però è evidentemente fallito. Svobodna Evropa, Bulgaria
Lerane è una giornalista e un’attivista. Dopo l’annessione della Crimea alla Russia ha cominciato a occuparsi della persecuzione dei tatari e in particolare ha indagato sul rapimento di Reshan Ametov, uno delle prime persone uccise per motivi politici, a causa della sua posizione filoucraina. Dopo aver ricevuto minacce dall’Fsb, i servizi segreti russi, Lerane ha deciso di emigrare.
“Ho portato via dalla Crimea la cosa di maggior valore: me stessa”, dice. A Leopoli ha aperto un ristorante che ha chiamato Krimskij Dvorik (Cortile di Crimea). Per lei cucinare è un modo non tanto per guadagnare, quanto per preservare la cultura del suo popolo. Perché la cucina dei tatari di Crimea non è solo piatti – il plov, i çüberek, gli yantik – ma antichi rituali, memoria storica. E sopravvivenza.
I çüberek sono fagottini di pasta fritta e si cucinano prima del Ramadan come piatto per le feste. Oppure in occasione della nascita di un bambino.
Ma per Lerane il piatto simbolo della deportazione sono le sarma. Nella sua famiglia si preparano ogni 18 maggio. “Ovunque mi trovi cucino piatti della Crimea”, spiega. “La memoria non si può cancellare”.
A lume di candela
Per Amet Bekirov e la sua famiglia compiere cinque anni ha un significato particolare. Suo padre, Dziljaver, aveva cinque anni quando nel 1944 con i suoi genitori fu costretto a lasciare la Crimea. E sua figlia, Kamila, aveva cinque anni quando la famiglia ha dovuto abbandonare di nuovo la sua casa, nel 2014.
◆ Le immagini di queste pagine sono state realizzate da Emine Ziyatdin, una fotografa documentarista, ricercatrice e giornalista tatara di Crimea. Nata in Uzbekistan, è tornata in Crimea nel 1990. La sua ricerca e il suo lavoro artistico si concentrano sui temi della casa, dell’appartenenza e della memoria collettiva.
Quel numero continua a perseguitarlo.
Bekirov è nato in Uzbekistan. Dopo la deportazione, suo padre fu affidato a un orfanotrofio, perché la madre non poteva mantenere tutti i figli. In esilio la donna riuscì a sopravvivere scambiando le monete d’oro che decoravano il suo fez con del pane.
Riuscirono a tornare in Crimea solo diversi decenni dopo. Bekirov ci ha vissuto per tredici anni, il padre molto meno. Aveva cominciato a lavorare nel palazzo di Baqçasaray, uno dei monumenti più importanti della penisola, costruito nel seicento, ai tempi del khanato di Crimea. Anche lui pensava che la storia non si sarebbe più ripetuta.
Nel 2014 la famiglia si è trasferita nella città di Drohobič, nell’Ucraina occidentale, e poi a Leopoli, dove ha creato un piccolo microcosmo crimeano, fondando un’organizzazione impegnata nella difesa e nella diffusione dell’eredità culturale del popolo tataro.
La moglie di Amet, Diljara, conserva un vecchio Corano stampato alla fine del settecento. Il cimelio ha viaggiato con le donne della sua famiglia: dalla Crimea all’Uzbekistan e ritorno, e infine a Leopoli. In epoca sovietica lo leggevano in segreto, a lume di candela. Nonna Safije lo ha lasciato in eredità a Diljara.
“E tu lo lascerai a me?”, le chiede la figlia Kamila. Diljara annuisce. E così sarà.
Dalla nonna ha imparato il ricamo ornek: un sistema di ornamenti tradizionali applicato su tessuti, gioielli, ceramiche e mobili, diventato patrimonio immateriale dell’Unesco.
I motivi riportano a una simbologia precisa, e possono rappresentare anche storie familiari. Non è semplicemente un tipo di decoro o ricamo, ma un linguaggio vero e proprio: una sorta di rappresentazione visuale di speranze e desideri. Quello che un tempo serviva alle donne per sopravvivere in esilio oggi si è trasformato in uno strumento per conservare la propria identità.
Ksamila, la figlia di Amet e Diljara, parla la lingua della musica. Suona al violino melodie tatare popolari, che un tempo erano vietate. Le ninne nanne che sua madre le cantava quando era bambina sono diventate parte del suo percorso professionale.
Bekirov ha un sogno: tornare in Crimea e salire con la figlia sulla montagna più alta della penisola, dove lei suonerà il violino. Ma sa che potrebbe non realizzarsi mai. Eppure nel corso dei secoli è stato proprio il sogno del ritorno a sostenere e ispirare la comunità.
Una leggenda tatara narra di un’altalena nascosta in luoghi sperduti sulle montagne: è una metafora del patrimonio culturale che va difeso dai nemici. “L’altalena d’oro produce un suono. Ogni tataro di Crimea può sentirlo. Per questo torniamo sempre nella nostra patria, ovunque ci troviamo”, dice Bekirov.
Nell’attesa, la sua famiglia continua a raccogliere “semi” – ricordi, musica, ricami, libri – che in futuro andranno nuovamente piantati nella terra d’origine. ◆ ab
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Questo articolo è uscito sul numero 1658 di Internazionale, a pagina 56. Compra questo numero | Abbonati